La massa di Orphu era incredibile, peggiorata dalla rotazione, ma la corda era infrangibile, proprio come la volontà di Mahnmut in quel momento. Il moravec tirò se stesso e Orphu più vicino allo scomparto aperto e al sommergibile in attesa.
La nave spaziale iniziò a spaccarsi per le tensioni; pezzi della poppa si staccarono, volarono oltre Mahnmut che si teneva attaccato al guscio di Orphu e due tonnellate di metallo mancarono per meno di cinque metri la testa del piccolo moravec. Mahnmut tirò dentro Orphu e se stesso.
Impresa inutile. La nave si disintegrava intorno al Dark Lady, le esplosioni squarciavano ancora di più lo scafo e camere interne pressurizzate cedevano. Mahnmut non avrebbe raggiunto il sommergibile prima che cadesse a pezzi.
«E va bene» borbottò. «La montagna verrà a Maometto.»
«Cosa?» gridò Orphu, per la prima volta in tono allarmato.
Mahnmut aveva dimenticato che il cavo di comunicazione era operativo. «Niente. Reggiti forte.»
«Come posso reggermi, amico mio? Non ho più le braccia e le mani. Devi reggerti tu a me!»
«Giusto» disse Mahnmut. Accese tutti i propulsori, consumò in men che non si dica la scorta d’energia e passò alla riserva d’emergenza.
Funzionò. Il Dark Lady emerse dallo scomparto qualche attimo prima che il ventre della nave iniziasse a disintegrarsi.
Mahnmut azionò ancora i propulsori e vide globuli di metallo fuso schizzare sul guscio già rovinato del povero Orphu. «Mi spiace» mormorò, mentre consumava il carburante rimastogli per trainare il sommergibile lontano dalla nave spaziale morente.
«Cosa ti spiace?» chiese Orphu.
«Non badarci» ansimò Mahnmut. «Te lo dirò dopo.»
Trainò, spinse, accelerò e trasportò l’enorme Orphu nello scomparto di carico quasi vuoto. Nel buio si sentì meglio: non aveva più le vertigini per la folle alternanza stelle/pianeta/stelle/pianeta. Infilò il suo amico nella cavità principale del vano di carico e lo bloccò con le morse regolabili.
Adesso Orphu era al sicuro. Probabilmente tutt’e tre, il Dark Lady e i due moravec, erano condannati, ma almeno avrebbero terminato insieme l’esistenza. Mahnmut collegò Orphu al sistema di trasmissione del sommergibile.
«Per il momento sei salvo» ansimò, sentendo che le parti organiche del suo corpo sfioravano il sovraccarico. «Adesso taglio il cavo della linea portatile.»
«Cosa…» cominciò Orphu, ma Mahnmut aveva già tagliato il cavo e saliva a forza di braccia verso la camera d’equilibrio. Scoprì con piacere che funzionava ancora.
Con le ultime forze, si tirò su nel corridoio interno sotto vuoto, raggiunse la nicchia ambientale, bloccò con un rampone il portello, ma non pressurizzò la camera, si collegò invece al canale supporto vita. Sentì fluire l’ossigeno. L’intercom sibilò di scariche. I sistemi del sommergibile riferirono la presenza di danni sopportabili.
«Ci sei ancora?» chiese Mahnmut.
«Dove ti trovi?»
«In camera di manovra.»
«Qual è la situazione, Mahnmut?»
«In pratica la nave, a furia di roteare su se stessa, è andata in pezzi. Il sommergibile è più o meno intatto, compresi la copertura antiradar e i propulsori di prua e di poppa, ma non ho idea di come manovrarli.»
«Manovrarli?» ripeté Orphu, sorpreso. Ma subito capì. «Sei ancora deciso a entrare nell’atmosfera marziana?»
«Abbiamo altra scelta?»
Il silenzio durò un paio di secondi: Orphu evidentemente rifletteva. Alla fine disse: «Sono d’accordo». E poi: «Pensi di riuscire a volare nell’atmosfera?».
«Neanche per sogno» rispose Mahnmut, in tono quasi allegro. «Ora scarico il software di comando preparato da Koros e lascio a te il compito di pilotare.»
Come risposta giunse quel rumore a metà tra il rombo e lo starnuto, anche se Mahnmut trovava difficile credere che il suo amico ridesse in quel particolare momento. «Stai scherzando di certo» disse Orphu. «Sono cieco. Non ho più gli occhi e le telecamere e anche tutta la rete ottica sono bruciate. Sono una rovina. In pratica sono un pezzetto di cervello in un paniere rotto. Dimmi che scherzavi.»
Mahnmut scaricò la programmazione sui propulsori aggiuntivi esterni, sui paracadute… l’intera criptica pappardella. Mise in funzione tutte le telecamere sullo scafo, ma distolse subito lo sguardo: il movimento rotatorio gli dava le vertigini come prima. Ora Marte riempiva il campo visivo — calotta polare, mare azzurro, calotta, mare, un pezzetto di spazio nero, calotta polare — e, a guardare, Mahnmut si sentiva venire la nausea. «Ecco fatto» disse, quando ebbe finito di scaricare. «Io sarò i tuoi occhi. Ti darò tutti i dati di navigazione che il sommergibile può copiare dal software di reazione. Tu ci stabilizzi e ci fai volare.»
Stavolta la rombante risata fu chiara. «Certo, perché no?» disse Orphu. «Diavolo, la caduta, da sola, ci ucciderà.»
Agli ordini di Orphu, i propulsori disposti in cerchio intorno al Dark Lady cominciarono ad accendersi.
15
PIANA DI ILIO
Diomede, letteralmente portato in battaglia da Atena — da guerra vestita, di nubi ammantata, dei cavalli alla guida — corre ad assalire Ares.
Non ho mai visto niente di simile. Prima il potenziato figlio di Tideo, Diomede, ferisce Afrodite; ora chiama a singoiar tenzone lo stesso dio della guerra. Aristeia con un dio. Incredibile.
Ares, nel suo solito modo, solo stamani ha promesso a Zeus e ad Atena che avrebbe aiutato i greci; adesso, spronato dagli scherni di Apollo e dalla propria infida natura, ha cominciato ad assalire senza quartiere gli argivi. Qualche minuto fa ha ucciso Peritante, figlio di Ochesio, il più prode degli etoli, ed è impegnato a spogliarlo, quando alza gli occhi e vede venirgli addosso il cocchio guidato da Atena. La dea stessa è ora nascosta da un manto di tenebra. Ares non può non sapere che un dio o una dea guida il cocchio, ma non perde tempo nel tentativo di scoprire chi si nasconde nella nube d’invisibilità; è troppo ansioso di uccidere Diomede.
Il dio colpisce per primo, scaglia la lancia con la precisione che solo un dio possiede. La lancia sorvola il bordo del cocchio, dritta verso il cuore di Diomede, ma Atena protende la mano dalla nube di tenebra e con un colpo la devia. Per un istante Ares può solo fissare, incredulo, la lancia di divino ferro battuto continuare il volo e conficcare nel terreno sassoso la punta in lega di tungsteno.
Ora, mentre il cocchio passa rumorosamente, è la volta di Diomede; il greco si sporge al massimo e vibra in un affondo, con tutta la sua energia potenziata, la lancia di bronzo. L’involucro del campo di Planck diviso con Pallade Atena consente all’arma umana di trapassare prima il campo di forza del dio della guerra, poi la sua panciera riccamente ornata, poi le sue divine viscere.
Il grido di dolore di Ares, quando giunge, fa sembrare un bisbiglio il risonante urlo lanciato poco prima da Afrodite. Ricordo che Omero dice che lui urlava "come gridano alto novemila o diecimila guerrieri in campo, quando si azzuffano con furia". La descrizione, in realtà, è troppo modesta. Per la seconda volta in questa giornata di sangue i due eserciti impietriscono nel loro sinistro lavoro di macellai, colti da mortale paura a un simile divino rumore. Perfino il nobile Ettore, intento ora in niente di più nobile che aprirsi a colpi di spada la via fra carni achee per uccidere Odisseo in fuga, cessa l’assalto e gira la testa verso il tratto di terreno insanguinato dove Ares è stato ferito.
Diomede salta dal cocchio guidato da Atena per terminare il lavoro su Ares, ma il dio della guerra, torcendosi ancora nel divino dolore, si deforma, cresce, cambia, perde l’aspetto umano. L’aria intorno a Diomede e alla mischia di greci e di troiani in lotta per l’ormai dimenticato cadavere di Perifante si riempie all’improvviso di terriccio, detriti, brandelli di stoffa e di cuoio: Ares abbandona la forma di dio umano e diviene… altro. Dove un attimo prima si ergeva l’alto dio Ares, ora si erge un turbinante ciclone di nera energia al plasma la cui elettricità statica si scarica in fulmini casuali che colpiscono argivi e troiani insieme.