Mahnmut si tenne in contatto via cavo con Orphu (silenzioso per la maggior parte del tempo) per paura che il suo amico svanisse dall’esistenza senza avvertirlo, gli trasmise il rapporto più. positivo possibile e lanciò un gavitello periscopio dalla sezione della poppa rimasta sopra la fanghiglia. Funzionava ancora.
Il gavitello era più piccolo della mano di Mahnmut, ma comprendeva un’ampia schiera di sensori video e dati. Informazioni cominciarono ad affluire.
«Buone notizie» disse Mahnmut.
«Il Consorzio delle Cinque Lune ha mandato una missione di soccorso?» rise Orphu.
«Non così buone.» Anziché scaricare i dati non visivi, Mahnmut li riassunse per trattenere in ascolto il suo amico e per parlare con lui. «Il gavitello funziona. Meglio ancora, i satelliti di comunicazione e di orientamento seminati in orbita da Koros III e Ri Po sono ancora lassù. Mi chiedo come mai le… persone… che ci hanno attaccato non li abbiano spazzati via.»
«Siamo stati attaccati da un dio dell’Antico Testamento e dalla sua amichetta» disse Orphu. «Forse non si degnano di notare i satelliti di comunicazione.»
«Secondo me pareva più un dio dell’antica Grecia che non dell’Antico Testamento. Vuoi ascoltare i dati che ricevo?»
«Certo.»
«Ci troviamo nel tratto meridionale della regione Chryse Planitia dell’oceano settentrionale, a soli trecentoquaranta chilometri circa dalla costa di Xanthe Terra. Siamo fortunati. Questa parte del mare che bagna le regioni di Acidalia e Chryse è come una grande baia. Se la nostra traiettoria fosse stata spostata a ovest di qualche centinaio di chilometri, saremmo andati a sbattere contro le montagne di Tempe Terra. Stessa distanza a est, Arabia Terra. Altri pochi secondi di volo verso sud, sugli altopiani di Xanthe Terra…»
«Saremmo stati particelle nell’alta atmosfera» disse Orphu.
«Giusto» convenne Mahnmut. «Ma se riusciamo a disincagliare il Dark Lady, possiamo portarlo dritto nella Valles Marineris.»
«In teoria tu e Koros dovevate scendere nell’altro emisfero» disse Orphu. «A nord di Olympus Mons. Dovevate fare una ricognizione e portare su Olympus il congegno che abbiamo nella stiva. Non dirmi che il sommergibile è in condizioni tanto buone da portarci alla penisola di Tempe Terra…»
«No» ammise Mahnmut. A dire il vero, sarebbe stato un sorprendente colpo di fortuna se il Dark Lady fosse rimasto tutto intero e avesse continuato a funzionare quanto bastava a portarli alla terraferma più vicina, ma non aveva intenzione di dirlo all’amico.
«Altre buone notizie?»
«Be’, in superficie è una bellissima giornata. Tutta acqua liquida, fin dove il periscopio riesce a vedere. Onde moderate di meno di un metro. Cielo azzurro. Temperatura sui venti gradi…»
«Ci cercano?»
«Prego?»
«La… gente… che ci ha ridotto in scorie. Ci cerca?»
«Sì» rispose Mahnmut. «Il radar passivo ha mostrato parecchie di quelle macchine volanti…»
«Cocchi.»
«… parecchie di quelle macchine volanti incrociare sul mare nelle migliaia di chilometri quadrati della zona d’impatto dei detriti.»
«Alla nostra ricerca» disse Orphu.
«Nessuna rilevazione di ricerche radar o a neutrini. Anzi, nessuna ricerca sugli spettri d’energia…»
«Mahnmut, possono trovarci?» Il tono di Orphu era incerto.
Mahnmut esitò: non voleva mentire all’amico. «Può darsi» disse. «Di sicuro, se usassero tecnologia moravec. Ma a quanto pare non la usano. Si limitano a… cercare. Forse solo con occhi e magnetometri.»
«Ci hanno trovato facilmente in orbita. Ci hanno preso a bersaglio.»
«Sì.» Non c’era dubbio che il cocchio o i suoi occupanti avessero chissà quale congegno di rilevamento che aveva funzionato bene a ottomila chilometri di distanza.
«Ritiri il gavitello?»
«Sì» rispose Mahnmut. Seguirono vari secondi di silenzio, a parte gli scricchiolii dello scafo danneggiato, il sibilo dei ventilatori e il tonfo e il ronzio di varie pompe impegnate nel vano tentativo di prosciugare le sezioni allagate. «Abbiamo varie cose a nostro favore» disse infine Mahnmut. «Primo, in questa zona di ricaduta ci sono tonnellate e tonnellate di detriti metallici della nave spaziale e la zona stessa è estesa. I primi impatti non sono avvenuti molto più a sud della calotta polare. Secondo, siamo atterrati di prua e l’unica sezione del sommergibile sopra la linea di sedimenti, la poppa, ha ancora alcuni brandelli del rivestimento antiradar. Terzo, siamo talmente a corto di energia da non lasciare quasi traccia. Quarto…»
«Sì?» lo sollecitò Orphu.
Mahnmut pensava all’energia quasi esaurita, alle sempre più scarse riserve d’acqua e d’aria, al dubbio funzionamento del sistema di propulsione. «Quarto… ancora non sanno perché siamo qui.»
Orphu ridacchiò piano. «Non lo sappiamo nemmeno noi, amico mio.» Seguì un minuto di silenzio, poi Orphu riprese: «Be’, hai ragione. Se non ci trovano nelle prossime ore, forse abbiamo una possibilità. O hai altre brutte notizie?».
Mahnmut esitò. «Un piccolo problema con la riserva d’aria» si decise a dire.
«Problema grave?»
«Non ne produciamo.»
«Be’, è un vero guaio. Quanta ce ne resta?»
«Ottanta ore circa. Per due. Il doppio, forse di più, se ci fossi solo io.»
Orphu ridacchiò. «Solo tu? Mediti di mettere il piede sul mio tubo dell’aria? Anch’io ho parti organiche che necessitano di ossigeno, sai.»
Per un secondo Mahnmut rimase senza parole. «Pensavo… tu sei un moravec per il vuoto spaziale… voglio dire…»
«Pensi che passo mesi nello spazio senza dipendere da Io» sospirò Orphu. «Produco l’ossigeno necessario mediante le celle di carburante interne, usando elementi fotovoltaici nel guscio per fornirle di energia.»
Mahnmut sentì rallentare i battiti del cuore. Le probabilità di sopravvivenza aumentavano, se Orphu non aveva bisogno dell’aria nel sommergibile.
«Ma… anche gli elementi fotovoltaici sono saltati» disse piano Orphu. «Dopo l’attacco, le celle non producono più O2. Vivo grazie alla fornitura della nave. Mi spiace, Mahnmut.»
«Senti» disse Mahnmut, in fretta, con forza «progettavo di mantenere comunque il flusso d’aria per tutt’e due. Non è un problema. Ho fatto i conti, abbiamo circa ottanta ore all’attuale ritmo di consumo. Che posso ridurre. La sala comando e la nicchia ambientale sono allagate. Immetterò di nuovo l’ossigeno e lo dividerò in parti uguali. Ottanta ore comode e poi risaliamo per l’aria. A quel punto le ricerche saranno terminate.»
«Sei sicuro di poter disincagliare dal fango il Dark Lady?» chiese Orphu.
«Sicurissimo» mentì Mahnmut, con voce ferma.
«Voto per starcene tranquilli sul fondo marino per… diciamo… tre sol, tre giorni marziani, circa settantatré ore, così vediamo se i cocchi sospendono le ricerche. Oppure dodici ore dall’ultimo contatto radar. Quel che viene prima. Avremo tempo sufficiente per uscire dal fango e tornare in superficie, oltre a una certa provvista di ossigeno e di energia?»
Mahnmut guardò la parete virtuale lampeggiante di segnali d’allarme e di spie che indicavano il non funzionamento di varie apparecchiature. «Settantatré ore dovrebbero essere più che sufficienti» disse. «Però se quelli se ne vanno prima, torniamo in superficie e puntiamo alla costa. Il Lady può fare circa venti nodi in superficie, col reattore a questo livello, perciò ci vorrà quasi un giorno e mezzo per toccare terra, soprattutto se siamo schizzinosi sul punto di sbarco.»
«Ci basterà evitare d’essere schizzinosi» disse Orphu. «D’accordo, pare che l’unica cosa di cui dobbiamo preoccuparci per il prossimo paio di giorni sia la noia. Giochiamo a poker? Hai portato le carte virtuali?»
«Sì» disse Mahnmut, ravvivandosi.