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«No» disse il secondo servitore. «Giacche e soprabiti e mantelli standard non sarebbero sufficienti qui nella Valle Secca. Se preferite, possiamo fabbricare abiti più castigati, adatti a temperature estreme, e portarveli qui nel giro di trenta minuti.»

«Al diavolo» disse Ada. «Voglio vedere cosa c’è là fuori.» Andò al centro del padiglione, dietro il portale fax, e cominciò a spogliarsi in piena vista. Hannah mosse cinque passi e la imitò, togliendosi la casacca e i calzoni a sbuffo di seta.

Daeman strabuzzò gli occhi per un momento. Harman gli si avvicinò, gli toccò libraccio, lo tirò sul lato opposto della stanza circolare e cominciò a spogliarsi. Mentre si spogliava, Daeman lanciò varie volte un’occhiata alle donne, girando solo la testa: la pelle di Ada risplendeva di un colore intenso e pieno, nella luce delle lampade ad alogeno; Hannah era magra, robusta, scura. Mentre si tirava sulle gambe la termotuta, Hannah alzò gli occhi e scoccò un’occhiataccia a Daeman, che distolse subito lo sguardo.

Quando tornarono al centro del padiglione, i quattro portavano solo scarpe o stivaletti, oltre alle termotute. Ada rise. «Con questi affari siamo più esposti che se fossimo davvero nudi» disse.

Daeman strisciò i piedi, imbarazzato per la verità del commento, ma Harman sorrise sotto la maschera. La termotuta era più pittura che abito.

«Perché siamo di colore diverso?» domandò Daeman. Ada era giallo brillante; Hannah, arancione; Harman, azzurro vivo; Daeman, verde.

«Per riconoscervi facilmente» rispose il primo servitore, come se la domanda fosse diretta a lui.

Ada rise di nuovo: una risata libera, spontanea, disinibita, che spinse i due uomini a guardarla. «Scusate» disse lei. «È solo che… che è molto facile, anche da lontano, distinguere l’uno dall’altro.»

Harman, tutto azzurro, si avvicinò al campo di forza e vi appoggiò la mano. «Ora possiamo passare?» chiese ai servitori.

Le macchine non risposero, ma il campo di forza ondeggiò lievemente; la mano di Harman vi penetrò e poi tutto il corpo parve attraversarlo come se si muovesse in un’argentea cascata.

I servitori seguirono i quattro nel buio battuto dal vento.

«Non ci serve la scorta» disse Harman alle macchine. Daeman notò che la voce dell’altro si perdeva nel vento, ma lo udiva chiaramente grazie al cappuccio. La tuta molecolare aveva una sorta di trasmittente e di auricolari.

«Chiedo scusa, Harman Uhr» disse il primo servitore «ma la scorta vi serve. Per fare luce.» Tutt’e due i servitori illuminavano il terreno accidentato, emettendo dal guscio multipli raggi luminosi.

Harman scosse la testa. «Ho già adoperato le termotute, in alta montagna e nel lontano Nord. Hanno congegni ad amplificazione luminosa nelle lenti del cappuccio.» Si toccò la tempia, tastandola per qualche secondo. «Ecco qui. Ora vedo perfettamente. Le stelle sono luminose.»

«Oh, cielo!» esclamò Ada, appena accesa la visione notturna. Anziché i piccoli cerchi di luce proiettati dai raggi dei servitori, ora vedeva l’intera Valle Secca e ogni roccia e ogni masso brillavano vividamente. Alzando gli occhi, rimase senza fiato per lo splendore delle stelle. Quando girò la testa, il padiglione illuminato del nodo fax era una ruggente fornace.

«È davvero… meraviglioso» disse Hannah. Si allontanò d’una ventina di passi dal gruppo, saltando di roccia in roccia. Erano sul fondo di un’ampia valle sassosa, con pendii graduali ai lati. Sopra di loro, campi di neve brillavano di luce biancazzurrina sotto le steEe, ma la valle stessa era priva di neve. Nubi si muovevano contro le stelle come pecore fosforescenti. Il vento ululava intorno a loro, lì fermi, e li schiaffeggiava.

«Ho freddo» disse Daeman. Spostava da un piede all’altro il peso del corpo. Calzava scarpe da passeggio.

«Potete tornare nel padiglione e lasciarci soli» disse Harman ai due servitori.

«Con il dovuto rispetto, Harman Uhr, il programma di protezione non ci consente di lasciarvi qui soli a correre il rischio di farvi male o di smarrirvi nella Valle Secca» disse un servitore. «Ma ci terremo a un centinaio di metri da voi, se preferite.»

«Va bene» disse Harman. «E spegnete quelle maledette luci. Sono troppo vivide per le lenti da visione notturna.»

I due servitori ubbidirono e si spostarono più indietro verso il padiglione. Hannah guidò il gruppetto e si addentrò nella valle. Non c’erano alberi, non c’era erba, non c’erano segni di qualsiasi forma di vita, a parte i quattro esseri umani che brillavano di vividi colori.

«Cosa cerchiamo?» chiese Hannah, scavalcando quello che in estate avrebbe potuto essere un torrentello… ammesso che l’estate giungesse mai in quel posto.

«È questo il luogo del Burning Man?» domandò Harman.

Daeman e Hannah si guardarono intorno. Alla fine fu Daeman a rispondere. «Potrebbe essere questo. Ma c’erano, be’… tende e padiglioni e toelette e il campo di forza sulla valle e grossi caloriferi e il Burning Man e la luce del giorno e… Era tutto diverso. E non faceva così freddo.» Saltellò cautamente da un piede all’altro.

«Hannah?» disse Harman.

«Non sono sicura. Anche quel posto era sassoso e desolato, ma… Daeman ha ragione, aveva un aspetto diverso, con migliaia di persone e la luce del giorno. Non so.»

Ada prese l’iniziativa. «Allarghiamoci a ventaglio e cerchiamo segni che qui si sia tenuto il Burning Man. Resti di falò, montagnole di sassi, qualcosa. Però non penso che troveremo la tua Ebrea Errante qui stanotte, Harman.»

«Sst!» li ammonì Harman e lanciò un’occhiata ai servitori; poi si rese conto che la conversazione era in realtà trasmessa e giungeva anche a quelli. «E va bene» sospirò. «Distanziamoci di una cinquantina di metri l’uno dall’altro e cerchiamo qualsiasi cosa che…»

Si bloccò, vedendo comparire da un canyon laterale una grossa sagoma vagamente umanoide. La creatura sceglieva la strada fra le rocce, con una grazia goffa e ben nota. Quando fu a dieci metri, Harman disse: «Vattene. Non ci servono voynix, qui».

Rispose uno dei due servitori, la cui voce parve risuonare nelle loro orecchie, anche se era librato molto più indietro. «Dobbiamo insistere, signore e signori. Questo è il più remoto e il più ostile di tutti i nodi fax. Non possiamo trascurare la minima possibilità che qualcosa vi danneggi.»

«Ci sono dinosauri?» domandò Daeman, in tono nervoso.

Ada rise di nuovo e allargò le braccia nel buio gelido e pieno di ululati del vento. «Non credo, Daeman. Dovrebbero essere di una specie invernale ricombinante bella tosta, di cui non ho mai sentito parlare.»

«Tutto è possibile» disse Hannah. Indicò un macigno all’ingresso di un canyon laterale, circa cinquanta metri alla loro destra. «Proprio lì potrebbe esserci un allosauro che aspetta solo il nostro arrivo.»

Daeman arretrò di un passo e quasi inciampò in una pietra.

«Non ci sono dinosauri, qui» disse Harman. «Credo che non ci sia proprio nessun essere vivente. Fa troppo freddo. Se non mi credete, toglietevi il cappuccio per un secondo.»

Gli altri provarono e le loro esclamazioni rimbombarono negli auricolari.

«Tu resta da parte, a meno che non ti chiamiamo» disse Harman al voynix. La creatura arretrò di trenta passi.

Risalirono la valle, verso nordovest, secondo l’indicatore di direzione palmare. Le stelle vibravano per la forza del vento e di tanto in tanto tutti e quattro dovevano stringersi insieme al riparo di un grosso masso per non farsi portare via dalle raffiche. Quando la furia del vento diminuiva d’intensità, si distanziavano di nuovo.

«Qui c’è qualcosa.» Era la voce di Ada.

Gli altri si affrettarono a raggiungere la sagoma gialla, una trentina di metri più a sud. Ada guardava a terra quella che sulle prime pareva solo una pietra come le altre; ma Daeman, quando si avvicinò, vide i peli ispidi, le bizzarre appendici a pinna e i fori neri al posto degli occhi. L’oggetto pareva intagliato in legno segnato dalle intemperie.