«Non c’è padiglione» disse ad alta voce Harman.
«Ogni nodo fax ha un padiglione» ribatté Daeman. «Non può esistere un portale senza un padiglione. Giusto?»
«Nei vecchi tempi era diverso» disse Harman. «C’erano migliaia di nodi fax privati.»
«Ma di cosa parla, costui?» gridò Daeman. «Andiamo via di qui!»
Ada aveva girato il raggio luminoso nell’ambiente dove si erano faxati. Non c’era portale. Si trovavano in una piccola stanza con pareti, scaffalature e banconi, tutti coperti di ghiaccio. A differenza dei normali padiglioni, al centro della stanza non c’era il piedistallo con la piastra dei codici dei nodi fax. Ciò significava che non c’era via d’uscita. Nessuna possibilità di tornare indietro. Milioni di scaglie di ghiaccio danzavano nel raggio della torcia. Al di là delle pareti, il vento ululava.
«Daeman, ciò che hai detto poco fa sembra vero, adesso» disse Harman.
«Eh? Cos’ho detto poco fa?»
«Che siamo in trappola. Come topi.»
Daeman roteò gli occhi. Il raggio della torcia si spostò sulle pareti incrostate di ghiaccio. Il vento ululò più forte.
«Pare il vento della Valle Secca» disse Hannah. «Ma là non c’erano edifici. Giusto?»
«Non credo» disse Harman. «Ma sospetto che ci troviamo ancora in Antartide.»
«Dove?» chiese Daeman, battendo i denti. «Cos’è an… antartiche?»
«Quel luogo gelido dov’eravamo stamattina» spiegò Ada. Varcò il vano della porta, lasciando gli altri nel buio per un momento. I tre si affrettarono a raggiungerla e si accalcarono dietro di lei come paperotti dietro mamma papera. «Qui c’è un corridoio» disse Ada. «Attenti a dove mettete i piedi. Sul pavimento c’è un palmo di ghiaccio e neve.»
Il corridoio ghiacciato conduceva a una cucina ghiacciata, la cucina ghiacciata si apriva su un soggiorno ghiacciato con divani rovesciati cosparsi di neve. Ada passò il raggio luminoso su una parete con una finestra dalla tripla incrostazione di ghiaccio.
«Credo di sapere dove siamo» mormorò Harman.
«Lascia perdere dove siamo» disse Hannah. «Come ne usciamo?»
«Un momento» fece Ada e abbassò sul pavimento il raggio luminoso, in modo che tutti furono illuminati dalla luce riflessa. «Voglio sapere dove ci troviamo, secondo te.»
«Si dice che la donna che cerco, l’Ebrea Errante, avesse una casa, un domi, sul monte Erebus, un vulcano dell’Antartide.»
«Nella Valle Secca?» chiese Daeman. Continuava a girare la testa e guardare il buio alle loro spalle. «Dio, sono congelato!»
Hannah si mosse sul ghiaccio, verso di lui, con tale velocità che Daeman arretrò barcollando e rischiò di scivolare. «Sciocco, prova a tirarti su il cappuccio della termotuta. Anche noi. Se no, rischiamo il congelamento. Inoltre perdiamo un mucchio di calore corporeo dal cuoio capelluto.» Diede l’esempio e si tirò sulla testa il cappuccio.
Tutti si affrettarono a imitarla.
«Così va meglio» disse Harman. «Ora un poco ci vedo. E sento anche meglio, gli auricolari della tuta soffocano l’ululato del vento.»
«Prima dicevi che quella donna ha una casa in un vulcano. Vicino alla Valle Secca? Tanto vicino che possiamo raggiungere il padiglione fax nella valle?»
Harman allargò le braccia in un gesto d’impotenza. «Non lo so. Mi ero chiesto se aveva fatto così la comparsa al Burning Man, limitandosi ad andarci a piedi, ma non conosco la geografia. I due posti potrebbero distare più di mille chilometri.»
Daeman guardò la buia finestra incrostata di ghiaccio e i vetri infrangibili scossi dal vento. «Là fuori non ci vado» disse in tono deciso. «Per nessuna ragione al mondo.»
«Una volta tanto sono d’accordo con Daeman» ammise Hannah.
«Non ci capisco niente» disse Ada. «Hai detto che quella donna visse molto tempo fa, vite intere, secoli e secoli. Come potrebbe…»
«Non lo so» la interruppe Harman. Prese da Ada la torcia e si avviò nel corridoio successivo. Fu bloccato da quelle che parevano sbarre bianche. Mentre gli altri guardavano, tornò nel soggiorno dove la neve si era accumulata, prese il più pesante pezzo di mobilio che riuscì a staccare dal ghiaccio (un pesante tavolo, le cui gambe si spezzarono quando lui lo liberò dal ghiaccio) e tornò indietro a rompere i ghiaccioli, uno dopo l’altro, facendosi strada nel corridoio pieno di neve.
«Cosa combini?» gli gridò Daeman. «Cosa ci guadagniamo ad andare lì? Nessuno ci ha messo piede da un milione di anni. Finiremo tutti congelati, quando…»
Con un calcio Harman spalancò la porta in fondo al corridoio. Ne uscì un fiotto di luce. E di calore. Gli altri tre raggiunsero Harman, muovendosi con la massima velocità possibile sull’infido pavimento coperto di ghiaccio.
La stanza, come quella dove erano stati faxati, misurava circa dieci metri quadrati ed era senza finestre. Ma, a differenza dell’altra, era calda, illuminata e priva di neve o ghiaccio. Ed era quasi totalmente occupata da un disco metallico del diametro di più di tre metri. Il disco galleggiava silenziosamente a un metro dal pavimento. Un campo di forza brillava come un baldacchino di vetro sopra la parte superiore del cerchio argenteo. Sul piano c’erano sei incavature rivestite di un morbido materiale nero; ciascuna, a forma di corpo umano, presentava due corte impugnature o manopole di comando in corrispondenza dei punti dove si sarebbero dovute posizionare le mani.
«Si direbbe che qualcuno aspettasse altri due, oltre a noi» mormorò Hannah.
«Ma che diavolo è?» chiese Daeman.
«Credo sia un sonie, detto anche VVA» rispose Harman, anche lui a voce bassa.
«Cosa?» chiese Daeman. «Cosa significa, quella parola?»
«Non lo so» rispose Harman. «Ma la gente dell’Età Perduta usava macchine come questa per volare in giro.» Toccò il campo di forza, che sotto le dita si divise come mercurio, gli rifluì intorno alla mano e gli inghiottì il polso.
«Attento!» gridò Ada, ma Harman si era già abbassato prima sulle ginocchia e poi sullo stomaco; si distese carponi e si sistemò sul morbido materiale nero. Testa e schiena sporgevano un pochino dalla curvatura superiore della macchina.
«Tutto bene» disse Harman. «È comodo. E caldo.»
Gli altri si fidarono. Ada fu la prima a strisciare sul velivolo, stendendosi sullo stomaco e stringendo le impugnature. «Sono una sorta di comandi?» chiese.
«Non ne ho idea» rispose Harman, mentre Hannah e Daeman prendevano posto nelle incavature esterne, lasciando vuote le due centrali.
«Non sai come far volare quest’aggeggio?» s’informò Ada, in tono un po’ più stridulo, stavolta. «Dai libri? Dalle tue letture?»
Harman si limitò a scuotere la testa.
«Allora che ci facciamo qua sopra?» chiese Ada.
«Una prova» rispose Harman. Girò la parte superiore della manopola destra. C’era un pulsante rosso. Harman lo premette.
La parete di fronte a loro scomparve come soffiata via nella notte antartica. Vento freddo e fiocchi di neve turbinarono intorno a loro in un’accecante implosione, come se l’aria della stanza fosse fuggita via e avesse attirato la tempesta al suo posto.
Harman aprì bocca per dire: "Tenetevi forte!", ma prima che potesse parlare, il disco balzò fuori dalla stanza a velocità incredibile, premendo contro il metallo la suola delle loro scarpe e costringendo tutti ad afferrarsi freneticamente alle manopole.
La bolla del campo di forza sulla loro testa li tenne in vita, mentre il sonie, il Veicolo a Volo Automatico, il "disco volante", sfrecciava fuori dal bianco vulcano alle cui pendici erano abbarbicati, sul lato verso il mare, edifici in rovina incrostati di ghiaccio. Le lenti a visione notturna nel cappuccio delle termotute permisero ai quattro passeggeri di vedere la foresta d’abeti, lungo la costa, morta e congelata, le attrezzature automatiche abbandonate e coperte di neve, lungo una baia, e poi il bianco mare… bianco di ghiaccio.