Diomede arresta l’attacco e si ritrae, facendosi piccolo, l’istinto sanguinario per il momento smorzato dalla furia del ciclone.
Ares scompare, si telequanta via, tenendosi con le mani insanguinate le viscere, e il campo di battaglia rimane quasi immobile, come se gli dèi avessero di nuovo fermato il tempo. Ma no, gli uccelli continuano a volare, la polvere si posa, l’aria si muove. L’immobilità è ora stupore reverenziale, niente di più, niente di meno.
«Hai mai visto una cosa simile, Hockenberry?»
Trasalisco alla voce di Nightenhelser. Avevo dimenticato che è qui. «No» rispondo. Restiamo in silenzio per un momento e poi la mortale battaglia riprende, dopo che la sagoma di Atena scompare dal cocchio di Diomede; allora mi allontano dal mio collega. «Ora mi morfizzo e vado a vedere come reagisce la famiglia reale sulle mura di Ilio» gli dico, prima di scomparire alla sua vista.
Mi morfizzo, infatti, ma è solo uno stratagemma per coprire la mia effettiva scomparsa. Nascosto dalla polvere e dalla confusione neEe file troiane, mi metto in testa l’Elmo di Ade, attivo il medaglione, mi telequanto dietro il dio ferito e seguo la sua pista quantica nello spazio distorto, fino a Olimpo.
Emergo dalla traslazione quantica non sui prati di Olimpo e neppure nella Sala degli Dèi, ma in un vasto locale che assomiglia più all’ambulatorio di una clinica medica del tardo ventesimo secolo che a qualsiasi edificio o ambiente interno che abbia mai visto su Olimpo. Gruppi di dèi e altre creature si aggirano in un ambiente che pare sterile; per mezzo minuto, dopo la traslazione di fase, trattengo il fiato (di nuovo) con un forte batticuore, mentre aspetto di capire se gli dèi e i loro tirapiedi sono in grado di rilevare la mia presenza.
Non la rilevano, è chiaro.
Ares si trova su una sorta di tavolo operatorio, attorniato da tre entità o creature, umanoidi ma non completamente umane, che si occupano di lui. Potrebbero essere robot, ma più tirati a lustro e d’aspetto organico e "alieno" di qualsiasi robot mai sognato nel mio tempo; uno ha messo in funzione l’apparecchiatura per fleboclisi e un altro passa sul ventre squarciato di Ares un brillante raggio di luce che pare ultravioletta.
Il dio della guerra tiene ancora le viscere nelle mani insanguinate. Sembra sofferente, impaurito e incazzato. Umano, insomma.
Lungo la smisurata parete bianca ci sono enormi vasche alte più di sei metri, piene di un gorgogliante liquido viola, vari tubicini e fili e… dèi: perfette figure umane, alte, abbronzate, in vari stadi di quella che potrebbe essere ricostruzione o decomposizione. Vedo cavità organiche aperte, ossa bianche, rossa carne striata, il nauseante lampo di crani nudi. Non riconosco le altre figure divine, ma nella vasca accanto a quella a me più vicina galleggia Afrodite, nuda, occhi chiusi, capelli allargati, corpo perfetto tranne che per la perfetta mano quasi staccata dal polso del perfetto braccio. Un tumultuoso mucchio di vermi verdi si muove a spirale intorno a legamenti, tendini, ossa: o divora o sutura o tutt’e due. Guardo da un’altra parte.
Zeus entra nella lunga sala e incede fra monitor medici privi di quadrante, davanti a robot con quella che pare carne sintetica, fra dèi che s’inchinano e arretrano per rendergli onore. Per un istante il dio gira la testa dalla mia parte: due occhi inquietanti, sotto sopracciglia grigie, si puntano su di me e capisco d’essere stato scoperto.
Aspetto il fulmine di Zeus. Non giunge. Zeus si gira (si direbbe quasi che sorrida) e si ferma davanti ad Ares, ancora seduto e piegato in due sul tavolo, fra macchine affaccendate e creature robotiche che si occupano delle cure.
Rimane davanti al dio ferito, a braccia conserte, con la toga ben drappeggiata, testa china, barba grigia pareggiata con cura, grigie sopracciglia cespugliose, petto nudo irradiante luce bronzea e forza, espressione fiera: più preside irritato che padre preoccupato, direi.
Ares parla per primo. «Padre Zeus, non t’infuria vedere tale umana violenza, tale sanguinosa opera? Siamo gli eterni, immortali dèi, ma, dio li maledica, patiamo ferite e insulti, grazie alle nostre stesse divine dispute e volontà in conflitto, ogni volta che mostriamo a questi puzzolenti mortali un briciolo di gentilezza. È già dura che ci tocchi combattere quei mortali figli di puttana resi pazzi furiosi dalla nanotecnologia, signore Zeus, ma dobbiamo anche combattere te!»
Ares prende fiato, fa una smorfia di dolore e aspetta. Zeus rimane in silenzio, continua a guardare in cagnesco, pare riflettere sulle parole del dio della guerra.
«E Atena!» ansima il dio ferito. «Hai lasciato che quella ragazza passasse il segno, o figlio di Crono. Da quando l’hai messa al mondo dalla tua stessa testa — quella figlia del chaos e della distruzione — gliele hai sempre date tutte vinte, non hai mai arginato la sua sconsideratezza. E ora lei ha convertito il mortale Diomede in una delle sue armi, l’ha spronato a infuriare contro noi dèi.»
Ares adesso è furibondo. Volano schizzi di saliva. Vedo ancora le spire grigiastre dei suoi intestini in ciò che pare sangue dorato.
«Prima ha incitato quel… quel… mortale a colpire Afrodite, ferendola al polso, spargendo sangue divino. Gli assistenti del Guaritore dicono che per riprendersi dovrà stare nella vasca un giorno intero. Poi Atena sprona Diomede ad assalire me — me, il dio della guerra — e il greco, potenziato dalla nanotecnologia, era abbastanza veloce da mandare anche me nelle vasche per giorni o settimane, forse addirittura rendere necessaria la resurrezione, se non fossi stato ancora più veloce di lui. Se con la punta della lancia mi avesse preso il cuore, sarei ancora laggiù a torcermi fra cadaveri umani, soffrendo più di quanto già non soffra, cercando di tenere duro, ma battuto da semplice bronzo mortale, debole come un ansimante fantasma dei giorni della nostra vecchia Terra e…»
«BASTA!» tuona Zeus e non solo ferma la diatriba di Ares, ma blocca ogni dio e robot presente. «Non ascolterò più lamenti a vanvera da te, Ares, bugiardo, ipocrita, infida cacchetta di passero, miserabile burla d’uomo, altro che dio.»
Ares batte le palpebre, sorpreso, e apre la bocca, ma (saggiamente, ritengo) decide di non interromperlo.
«Quanti lamenti e gemiti per un piccolo taglietto!» lo deride Zeus. Allarga le possenti braccia e protende una mano gigantesca, come per prepararsi a eliminare con un ordine il dio della guerra. «Ti odio più di tutti i vermi scelti per diventare dèi, quando fu l’ora del nostro Cambiamento, miserabile ipocrita. Tu, cuore di vigliacco, che ami la morte e le sinistre battaglie e il sanguinoso mulino della guerra. Hai la cattiveria di tua madre, Ares, e anche la sua violenza… a stento riesco a tenere Era al suo posto, lo ammetto, soprattutto quando decide di attuare un piccolo progetto che le sta a cuore, come massacrare gli achei fino all’ultimo uomo.»
Ares si piega in due, come ferito dalle parole di Zeus, ma sospetto che la causa del dolore sia in realtà il robot sferico librato a mezz’aria che gli ricuce l’addome con quella che pare una cucitrice industriale portatile.
Zeus non bada all’attività dei medici e passeggia avanti e indietro, giungendo a due metri da me, prima di girarsi e tornare di fronte ad Ares, che si mantiene ingobbito, con smorfie di dolore.
«Mi auguro che sia il suggerimento di tua madre, la spinta di Era, a farti soffrire così, o dio della guerra…» Colgo benissimo il divino sarcasmo nella voce di Zeus. «Preferirei che tu morissi…»