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«Radar?» si stupì Mahnmut. «Ma non hai visto cosa ci ha attaccato? Un dannatissimo cocchio! Pensi che un cocchio abbia il radar?»

Orphu rise. «Pensi che un cocchio possa scagliare una lancia d’energia come quella che ha vaporizzato un terzo della nave, compresi Koros e Ri Po? Sì, Mahnmut, ho visto il cocchio, è l’ultima cosa che mi è stato concesso di vedere. Ma non credo nemmeno per un secondo che fosse realmente un cocchio guidato nel vuoto dello spazio da un uomo e una donna più grandi del normale. No, no. Troppo ingegnoso… di gran lunga troppo ingegnoso.»

Mahnmut non trovò niente da replicare. Rimpianse che Orphu non avesse eliminato il rollio (il sommergibile beccheggiava e imbardava di nuovo) ma ogni altra cosa nel campo di detriti ruzzolava, perciò era sensato che anche loro si conformassero.

«Vuoi parlare dei sonetti di Shakespeare?» chiese Orphu di Io.

«Mi prendi per il culo?» I moravec amavano le antiche espressioni colloquiali umane, in particolare quelle scatologiche.

«Sì» rispose Orphu. «Ti sto decisamente prendendo per il culo, amico mio.»

«Aspetta, aspetta» disse Mahnmut. «I detriti cominciano a diventare incandescenti. E noi pure. Ci ionizziamo.» Fu contento d’avere parlato in tono normale. Davanti a loro, i pezzi più grossi della nave spaziale distrutta cominciavano a brillare di un color rosso cupo. Anche la prua del Dark Lady cominciava a diventare incandescente. I sensori esterni del sottomarino segnalarono l’aumento della temperatura dello scafo. Entravano nell’atmosfera di Marte.

«È il momento di rimetterci in assetto» disse Orphu, che riceveva i dati ritrasmessi nello scafo del sommergibile e faceva il possibile con lo scarico parziale dei comandi di Koros. Accese i propulsori fissati al sommergibile e riallineò i giroscopi. «Il rollio è finito?»

«Non del tutto.»

«Non possiamo aspettare. Sto per girare questo mucchio di ferraglia, prima che bruci tutto.»

«Questo "mucchio di ferraglia" si chiama The Dark Lady e potrebbe salvarci la vita» replicò freddamente Mahnmut.

«Certo, certo» disse Orphu. «Dimmi quando la barra nel monitor video di poppa è centrata sul lembo di Marte sopra il polo. Poi comincerò a eliminare il rollio. Dio, quanto darei per riavere uno solo dei miei occhi! Scusa, non lo dirò mai più.»

Mahnmut guardò il monitor. A causa della nube di detriti che si espandeva, gli unici calcoli attendibili della loro posizione fatti per Orphu negli ultimi trenta minuti erano basati su Marte stesso. Anche le due piccole lune erano invisibili. Ora i propulsori emisero un rumore sordo e il sottomarino ruotò lentamente; la telecamera di prua perse il contatto con Marte e mostrò plasma ardente, metallo fuso al calor bianco e milioni di schegge lucenti che erano state la loro nave spaziale e i loro compagni di viaggio.

La massa di Marte, arancione-rossa-marrone-verde, riempì la telecamera di poppa e il segno che Orphu aveva detto di tracciare sul monitor si spostò verso l’alto, ancora in alto, incrociò la linea costiera chiazzata di nubi, mostrò mare blu, poi bianco…

«Calotta polare» riferì Mahnmut. «Ecco il lembo superiore.»

«Bene» disse Orphu. Tutti i propulsori pulsarono. «Ora vedi il polo nella telecamera di poppa?»

«No.»

«Qualche stella nota?»

«No. Solo altra ionizzazione dello scafo.»

«Abbastanza vicino per manovrare» disse il moravec di Io. «Ora uso l’anello di propulsori di prua come razzi di frenata.»

«Koros III avrebbe usato i grossi jet di prua per rallentarci nella discesa, poi li avrebbe espulsi prima di entrare nell’atmosfera» disse Mahnmut. La prua mandava ora un bagliore rosso più scuro.

«Tengo accesi i propulsori più pesanti, entrando nell’atmosfera.»

«Perché?»

«Vedrai.»

«Non è possibile che i propulsori esplodano per il calore durante il rientro?»

«È possibile.»

«Siamo abbastanza rovinati» disse Mahnmut. «C’è il rischio che ci spezziamo, mentre ’sti affari bruciano staccandosi dallo scafo?»

«Certo, il rischio c’è» confermò Orphu. Accese i pesanti propulsori a ioni.

Mahnmut fu premuto nella cuccetta antiaccelerazione per trenta secondi e poi rilasciato, mentre rumore e vibrazioni cessavano. Sentì il forte colpo, quando l’anello di controllo dell’assetto fu espulso nello spazio.

Una palla di fuoco passò davanti alla telecamera di prua, anche se quella mostrava ora la vista alle loro spalle, mentre entravano di poppa nell’atmosfera. «Siamo decisamente nell’atmosfera» disse Mahnmut, notando che la sua voce non era calma come prima. Non era mai stato in una vera atmosfera planetaria e l’idea di tutte quelle molecole a stretto contatto aggiungeva disgusto alla nausea. «Il gruppo di propulsori espulso è passato al calor bianco ed è appena esploso in fiamme. La poppa comincia a surriscaldarsi. Anche il gruppo propulsore principale di prua, ma un po’ meno. La maggior parte del calore e dell’onda d’urto sembrano trovarsi intorno al nostro culo. Uau! Ci lasciamo indietro una parte del campo di detriti, ma davanti a noi brucia tutto. È come se ci trovassimo in una gigantesca tempesta di meteoriti.»

«Bene» disse Orphu. «Tieniti forte.»

Quella che era stata la nave spaziale moravec colpì la densa atmosfera marziana proprio come Mahnmut aveva descritto a Orphu: una tempesta di meteore i cui pezzi più grossi pesavano varie tonnellate e avevano un diametro di decine di metri. Un centinaio di palle di fuoco descrisse archi nel cielo azzurro chiaro di Marte e un tamburellare di cupi bang sonici ruppe il silenzio dell’emisfero nord. Le palle di fuoco attraversarono la calotta polare settentrionale come uccelli ardenti e continuarono a sud sul mare Tethys, lasciando al passaggio lunghe scie di vapori di plasma. Davano la bizzarra impressione di volare, non di precipitare.

Solo alcuni millenni prima, Marte vantava una trascurabile atmosfera in gran parte di anidride carbonica, pari a 8 millibar, a confronto dei 1014 millibar terrestri di pressione al livello del mare. In meno di un secolo, tramite un procedimento incomprensibile ai moravec, il pianeta era stato terraformato e aveva 840 millibar d’aria respirabile.

Le palle di fuoco striarono il cielo a nord, in una sorta di formazione alla buona, lasciandosi in scia impronte di bang sonico. Alcuni pezzi più piccoli (abbastanza grandi da sopravvivere all’ardente ingresso nell’atmosfera, ma tanto piccoli da essere deviati dall’aria densa) cominciarono a cadere in mare, sollevando schizzi, a circa ottocento chilometri a sud del polo. Chi avesse guardato dallo spazio, avrebbe avuto l’impressione che un dio scagliasse nell’oceano settentrionale marziano una raffica di enormi proiettili di mitragliatrice… salve di traccianti.

Uno di quei traccianti era il Dark Lady. Il materiale di rivestimento antiradar intorno alla poppa e a due terzi dello scafo si staccò in fiamme e si unì alla scia di plasma grondante dietro il sommergibile che precipitava. Antenne e sensori esterni bruciarono. Poi lo scafo cominciò ad annerirsi e scheggiarsi e sfaldarsi.

«Ah…» disse Mahnmut, dalla cuccetta antiaccelerazione «non sarebbe ora di aprire i paracadute?» Conosceva abbastanza il piano di Koros per sapere che i paracadute in fibra di buckycarbonio si sarebbero dovuti aprire intorno ai quindicimila metri, per una discesa morbida nell’oceano. L’ultima occhiata alla distesa d’acqua, prima che i sistemi ottici di prua bruciassero, l’aveva convinto che erano molto più in basso di quindicimila metri e che scendevano ad altissima velocità.

«Non ancora» borbottò Orphu. Il moravec di Io non aveva cuccetta anti-g nella stiva e pareva impegnato a resistere alla forza di gravità della decelerazione. «Usa il radar per calcolare la nostra quota.»