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Savi li guidò giù lungo un percorso circolare, da un verde modulo all’altro, da un lato della torre biforcata a un altro, attraverso sottili tubi che avrebbero dovuto dondolare nel forte vento e che invece non si muovevano. Alcune sale sporgevano di dieci o dodici metri dalla torre e Ada non aveva idea di come il globulo verde fosse attaccato al cemento e all’acciaio.

Alcune stanze erano vuote. Altre contenevano… manufatti. In una stanza, una serie di scheletri d’animale si stagliava contro il profilo della montagna. In un’altra, quelle che parevano copie di macchine erano disposte in fila su banchi da esposizione o appese a cavi. In un’altra ancora, cubi di plexiglas contenevano feti di un centinaio di creature, nessuna propriamente umana, ma alcune tanto simili all’uomo da lasciare turbati. In un’altra stanza, sbiaditi ologrammi di distese stellari e di anelli si muovevano sopra e attraverso gli spettatori.

«Cos’è questo posto?» domandò Harman.

«Una sorta di museo» rispose Savi. «Penso però che manchi gran parte degli esemplari più importanti.»

«Creato da chi?» chiese Hannah.

Savi si strinse nelle spalle. «Non dai post, penso. Non lo so. Ma sono abbastanza sicura che il ponte — o, almeno, l’originale, perché questo potrebbe essere una copia — una volta si trovava nelle vicinanze di una città dell’Età Perduta, su quella che era la costa occidentale del continente a nord di qui. Hai mai sentito parlare di un simile ponte, Harman?»

«No.»

«Forse l’ho sognato» disse Savi, con una mesta risatina. «La memoria mi fa qualche scherzo, dopo tutti questi secoli di sonno.»

«Hai già accennato al fatto d’avere dormito per secoli» disse Daeman, in un tono che a Ada parve brusco. «Che storia è?»

Savi li aveva guidati per una lunga scala a chiocciola nel tubo di vetro verde collegato fra i cavi di sospensione e ora indicò una fila di quelle che parevano bare di cristallo. «Una forma di criosonno» disse. «Ma non a bassissima temperatura… che è sciocco, perché "freddo" è proprio ciò che la parola "crio" significava in origine. Alcuni di questi bozzoli funzionano ancora, bloccano ancora il moto molecolare. Non mediante il freddo, ma mediante una microtecnologia che si alimenta dal ponte.»

«Dal ponte?» ripeté Ada, stupita.

«L’intera struttura è un ricevitore d’energia solare» spiegò Savi. «Almeno, le parti verdi.»

Ada guardò le impolverate bare di cristallo e provò a immaginare di addormentarsi in una di esse e aspettare… cosa? Anni, prima del risveglio? Decenni? Secoli? Rabbrividì.

Si accorse che Savi la stava guardando e arrossì. Ma Savi le sorrise. Uno dei suoi sorrisi sinceramente divertiti, pensò Ada.

Risalirono un lungo cilindro di vetro verde appeso a uno sfilacciato e arrugginito cavo di supporto il cui diametro superava l’altezza di Harman. Ada si ritrovò a camminare in punta di piedi, cercando di sollevare il proprio peso mediante la pura e semplice forza di volontà, timorosa che il peso di tutti insieme facesse precipitare il cilindro, il cavo, il ponte intero. Notò che Savi la guardava di nuovo. Stavolta non arrossì, ma corrugò la fronte, stufa dell’attento esame cui Savi la sottoponeva.

Si fermarono tutti un minuto, allarmati. Erano entrati, pareva, in un’affollata sala riunioni: gente in piedi lungo le pareti, uomini e donne in abbigliamento bizzarro, persone sedute alla scrivania o in piedi davanti a un quadro di comando, individui che non si mossero né girarono lo sguardo verso i nuovi venuti.

«Non sono reali» disse Daeman; si diresse verso l’uomo più vicino (vestito con un completo azzurro polvere e una sorta di tessuto intorno alla gola) e gli toccò il viso.

Passarono di figura in figura, fissando uomini e donne in abiti bizzarri, con curiose acconciature e insoliti ornamenti personali: tatuaggi, strani monili, capelli e pelle colorati.

«Ho letto che un tempo i servitori avevano la forma di esseri umani…» cominciò Harman.

«No» disse Savi. «Questi non sono robot. Sono solo manichini.»

«Cosa?» esclamò Daeman.

Savi spiegò cos’era un manichino.

«Sai chi dovrebbero rappresentare?» chiese Hannah. «O perché si trovano qui?»

«No» rispose Savi. Rimase da parte, mentre gli altri guardavano in giro.

In fondo alla sala, sistemato in una nicchia di vetro come nel posto più importante, c’era un uomo accomodato in una ornata sedia di legno e di strisce di cuoio. Anche vedendola seduta, era chiaro che quella figura era più bassa di gran parte dei manichini nella sala e vestita di una sorta di runica tanè che pareva una corta veste di cotone grezzo o di lana, stretta in vita da una cintura. Ai piedi, aveva un paio di sandali. L’uomo sarebbe potuto sembrare buffo, ma i suoi tratti (corti capelli ricci e grigi, naso a becco, fieri occhi grigi che fissavano arditamente da sotto folte sopracciglia) erano così energici che Ada si ritrovò ad avvicinarsi con cautela. Le braccia dell’uomo mostravano muscoli sodi e un mucchio di cicatrici, le dita tozze erano piegate con disinvoltura, ma strette sui braccioli di legno della sedia da campo: tutto, nella figura scolpita, dava una tale impressione di forza pronta a scattare (forza di volontà, oltre che fisica) che Ada arretrò di almeno due metri. L’uomo era chiaramente più vecchio di quanto le persone decidessero di sembrare nella loro epoca attuale, un punto intermedio fra la seconda Ventina di Harman e la vecchiaia di Savi. La tunica era tanto scollata che Ada scorgeva i peli brizzolati sul petto ampio e abbronzato.

Daeman si avvicinò subito. «Conosco quest’uomo» disse, indicandolo. «L’ho già visto.»

«Nel dramma del lino» confermò Hannah.

«Sì, sì» ribadì Daeman. Schioccò le dita, sforzandosi di ricordare. «Si chiama…»

«Odisseo» disse l’uomo sulla sedia. Si alzò e mosse un passo verso il sorpreso Daeman. «Odisseo, figlio di Laerte.»

17

MARTE

«Si stabilizza» trasmise Mahnmut a Orphu via cavo. «Ritmo di rollio, una rivoluzione ogni tre secondi circa. Beccheggio e imbardata prossimi allo zero.»

«Cercherò di eliminare il rollio» disse Orphu. «Avvisami quando hai nel reticolo la calotta polare.»

«D’accordo, no… scarroccia. Maledizione. Che casino.» Cercava di allineare la barra dell’alimentazione video e la bianca sbavatura della calotta polare marziana, in una tempesta di detriti ruzzolanti e di plasma ancora ardente.

«Sì» disse Orphu dalla stiva «sono tutto un casino.»

«Non mi riferivo a te.»

«Lo so. Ma sono un casino lo stesso. Darei metà della mia biblioteca proustiana per riavere uno solo dei miei sei occhi.»

«Ti allacceremo a un alimentatore visuale» disse Mahnmut. «Oh, diavolo. Ruzzoliamo di nuovo.»

«Lascia che ruzzoli fino al momento dell’ingresso nell’atmosfera» disse Orphu. «Risparmiamo il combustibile dei propulsori ed energia. E, no, lasciamo perdere il collegamento visuale. Ho fatto un controllo danni, dopo che mi hai infilato qui, e non ho perduto solo gli occhi e le telecamere. Guardavo verso prua, quando la nave è stata colpita e il bagliore mi ha bruciato tutti i canali fino al livello organico. I miei nervi ottici interni sono cenere.»

«Mi spiace» disse Mahnmut. Aveva la nausea e non solo per i continui capitomboli. Dopo un minuto, soggiunse: «Siamo ben sotto il livello di guardia per qualsiasi cosa che si consumi… acqua, aria, combustìbile dei jet. Sei sicuro di voler stare dentro questo campo di detriti?».

«È l’alternativa migliore che abbiamo» rispose Orphu. «Sul radar siamo solo un altro pezzo della nave spaziale distrutta.»