Выбрать главу

Sorvolarono terre nascoste da alte nubi bianche, poi videro alti picchi coperti di neve e valli glaciali molto più in basso. Savi lanciò in discesa il sonie, a est dei picchi, e sorvolarono a qualche migliaio di metri una foresta pluviale e verdi savane, muovendosi sempre a tale velocità che molti picchi comparivano come puntini sopra l’orizzonte e diventavano montagne nel giro di pochi secondi.

«Questo è il Sud America?» chiese Harman.

«Lo era, un tempo» rispose Savi.

«Cosa significa?»

«Significa che i continenti sono un po’ cambiati, da quando furono disegnate le carte che hai visto» spiegò Savi. «E hanno anche avuto altri nomi, da allora. Le carte che hai visto mostravano che questa massa di terra era collegata a quella che chiamavano Nord America?»

«Sì.»

«Non lo è più.» Toccò i simboli olografici, girò la manopola e il sonie si abbassò. Ada si alzò sui gomiti, capelli contro la bolla, e guardò tutt’intorno. In silenzio, a parte il fruscio dell’aria sulla bolla, il sonie procedette in volo poco sopra la cima degli alberi: cicadacee, felci giganti, antichi alberi privi di foglie passarono in un lampo. A ovest spuntavano le prime alture verso la linea dei grandi picchi. Più a est, altri alberi primitivi punteggiavano le ondulate praterie. Grossi animali si muovevano come macchie confuse lungo i fiumi e presso i laghi. Altri, con grugni che parevano assurdi, striati di bianco, marrone, tanè, rosso, erano intenti a brucare. Ada non ne riconobbe nessuno.

All’improvviso, una trentina di metri sotto il sonie, un branco di quegli erbivori si diede alla fuga: le bestie erano in preda al panico, correvano per salvarsi. Dietro di loro saltavano cinque o sei creature simili a uccelli, massicce, alte forse più di due metri e mezzo, stimò Ada, con piumaggio scompigliato e il becco più grosso e il muso più brutto che lei avesse mai visto. Gli erbivori correvano velocemente, cinquanta o sessanta chilometri all’ora, immaginò Ada nei secondi prima che il sonie la portasse fuori vista, ma gli uccelli erano ancora più veloci, forse toccavano i novanta chilometri all’ora, quattro volte più veloci di qualsiasi troika o calesse.

«Cosa…» cominciò Hannah.

«Uccelli Terrore» disse Savi. «Fororacidi. Dopo il rubicon, gli ARNisti si sono divertiti così per qualche secolo di follia. In un certo senso è appropriato, perché i veri Uccelli Terrore vagavano su quelle praterie e montagne circa due milioni di anni fa, ma quel tipo di merda, come i vostri dinosauri su al nord, rovina l’ecologia. I post promisero di ripulire il pianeta durante lo Iato del fax finale, ma non mantennero la promessa.»

«Cos’è un ARNista?» chiese Ada. Gli animali, gli Uccelli Terrore dal becco rosso e le loro prede, erano fuori vista, dietro di loro. Branchi più grandi, composti di animali di taglia maggiore, erano visibili adesso a ovest ed erano avvicinati furtivamente da creature simili a tigri. Il sonie virò in alto e puntò verso le alture.

Savi sospirò, come per stanchezza. «Artisti dell’RNA. Freelance del ricombinante. Ribelli sociali e allegri burloni con ordinatori in sequenza e vasche di rigenerazione prodotti clandestinamente.» Guardò Ada, poi Harman, poi Daeman e Hannah. «Non fate caso alle mie parole, bambini.»

Volarono per altri quindici minuti sopra foreste fumanti e poi virarono a ovest su una catena montuosa. Nubi si muovevano intorno a loro e fra i picchi più in basso e la neve frustava il sonie, ma il campo di forza teneva a bada gli elementi.

Savi toccò un’icona brillante. Il sonie rallentò, volteggiò e girò a ovest verso il sole del tardo pomeriggio. Erano molto in alto.

«Oddio!» esclamò Harman.

Davanti a loro, due picchi aguzzi si ergevano ai lati di una stretta gola coperta di terrazze erbose e di rovine davvero antiche, mura di pietra prive di tetto. Un ponte sospeso, anch’esso dell’Età Perduta, ma chiaramente meno antico, correva da un picco aguzzo all’altro sopra le rovine. La strada non proseguiva oltre il ponte (il piano stradale finiva contro un muro di roccia alle due estremità) e le fondamenta erano incassate nella roccia fra le rovine in basso.

Il sonie girò in tondo.

«Un ponte sospeso» mormorò Harman. «C’erano, nei libri.»

Ada era abile a stimare le dimensioni e calcolò che la campata principale del ponte fosse lunga più di un chilometro, anche se il piano stradale era rotto in una ventina di punti e lasciava vedere l’armatura di tondo di ferro arrugginito e spazi vuoti.

Calcolò che le due torri (ciascuna mostrava tracce di antica vernice arancione, ma soprattutto di ruggine) fossero alte più di ducento metri e le sommità si trovavano più in alto delle montagne ai lati. Le doppie torri erano verdi per quella che da lontano pareva edera, ma quando il sonie volteggiò più vicino, Ada vide che quella "vegetazione" era artificiale: bolle verdi e scalinate e pezzi di materiale flessibile simile a vetro avvolgevano le torri, erano collegati ai pesanti cavi di sospensione, ricadevano perfino sui cavi di sostegno e penzolavano liberamente sul piano stradale dissestato. Nubi scendevano dagli alti picchi e si mischiavano alla nebbia che saliva dai profondi canyon sotto le rovine in cima all’altura, si arricciava e turbinava intorno alla torre sud, oscurava il piano stradale e i cavi sospesi.

«Questo posto ha un nome?» chiese Ada.

«Il Golden Gate a Machu Picchu» disse Savi e toccò i comandi per avvicinarsi.

«Cosa significa?» chiese Daeman.

«Non ne ho idea.»

Il sonie girò intorno alla torre nord — arancione opaco e rosso ruggine nella vivida luce del sole al di là delle nubi — si librò lentamente, con prudenza, sulla sua cima e vi si posò senza rumore.

Il campo di forza si estinse. Savi annuì e tutti scesero dal sonie, si stiracchiarono, si guardarono intorno. L’aria era fredda e molto rarefatta.

Daeman andò sul bordo rugginoso della torre e si sporse a guardare. Nato e cresciuto a Cratere Parigi, non aveva paura delle altezze.

«Eviterei di cadere, se fossi in te» disse Savi. «Qui non c’è la squadra di salvataggio dello spedale. Se muori lontano dai nodi fax, resti morto.»

Daeman arretrò di scatto, rischiando di cadere per la fretta di allontanarsi dal bordo. «Che diavolo dici?»

«Esattamente ciò che ho detto» rispose Savi, mettendosi sulla spalla destra lo zaino. «Qui non c’è lo spedale. Cerca di stare vivo, finché non torni a casa.»

Ada guardò verso il cielo, dove tutti e due gli anelli erano visibili in alto nel cielo azzurro. «Credevo che i post-umani potessero faxarci da qualsiasi punto, se ci… mettevamo nei guai.»

«Agli anelli» disse Savi, in tono piatto. «Dove lo spedale ti guarisce.»

«Sì» confermò debolmente Ada.

Savi scosse la testa. «Non c’è spedale, negli anelli. E non sono i post a faxarti, quando ti accade qualcosa di male, e a ricostruirti. È tutto un mito. Propaganda. O, per essere meno eleganti… stronzate.»

Harman aprì bocca, ma Daeman lo batté sul tempo. «Io ci sono appena stato» protestò. «Nello spedale. Negli anelli.»

«Nello spedale, sì» disse Savi «ma non negli anelli. Non sei stato guarito da post-umani. Se quelli sono lassù, se ne fregano di voi. E non credo che ci siano ancora, lassù.»

I quattro rimasero sulla cima rugginosa della torre, più di centocinquanta metri sopra il piano stradale dissestato, duecentocinquanta sopra la sella erbosa e le rovine di pietra. Il vento dagli alti picchi li schiaffeggiava e scompigliava loro i capelli.

«Dopo la nostra ultima Ventina, saliamo a unirci ai post…» iniziò Hannah, con voce flebile.

Savi rise e li guidò a un irregolare globulo di vetro che spuntava sulla parte ovest della cima dell’antica torre.

C’erano sale e anticamere e rampe di scalini e scale mobili bloccate e stanze più piccole che davano nelle sale principali. Ada trovò strano che il cielo e le torri arancione e i cavi sospesi e la giungla e il piano stradale intravisti in basso non apparissero tinteggiati di verde, visti attraverso il materiale simile a vetro, e che neppure la luce del sole diventasse verde: quel vetro verde in qualche modo lasciava passare intatti i colori.