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Ares drizza la testa, ora davvero sorpreso e terrorizzato.

Zeus scoppia a ridere nel vedere l’espressione del dio della guerra. «Non sai che possiamo morire? Morire al di là della ricostruzione nelle vasche o della resurrezione ricombinante? Possiamo, figlio mio, possiamo!»

Ares abbassa gli occhi, confuso. La macchina ha quasi terminato di rimettere nell’addome le divine viscere e di applicare nella carne del muscolo gli ultimi punti di sutura.

«Guaritore!» tuona Zeus e una creatura alta e decisamente non umana emerge da dietro le vasche gorgoglianti. La creatura è un millepiedi, più che una macchina, con braccia multiple, ciascuna con giunture multiple, e rossi occhi da mosca in cima a quattro metri e mezzo di corpo dai multipli segmenti. Cinghie e congegni e bizzarri frammenti organici pendono da finimenti attaccati al gigantesco corpo d’insetto del Guaritore.

«Sei sempre mio figlio» dice Zeus, con voce più dolce, il Signore del Tuono al sofferente dio della guerra. «Sei mio figlio come io sono figlio di Crono. A me tua madre ti ha partorito.»

Ares alza la mano insanguinata, quasi a voler afferrare il braccio di Zeus, ma questi non bada al gesto. «Ma credimi, Ares. Se tu fossi nato dal seme di un altro dio e, crescendo, ti fossi rivelato una così merdosa delusione, stai tranquillo che da un bel pezzo ti avrei gettato in quel profondo pozzo buio dove i Titani si torcono ancora oggi.»

Con un gesto invita il Guaritore a occuparsi di Ares, poi si gira ed esce a grandi passi dalla sala.

Arretro, come gli altri dèi presenti, mentre il gigantesco Guaritore prende Ares in cinque delle molte braccia, lo porta alla vasca vuota, lo collega a vari fili e tubicini e cavetti e lo lascia cadere nel gorgogliante liquido viola. Appena sprofonda anche col viso, Ares chiude gli occhi; da varie aperture nel vetro sciamano i vermi verdi e si mettono al lavoro sul ventre devastato del dio.

Decido che è ora di andarmene.

Comincio a imparare il ritmo del teletrasporto quantico con questo congegno a forma di medaglione. Mi basta raffigurare con chiarezza nella mente il posto dove voglio andare e il congegno mi telequanta lì. Richiamo alla mente il campus della mia università nell’Indiana, ultimi anni del ventesimo secolo. Il congegno non reagisce. Con un sospiro richiamo alla mente il dormitorio degli scoliasti alla base di Olimpo.

Il medaglione mi ci porta subito. Mi materializzo (sono sempre invisibile, grazie all’Elmo di Ade) ai piedi dei rossi gradini di fronte alla verde porta del casermone di pietra rossa.

È stata una giornata maledettamente lunga e voglio solo trovare la mia branda, togliermi di dosso tutta questa roba e farmi un buon sonno. Ci pensi Nightenhelser a fare rapporto alla Musa.

Come se il mio pensiero l’avesse evocata, la Musa compare, a soli due metri da me, e spalanca la porta del casermone. Resto sorpreso. La Musa non è mai venuta nei dormitori; siamo sempre noi a prendere l’ascensore di cristallo e salire da lei.

Protetto dalla tecnologia dell’Elmo di Ade che mi rende invisibile, la seguo nella sala comune.

«Hockenberry!» grida la Musa, con la potente voce da dea.

Uno scoliaste più giovane di me, Blix, uno studioso di Omero del ventiduesimo secolo assegnato al turno di notte nella piana di Ilio, esce dalla sua stanza al pianterreno, sfregandosi gli occhi, con aria istupidita.

«Dov’è Hockenberry?» chiede la mia Musa.

Blix scuote la testa e resta a bocca aperta. Si è appena alzato dal letto e ha addosso un paio di boxer e una maglietta macchiata.

«Hockenberry!» ripete con impazienza la Musa. «Nightenhelser dice che è andato a Ilio, ma lì non c’è. Non ha fatto rapporto. Hai visto passare qualche scoliaste del turno di giorno?»

«No, dea» risponde il povero Blix, chinando la testa in una sorta d’approssimazione della deferenza.

«Tornatene a letto» ordina la Musa, disgustata. Esce, guarda giù verso la spiaggia dove gli omini verdi tirano con fatica le teste di pietra dalla cava; poi si telequanta e lascia un vuoto che l’aria riempie subito con un lieve schiocco.

Potrei seguire la sua pista nello spazio di traslazione di fase, ma per quale motivo? Evidentemente vuole farsi restituire l’Elmo di Ade e il medaglione. Con Afrodite nella vasca, sono per lei una potenziale causa di danni… Scommetto che, oltre ad Afrodite, solo la Musa sa che sono stato attrezzato per fungere da spia, con quei congegni.

E forse perfino lei non sa come Afrodite intende usarmi…

"Spiare Atena e poi ucciderla" ricordo.

Perché? Anche se le aspre parole di Zeus a suo figlio Ares sono vere (ossia che gli dèi possono morire della Vera Morte) è possibile per un semplice mortale farli fuori? Diomede ce l’ha messa tutta, oggi. "E ha tolto di mezzo due dèi, che galleggiano nelle vasche, mentre vermi verdi lavorano su di loro."

Scuoto la testa. All’improvviso sono molto stanco e molto confuso. Il mio tentativo di sfidare gli dèi, che al momento ha solo un giorno, è quasi terminato. Domani a quest’ora Afrodite mi farà eliminare.

"Dove vado?"

Non posso nascondermi a lungo agli dèi. E se diventa chiaro che ci provo, la dea dell’amore si farà con la mia pelle una giarrettiera anche prima. Non appena si sarà rimessa, domani, mi vedrà… mi troverà.

Posso telequantarmi sul campo di battaglia ai piedi di Ilio e lasciare che la Musa mi trovi. Forse questa rimane l’alternativa migliore. Si riprenderà i congegni, ma forse mi lascerà vivere finché Afrodite non sarà tolta dalla vasca. Cos’ho da perdere?

"Un giorno." Afrodite starà nella vasca un giorno e nessuno degli altri dèi può vedermi o trovarmi finché lei non sarà tornata. "Un giorno."

In realtà mi resta un giorno di vita.

Con questo pensiero in mente, decido alla fine dove andare.

16

OCEANO ANTARTICO

I quattro viaggiatori decisero di mangiare, alla fin fine.

Savi scomparve per qualche minuto in uno dei tunnel illuminati e tornò portando piatti più caldi: pollo, riso scaldato, peperoni al curry e fettine d’agnello ai ferri. Ore prima, a Ulanbat, i quattro avevano spizzicato, ma adesso mangiarono con voglia.

«Se siete stanchi» disse Savi «potete dormire qui, stanotte, prima che ce ne andiamo. In alcune stanze qui accanto ci sono comode zone letto.»

Tutti dissero di non essere poi molto stanchi, era solo tardo pomeriggio, tempo di Cratere Parigi. Daeman si guardò intorno, inghiottì il boccone di agnello ai ferri e chiese: «Perché vivi in un…». Si girò verso Harman. «Come l’hai chiamato?»

«Iceberg» rispose Harman.

Daeman annuì, tornò a guardare Savi. «Perché vivi in un iceberg?»

Savi sorrise. «Questa mia particolare casa potrebbe essere dovuta… diciamo così… alla nostalgia di una vecchia.» Si accorse che Harman la fissava intensamente e soggiunse: «Ero in una sorta di vacanza in un iceberg come questo, quando il fax finale ebbe luogo senza di me, più di dieci volte il vostro tempo di vita fa».

«Credevo che avessero memorizzato tutti, durante il fax finale» disse Ada. Si pulì le dita in un bel tovagliolo di lino color tanè. «Tutti i milioni di umani vecchio stile.»

Savi scosse la testa. «Non milioni, mia cara. Eravamo solo poco più di novemila, quando i post eseguirono il fax finale. Per quanto ne so, nessuno di loro — molti erano amici miei — fu ricostituito, dopo lo Iato. Tutti noi sopravvissuti alla pandemia eravamo ebrei, sai, grazie alla nostra resistenza al virus rubicon.»

«Cosa sono gli ebrei?» domandò Hannah. «O meglio, cos’erano?»

«Per lo più un costrutto razziale teorico» rispose Savi. «Un gruppo genetico semidistinto, creato da isolamento culturale e religioso nel corso di varie migliaia d’anni.» Esitò e guardò i quattro ospiti. Solo Harman, con la sua espressione, faceva pensare che avesse una vaga idea di ciò di cui lei parlava. «Non importa, in realtà» riprese piano Savi. «Ma è per questo, Harman, che mi hai sentito chiamare "Ebrea Errante". Sono divenuta un mito. Una leggenda. Le parole "Ebreo Errante" sono rimaste, anche se il significato è andato perso.» Sorrise di nuovo, ma senza allegria.