«È una foca» disse Harman.
«Cos’è una foca?» chiese Hannah, piegandosi a toccare la sagoma immobile.
«Un mammifero acquatico. Ne ho viste lungo le coste, lontano dai nodi fax.» Si chinò a toccare la carcassa. «Disseccato… mummificato, per usare il termine giusto. Potrebbe essere qui da secoli. Millenni.»
«Allora siamo vicino alla costa» disse Ada.
«Non necessariamente» replicò Harman. Si rialzò e si guardò intorno.
«Ehi, quel grosso masso me lo ricordo» disse Daeman. «Il padiglione della birra era piantato proprio lì sotto.» Avanzò lentamente verso il masso, vicino alla parete del dirupo.
«Ne sei sicuro?» chiese Ada, quando gli altri lo raggiunsero. C’era solo il lastrone di pietra che si alzava verso le gelide stelle ardenti e le nubi frettolose. Cercarono sul terreno segni del padiglione, resti di falò, impronte di macchinari; non videro niente.
«Era un anno e mezzo fa» disse Harman. «Probabilmente i servitori hanno ripulito per bene e…»
«Oh, mio Dio!» lo interruppe Hannah.
Subito tutti si girarono. La ragazza in tuta arancione guardava il cielo. Anche gli altri alzarono la testa, notando nello stesso tempo il gioco di luce colorata sulle rocce intorno a loro.
Il cielo notturno era vivo di cortine di luce danzante, strisce di blu e di giallo e di rosso.
«Cos’è?» bisbigliò Ada.
«Non lo so» rispose Harman, anche lui sottovoce. La luce continuò a tremolare nella parte serena del cielo. Harman si tolse il cappuccio della tuta. «Oddio, a occhio nudo è quasi altrettanto brillante. Credo d’avere visto un fenomeno simile, decine di anni fa, quando ero…»
«Servitori» lo interruppe Daeman «cos’è quella luce?»
«Un fenomeno atmosferico associato a particelle cariche emesse dal Sole, che interagiscono con il campo elettromagnetico terrestre» fu la risposta di una delle macchine. «Non abbiamo più i particolari della spiegazione scientifica, ma il fenomeno ha vari nomi, compreso…»
«Va bene» disse Harman. «Basta così… ehi!» Si era rimesso il cappuccio e guardava il lastrone davanti a loro.
Sulla roccia c’erano complessi graffiti. Non parevano prodotti dal vento o da altre cause naturali.
«Cosa sono?» domandò Ada. «Sembrano diversi dai simboli nei libri.»
«Già» convenne Harman.
«Qualcosa del Burning Man?» chiese Hannah.
«Non ricordo graffi sulla roccia vicino al tendone della birra» disse Daeman. «Forse i servitori l’hanno raschiata nel rimuovere i materiali dopo il festival.»
«Forse» disse Harman.
«Non dovremmo continuare le ricerche qui intorno?» propose Ada. «Per trovare qualche segno rivelatore della donna che cerchi? Oppure che qui si sia svolto il Burning Man? Forse rimangono mucchietti di cenere.»
«Con questo vento?» rise Daeman. «Dopo un anno e mezzo?»
«Un pozzetto» disse Ada. «Un fuoco di bivacco. Potremmo…»
«No» disse Harman. «Qui non troveremo niente. Faxiamoci in un posto più caldo e mangiamo un boccone.»
Ada girò la testa a guardare Harman, ma non aprì bocca.
I due senatori si erano avvicinati e il voynix si stagliava appena dietro di loro.
«Ce ne andiamo» disse Harman al servitore più vicino. «Potete usare i raggi luminosi per illuminarci la strada per tornare al padiglione fax.»
Era appena passato mezzogiorno, a Ulanbat, e il solito centinaio di ospiti gironzolava durante la festa per la seconda Ventina di Tobi, al settantottesimo piano dei Cerchi al Cielo. I giardini pensili frusciavano e sospiravano per la brezza che soffiava dal rosso deserto. Daeman fu salutato da una moltitudine di giovanotti e di ragazze che non avevano notato la sua assenza negli ultimi giorni, ma seguì Harman, Hannah e Ada, che al lungo tavolo da banchetto avevano trovato cibi caldi da mangiare con le dita, e accettò il bicchiere di vino freddo versatogli da un servitore. Harman guidò gli altri lontano dalla folla, a un tavolo di pietra vicino al muretto che delimitava la sala circolare. Duecentocinquanta metri più in basso, carovane di cammelli spinti da servitori e seguiti da voynix procedevano sul fondo di terra battuta dell’autostrada di Gobi.
«Cosa c’è?» disse Ada, mentre mangiavano, seduti nell’ombra del giardino. «Laggiù è accaduto qualcosa.»
Harman aprì bocca per rispondere, esitò, attese che un servitore si allontanasse a mezz’aria. «Vi siete mai chiesti» disse poi «se quel servitore è lo stesso che avete appena visto da un’altra parte? Sono tutti uguali.»
«Che assurdità» commentò Daeman. Fra un morso e l’altro a una coscia di pollo, si leccava le dita e sorseggiava il vino freddo.
«Forse» disse Harman.
«Cos’hai visto laggiù nel buio?» chiese Hannah. «I graffi sulla roccia?»
«Erano numeri» rispose Harman.
Daeman rise. «No, non lo erano. Conosco i numeri. Tutti noi li conosciamo. Quelli non erano numeri.»
«Non assomigliavano ai segni sui libri» disse Ada. «Le parole.»
«No» intervenne Harman. «Penso che fosse il tipo di scrittura manuale della gente. Le parole erano scritte con lettere arrotondate e legate, in parte erose dal vento — sospetto che siano state scritte durante l’ultimo Burning Man — ma sono riuscito lo stesso a leggerle.»
«Parole!» Daeman rise. «Un attimo fa hai detto che erano numeri.»
«Cosa dicevano?» domandò Hannah.
Harman si guardò intorno di nuovo. «Otto-otto-quattro-nove» rispose a bassa voce.
Ada scosse la testa. «Pare un codice di nodo fax, ma è troppo alto. Non ho mai sentito un codice che iniziasse con due otto.»
«Non ce ne sono» confermò Daeman.
Harman si strinse nelle spalle. «Può darsi. Ma appena avremo finito, andrò a fare una prova qui al nodo fax centrale.»
Ada guardò l’orizzonte lontano. Sopra di loro erano visibili gli anelli, due strisce lattee che si incrociavano nel cielo azzurro chiaro. «Per questo hai tenuto le quattro termotute, anziché deporle nel bidone dei rifiuti come ci avevano detto i servitori?»
«Non mi ero accorto che l’avevi notato» disse Harman. Sogghignò e bevve un po’ di vino. «Ho cercato di non farmi vedere. Non sono tanto bravo a fare le cose di nascosto. Comunque i servitori si erano già faxati via.»
Come evocato, un servitore si avvicinò a riempire i bicchieri. La piccola macchina sferica si teneva Ebrata nel vuoto al di là del muretto, duecentocinquanta metri sopra il terreno giallo rossastro, mentre con le delicate braccia manipolatrici versava vino nei loro bicchieri.
Se Harman non avesse insistito perché indossassero la termotuta sotto gli abiti normali prima di faxarsi, forse sarebbero morti.
«Buon Dio» esclamò Daeman. «Dove siamo? Cosa succede?»
Non c’era il solito padiglione dei nodi fax. Il codice 8849 li aveva portati direttamente nel buio e nel caos. Sotto i piedi c’era ghiaccio. A ogni passo nel buio assoluto, i quattro sbattevano contro oggetti spigolosi. Perfino il portale fax era scomparso alle loro spalle.
«Ada!» chiamò Harman. «La luce!» I cappucci permettevano di vedere anche di notte, ma in quel momento nessuno di loro li aveva in testa e comunque pareva che in quel buio assoluto non ci fosse la minima traccia luminosa da amplificare.
«Sto cercando di accenderla… ecco!» La piccola torcia elettrica che Ada si era fatta prestare da Tobi riversò nella notte un sottile raggio luminoso che mostrò una porta spalancata e incrostata di ghiaccio, ghiaccioli lunghi un metro, onde di ghiaccio sotto i piedi. Ada mosse il raggio luminoso e tre facce coperte di termotuta colorata la fissarono, chiaramente sorprese.