Выбрать главу

«Il radar è andato» disse Mahnmut.

«Il sonar funziona?»

«Ora provo.» A sorpresa, il sonar funzionava e mostrò un ritorno di solida… be’, liquida… superficie acquea a distanza di 8200 metri, 8000 metri, 7800 metri. Mahnmut girò i dati a Orphu. «Apriamo i paracadute?»

«Gli altri detriti non hanno paracadute.»

«E allora?»

«Vuoi davvero scendere appeso a un ombrellone che ci mostri a tutti i sensori?»

«Sensori di chi?» replicò, brusco, Mahnmut, ma capì a che cosa Orphu si riferiva. Tuttavia… «Cinquemila metri» disse. «Velocità tremiladuecento chilometri all’ora. Vuoi davvero colpire l’acqua a questa velocità?»

«Non direi. Anche sopravvivendo all’impatto, ci troveremmo sepolti sotto centinaia di metri di sedimenti. Non avevi detto che l’oceano settentrionale è profondo solo qualche centinaio di metri?»

«Sì.»

«Adesso giro il tuo sommergibile.»

«Cosa?» scattò Mahnmut, ma poi udì l’accensione del pesante gruppo di propulsori, solo qualche razzo, e i giroscopi ronzarono, anche se il rumore era più un macinio che un ronzio.

Il Dark Lady cominciò un doloroso capitombolo, portando avanti la prua. Vento e attrito tormentarono lo scafo, strapparono gli ultimi sensori a mezza nave, squarciarono una decina di compartimenti. Mahnmut spense gli allarmi.

Adesso che erano a prua in avanti, una delle ultime telecamere ancora in funzione mostrò spruzzi nell’oceano, se "spruzzi" si possono chiamare i pennacchi d’impatto di vapore e plasma da duemila metri di altezza. Mahnmut immaginò che sarebbe stato il loro turno nel giro di pochi secondi. Descrisse a Orphu gli impatti e soggiunse: «Paracadute? Per favore?».

«No» disse Orphu e accese i propulsori principali che avrebbe dovuto sganciare in orbita.

La forza di decelerazione scagliò Mahnmut in avanti contro le cinghie e lo indusse a rimpiangere il gel antiaccelerazione che avevano usato nella manovra a fionda nel tubo di flusso di Io. Altre colonne di vapore si alzarono intorno al sommergibile in caduta, come colonne corinzie che passassero a grande velocità, e l’oceano riempì i monitor. I propulsori rombarono, ruotarono e rallentarono la velocità del sommergibile. Non appena si spensero, il gruppo anulare si sganciò e volò via. Mahnmut calcolò che erano a soli mille metri sull’oceano e la distesa d’acqua gli parve solida come quella di ghiaccio su Europa.

«Para…» cominciò Mahnmut, gemendo ora apertamente, senza vergogna.

I due enormi paracadute si schiusero. La visione di Mahnmut divenne rossa, poi nera.

Colpirono il mare Tethys.

«Orphu? Orphu?» Mahnmut, nel buio e nel silenzio, cercò di riportare in linea l’alimentazione dati. La nicchia ambientale era intatta, l’O2 affluiva ancora. Sorprendente. Secondo il suo orologio interno, dal momento dell’impatto erano trascorsi tre minuti. La velocità era zero. «Orphu?»

«Arugghh» fu la risposta che gli giunse via cavo. «Ogni volta che mi addormento, tu mi svegli.»

«Come stai?»

«Dove sto, sarebbe la domanda giusta» rombò Orphu. «Mi sono staccato dalla nicchia. Non sono neppure sicuro di trovarmi ancora sul Dark Lady. Se ci sono, lo scafo si è squarciato. Sono a mollo. Acqua salata. Aspetta, forse me la sono solo fatta addosso.»

«Sei sempre collegato via cavo» disse Mahnmut, trascurando l’ultimo commento. «Probabilmente sei ancora nella stiva. Ricevo qualche dato dal sonar. Siamo nella fanghiglia del fondo, ma sotto uno strato di un metro appena, a circa ottanta metri dalla superficie.»

«Mi domando in quanti pezzi sono» disse Orphu.

«Sta’ lì» disse Mahnmut. «Ora mi stacco e vengo giù a prenderti. Non ti muovere.»

Orphu rise. «Come faccio a muovermi, amico mio? Tutti i miei manipolatori e i flagelli se ne sono andati in quel grosso paradiso moravec che c’è nei cieli. Sono un granchio senza chele. E ho anche qualche dubbio sul guscio. Mahnmut… un momento!»

«Cosa c’è?» Si era liberato delle cinghie e si stava togliendo tubicini e cavi di controllo virtuale.

«Se, in qualche modo, arrivi qui da me, ammesso che il corridoio interno non sia spiaccicato e che il portello dello scafo non sia deformato o saldato dal calore, cosa farai, con me?»

«Controllerò se sei a posto» disse Mahnmut, staccandosi i cavi ottici. Tanto, i monitor erano tutti bui.

«Ragiona, mio vecchio amico! Mi porti fuori di qui, se non ti cado a pezzi fra le mani, e poi? Nei corridoi interni non ci passo. Anche se mi trascini all’esterno del sommergibile e fai il giro, nella nicchia ambientale non ci sto e di sicuro non posso aggrapparmi allo scafo. Vuoi fare a piedi mille chilometri sul fondo dell’oceano e portare anche me?»

Mahnmut esitò.

«Funziono ancora» continuò Orphu. «O almeno comunico ancora. Ho anche O2 che scorre nei tubicini e mi giunge una certa quantità di energia elettrica. Mi trovo di sicuro nella stiva, anche se è allagata. Perché non metti in funzione il Dark Lady e ci porti in un posto più comodo prima di tentare la riunione?»

Mahnmut passò all’aria esterna e trasse diverse boccate profonde. «Hai ragione» rispose infine. «Vediamo cosa posso fare.»

Il Dark Lady era moribondo.

Mahnmut aveva lavorato nel sommergibile, nelle sue varie iterazioni ed evoluzioni, per più di un secolo terrestre e sapeva che era un mezzo resistente. Adeguatamente preparato, poteva sopportare una pressione di molte tonnellate per centimetro quadrato e con facilità le tensioni dell’accelerazione di tremila g del tubo di flusso, ma la resistenza del piccolo sommergibile era pari a quella della sua parte più debole e le sollecitazioni subite durante l’ingresso nell’orbita di Marte erano state eccessive per le parti più deboli.

Lo scafo aveva fratture da stress e bruciature irreparabili. Al momento il sommergibile era conficcato di prua in più di tre metri di fanghiglia e di fondo marino più solido, con solo alcuni metri liberi dal fango; scafo e intelaiatura erano deformati, il portello della stiva era bloccato e irraggiungibile, dieci delle diciotto casse di zavorra erano squarciate. La passerella interna fra la sala di comando e la stiva era allagata e in parte crollata. Fuori, due terzi del materiale antiradar erano bruciati, portando con sé tutti i sensori esterni. Tre dei quattro sonar a schiera non funzionavano e il quarto poteva inviare impulsi solo in avanti. Dei quattro jet propulsori principali, uno soltanto funzionava e i generatori d’impulsi di manovra erano tutti rovinati.

Mahnmut era più preoccupato per i danni ai sistemi energetici del sottomarino: il reattore primario era stato danneggiato durante l’ingresso in orbita e funzionava all’otto per cento di efficienza; le celle di magazzinaggio erano in riserva. Ciò bastava per mantenere un minimo di supporto vita, ma il convertitore di sostanze nutritive era completamente andato e restava acqua potabile solo per alcuni giorni.

Infine, il convertitore di O2 era fuori uso. Le celle di carburante non producevano aria. Molto prima di restare senza cibo e senza acqua, Mahnmut e Orphu sarebbero rimasti senza ossigeno. Mahnmut aveva riserve interne d’aria, ma solo per un paio di giorni terrestri, se non le rinnovava. Poteva solo sperare che Orphu, avendo lavorato di continuo per mesi nel vuoto spaziale, ora non subisse danni per una piccolezza come la mancanza di ossigeno. L’avrebbe chiesto al moravec, più tardi.

Altri rapporti di danni giunsero dai sistemi di IA superstiti. Restando un mese terrestre o più in un cantiere di Conamara Chaos, con una ventina di moravec di manutenzione al lavoro, forse il Dark Lady si sarebbe salvato. Altrimenti i suoi giorni, che si misurassero in sol marziani o giorni terrestri o settimane di Europa, erano contati.