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Il disco si mise in assetto orizzontale a circa trecento metri sul mare ghiacciato e si allontanò velocemente dalla terraferma.

Harman lasciò una manopola il tempo sufficiente a mettere in funzione l’indicatore direzionale sulla palma. «Nordest» disse agli altri, attraverso l’intercom della termotuta.

Nessuno rispose. Tutti si tenevano stretti e tremavano troppo per fare commenti sulla direzione in cui la macchina puntava nel portarli alla morte.

Harman tenne per sé un particolare: se le vecchie mappe da lui studiate erano precise, per migliaia di chilometri in quella direzione non c’era niente. Niente.

Dopo dieci minuti di volo il disco cominciò a perdere quota. Avevano oltrepassato il ghiaccio e ora volavano sopra acqua nera disseminata di iceberg.

«Cosa succede?» chiese Ada. Trovò odioso il tremolio nella propria voce. «Questo coso ha terminato l’energia… il carburante… o quello che usa, qualsiasi cosa sia?»

«Non so» rispose Harman.

Il disco tornò in assetto orizzontale a una trentina di metri appena sopra l’acqua.

«Guardate!» esclamò Hannah. Staccò dalla manopola la mano per indicare un punto davanti a loro.

All’improvviso il dorso di una creatura enorme, vivente, coperta di cirripedi per l’età, con la carne corrugata e dura, infranse il freddo mare, col suo calore da mammifero che irradiava come sangue pulsante nelle lenti potenziate per la visione notturna. Uno zampillo d’acqua si alzò verso di loro e Harman sentì odore di pesce nell’aria fresca che il campo di forza lasciava passare.

«Cosa…» cominciò Daeman.

«Credo si chiami… balena, se la pronuncia è esatta… ma pensavo che quella specie si fosse estinta millenni fa, prima del fax finale.»

«Forse i post-umani l’hanno riportata qui nel corso del fax finale!» disse Ada, dall’intercom della tuta.

«Forse.»

Sfrecciarono più lontano sul mare, sempre verso est-nordest; dopo alcuni minuti in cui il disco si manteneva a quella quota, i quattro passeggeri cominciarono a rilassarsi un poco, adattandosi, come l’uomo ha fatto da epoche immemorabili, alla nuova e strana situazione. Harman si era girato sul fianco e guardava le brillanti stelle che comparivano fra le nubi sparse; a un tratto fu scosso dal grido di Ada. «Guardate! Davanti a noi!»

All’orizzonte scuro era comparso un grosso iceberg e il disco gli si precipitava contro. La macchina aveva già sorvolato o scansato altri iceberg, ma nessuno grande come quello (si estendeva ai lati per chilometri, come una brillante muraglia biancazzurra nelle lenti per la visione notturna) né alto come quello (era chiaro che la cima del gigantesco iceberg superava l’attuale quota del loro velivolo).

«Cosa possiamo fare?» chiese Ada.

Harman scosse la testa. Non aveva idea della velocità del sonie (nessuno di loro aveva mai viaggiato a velocità superiore di quella di una troika tirata da un voynix) ma capiva che era elevata e immaginava che l’impatto li avrebbe uccisi tutti.

«Ci sono altri comandi nella manopola?» chiese Hannah. La sua voce era curiosamente calma.

«No» rispose Harman.

«Potremmo saltare» disse Daeman, dietro e a sinistra di Harman. Il disco si inclinò un poco, mentre Daeman si alzava sulle ginocchia e sui gomiti, con la testa a sfiorare la bolla del campo di forza.

«No» disse Harman, mettendo nella parola la forza del comando. «Non dureresti trenta secondi in mare, anche sopravvivendo alla caduta… e già questo mi pare impossibile. Rimettiti disteso.»

Daeman tornò a distendersi.

Il disco non rallentò né cambiò direzione. La parete dell’iceberg (Harman immaginò che il blocco di ghiaccio avesse un diametro di almeno tre chilometri) si precipitò contro di loro, sempre più grande. Harman stimò che si alzasse almeno cento metri sull’acqua. Sarebbero andati a sbattere a due terzi della gelida muraglia.

«Non possiamo fare niente?» chiese Ada. Una constatazione, più che una domanda.

Harman si tolse il cappuccio e la guardò. L’aria fredda non era poi male, nell’abitacolo prodotto dal campo di forza. «Non credo» disse. «Mi spiace.» Allungò la mano destra a prenderle la sinistra. Ada si tolse il cappuccio per mostrargli gli occhi. Poi tutt’e due tennero allacciate le dita per qualche secondo.

Un centinaio di metri prima della rovinosa collisione, il disco rallentò di nuovo e prese quota. Sgattaiolò sopra il bordo superiore dell’iceberg di appena tre metri, e virò a destra, volando a sud sulla superficie ghiacciata. Rallentò ancora, rimase librato e poi si posò sull’iceberg, con sfrigolio di neve surriscaldata.

Harman e gli altri restarono immobili e in silenzio per qualche secondo, aggrappati alle manopole, senza dare voce ai propri pensieri.

La bolla del campo di forza scomparve e all’improvviso Harman sentì il tremendo gelo e il vento bruciargli la faccia. Si calò in fretta il cappuccio, guardando Ada che lo imitava.

«Dovremmo scendere da questo coso, prima che decida di portarci da un’altra parte» disse piano Hannah nell’intercom.

Scesero in fretta. Il vento li spinse con forza, minacciando di gettarli a terra, si calmò un poco, li spinse di nuovo. La spruzzaglia tempestò loro i vestiti e i cappucci.

«E ora?» disse Ada.

Quasi in risposta, si accese una doppia fila di fari rossi a luce infrarossa: delimitava un sentiero largo tre metri che partiva dal disco e procedeva per un centinaio di metri fino a… niente.

Lo percorsero insieme, reggendosi l’un l’altro nel vento. Se i fari non fossero stati così brillanti nella visione notturna, avrebbero dato la schiena al vento e si sarebbero smarriti nel giro di pochi secondi, fino a quando non avessero messo il piede giù dal bordo dell’iceberg, chissà dove alla loro destra.

Il sentiero terminò in un buco nel terreno dell’iceberg. Il ghiaccio era stato intagliato a gradini che scomparivano verso un altro bagliore rosso, molto lontano in profondità.

«Dobbiamo scendere?» chiese Hannah.

«Abbiamo scelta?» brontolò Daeman.

I gradini erano scivolosi sotto le scarpe da passeggio, ma una sorta di fune da scalata correva lungo la parete di destra, fissata con chiodi metallici e anelli, e nella discesa i quattro si ressero a quella. Harman contò quaranta gradini, poi la scala parve terminare contro una parete di ghiaccio. No, proseguiva a destra (cinquanta gradini, stavolta) e poi a sinistra per altri cinquanta; la discesa era illuminata da fonti luminose fredde a infrarossi inserite a intervalli nel ghiaccio.

In fondo alla scala un corridoio portava nel cuore dell’iceberg e il percorso era illuminato da luci verdi e azzurre, oltre che rosse. In certi punti c’erano bivi, ma la via alternativa era sempre buia e l’altra illuminata. A un tratto percorsero un corridoio in leggera salita, poi scesero per una trentina di metri o più. Curve e bivi e alternative divennero un vero labirinto impossibile da ricordare.

«Qualcuno ci aspetta» mormorò Hannah.

«Ci conto» disse Ada.

Sbucarono in un vasto atrio, forse venti metri in larghezza nel punto più ampio, col soffitto di ghiaccio a dieci metri, le pareti punteggiate da vari altri ingressi collegati da scale di ghiaccio, il pavimento spianato a diversi livelli. Riscaldatori su piedistallo emettevano un bagliore arancione e fonti luminose di vario tipo erano infisse alle pareti, al pavimento e al soffitto.

Su una delle basse pedane c’erano quelle che parevano pellicce di animali, cuscini e un tavolino con ciotole di cibo e caraffe e bicchieri. I quattro si raccolsero intorno al tavolino e guardarono, dubbiosi, ciò che vi era disposto sopra. Nessuno si sedette sui cuscini o sulle pellicce.

«È tutto a posto» disse una voce femminile alle loro spalle. «Non sono avvelenati.»

La donna era sbucata da un’alta porta di ghiaccio accanto alla pedana; scese una scala a zigzag e venne verso di loro. Harman ebbe il tempo di notare i capelli della dorma (di un colore grigio quasi bianco, una scelta che solo pochi eccentrici facevano) e il viso segnato da rughe, proprio come aveva detto Daeman. Quella donna era davvero vecchia, in un modo che nessuno di loro, tranne Daeman all’ultimo Burning Man, aveva mai visto; e l’effetto turbò perfino Harman, nonostante i suoi novantanove anni.