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«Non trufferesti un moravec cieco, vero?»

Mahnmut bloccò il procedimento per scaricare il tavolo da gioco di panno verde.

«Scherzavo, per l’amor del cielo!» disse Orphu. «I miei nodi visivi sono andati, ma ho ancora la memoria e parti del cervello. Giochiamo a scacchi.»

Tre sol corrispondevano a 73,8 ore e Mahnmut non voleva stare così a lungo impantanato nel fondo marino. Il reattore perdeva potenza più rapidamente di quanto non avesse stimato (le pompe consumavano più energia del previsto) e tutto il sistema di supporto vita flirtava col fallimento.

Durante il loro primo periodo di sonno, Mahnmut passò in autonomia, prese palanchini e arnesi da taglio e scese gli stretti condotti fino alla stiva. Gli interni erano allagati, il condotto verticale era privo di corrente e nero come la pece. Mahnmut accese i fari incorporati nelle spalle e nuotò più in basso. L’acqua era molto più calda rispetto al mare di Europa. Travi e strutture longitudinali accartocciate bloccavano gli ultimi dieci metri. Mahnmut li tagliò con la fiamma ossidrica. Doveva controllare le condizioni di Orphu.

A due metri dalla camera d’equilibrio della stiva Mahnmut si bloccò. L’impatto aveva deformato la paratia di poppa, quasi spiaccicata contro quella di prua. Il già stretto corridoio era compresso, ridotto a uno spazio di neanche dieci centimetri. Mahnmut vedeva il portello della stiva, chiuso e bloccato e deformato, ma non poteva raggiungerlo. Avrebbe dovuto aprirsi la strada tagliando una o tutt’e due le spesse paratie e probabilmente adoperare la fiamma ossidrica anche sul portello. Un lavoro di sei o sette ore, con un guaio fondamentale: la fiamma ossidrica consumava ossigeno, proprio come Orphu e lui. Ogni volta che l’adoperava, riduceva la loro riserva d’aria.

Per vari minuti Mahnmut galleggiò a testa in giù nel buio, con la fanghiglia che gli fluttuava davanti alle lenti nei raggi gemelli dei fari sulle spalle. Doveva decidere ora! Quando Orphu si fosse svegliato e avesse capito le sue intenzioni, avrebbe cercato di convincerlo a soprassedere. E la logica imponeva che lui, Mahnmut, si lasciasse convincere. Anche se fosse riuscito ad attraversare le paratie, in sei o sette ore, Orphu non si era sbagliato: non sarebbe riuscito a spostare l’enorme moravec mentre erano incastrati nel fondo marino. Anche l’eventuale opera di soccorso al moravec sarebbe stata limitata ai kit e agli input di sistema che Mahnmut teneva a bordo per sé e che forse non avrebbero neppure funzionato sul robusto moravec da vuoto spaziale. Se avesse potuto davvero disincagliare il Dark Lady dalla fanghiglia e raggiungere la superficie… ecco, quello sarebbe stato il momento migliore per andare da Orphu, anche a costo di praticare un foro nel portello della stiva o nello scafo esterno. Di O2 ce ne sarebbe stato in abbondanza e lui avrebbe potuto spostare Orphu, se necessario, e trovare un modo per legarlo allo scafo superiore, alla luce del sole e nell’aria.

Risalì a nuoto il corridoio inclinato e deformato, attraversò la camera d’equilibrio e rientrò nella sua cabina. Ripose l’attrezzatura da taglio. "Più tardi" si ripromise.

Si era appena risistemato nella cuccetta antiaccelerazione, quando sentì dall’intercom la voce di Orphu. «Sei sveglio, Mahnmut?»

«Sì.»

«Dove sei?»

«Ai comandi. Dove dovrei essere?»

«Sì» disse Orphu, con tono stanco e vecchio. «Sognavo. Ho creduto di sentire una vibrazione. Ho pensato che forse eri… non so.»

«Torna a dormire» disse Mahnmut. I moravec dormivano, se non altro per sognare. «Ti sveglierò per il controllo periscopico, fra due ore.»

Mahnmut lanciava il gavitello periscopico per qualche secondo ogni dodici ore, esaminava rapidamente il cielo e il mare, poi lo ritirava subito. Al termine delle prime quarantanove ore c’erano ancora macchine volanti che intersecavano di continuo il cielo, ma verso nord, più vicino al polo.

Mahnmut era abbastanza comodo. La sala comando e l’adiacente nicchia ambientale non erano state danneggiate, erano calde e inclinate solo leggermente verso la prua conficcata nel fango. Il moravec si poteva muovere a piacere. Parecchi altri locali abitabili erano stati allagati, compreso il laboratorio e l’ex cubicolo di Urtzweil; le pompe li avevano svuotati, ma Mahnmut non si era preso la briga di riempirli d’aria. In realtà, dopo la conversazione iniziale, per prima cosa si era agganciato al tubo dell’O2 e aveva svuotato la nicchia ambientale e la sala comando. Aveva detto a se stesso che bisognava risparmiare ossigeno, ma sapeva che una parte del motivo era che si sentiva in colpa, nel suo comodo cantuccio, mentre Orphu era in pena (pena esistenziale, quanto meno) nel buio della stiva allagata. Mahnmut non poteva farci niente, per ora, con tre quarti del sommergibile conficcati nel fondo dell’oceano, ma andò nel laboratorio privo d’aria e rabberciò unità di trasmissione e altre cose di cui avrebbe avuto bisogno se mai fosse riuscito a liberare il moravec di Io.

"E me stesso" pensò, anche se separarsi dal Dark Lady non gli pareva libertà. I criorobot che lavoravano in profondità nel mare di Europa avevano sempre avuto in sé il nocciolo dell’agorafobia, un vero terrore degli spazi aperti, e i moravec, che da essi si erano evoluti, l’avevano ereditato. Il secondo giorno, dopo l’ottava partita a scacchi, Orphu disse: «Il Dark Lady ha una sorta di congegno di salvataggio, no?».

Mahnmut si era augurato che Orphu non fosse a conoscenza di quel particolare. «Già» ammise con riluttanza. «Di che tipo?»

«Una piccola bolla di salvataggio» rispose Mahnmut, di cattivo umore perché doveva parlarne. «Poco più grande di me. Fatta soprattutto per tenermi in vita a grande profondità e per riportarmi in superficie.»

«Ha un radiofaro, un supporto vita, qualche sistema propulsivo e di navigazione? Una provvista di acqua e di cibo?»

«Sì, e allora?» disse Mahnmut. E pensò: "Tu lì dentro non ci stai e con quella non potrei rimorchiarti".

«Niente» rispose Orphu.

«Odio l’idea di lasciare il Dark Lady» disse Mahnmut, sincero. «E non devo pensarci, adesso. Né per giorni e giorni.»

«Va bene» disse Orphu.

«Parlo sul serio.»

«Va bene, va bene, Mahnmut. Ero solo curioso.»

Se Orphu in quel momento avesse riso, divertito, Mahnmut sarebbe strisciato nella bolla di salvataggio e se ne sarebbe andato. Era furioso col moravec perché aveva sollevato quell’argomento. «Vuoi fare un’altra partita?»

«Non in questa vita» disse Orphu.

Sessantuno ore dopo l’ammaraggio, un solo cocchio compariva sul radar, ma girava in tondo proprio in quella zona, otto chilometri sopra di loro e dieci più a nord. Mahnmut ritirò con la massima rapidità il gavitello periscopico.

Si mise ad ascoltare musica sull’intercom (Brahms) e Orphu, giù nella stiva allagata, probabilmente faceva la stessa cosa.

All’improvviso il moravec di Io disse: «Mahnmut, ti sei mai chiesto perché tutt’e due siamo umanisti?».

«Che vuoi dire?»

«Lo sai, studiosi dei classici. Tutti i moravec si sono evoluti o in umanisti come noi, con il nostro bizzarro interesse per la vecchia razza umana, o in tipi più interattivi come Koros III. Sono quelli che forgiano le società moravec, il Consorzio delle Cinque Lune, i partiti politici… ogni cosa.»

«Non me ne sono mai accorto» disse Mahnmut.

«Mi prendi in giro.»

Mahnmut rimase in silenzio. Cominciava a capire che in quasi un secolo e mezzo d’esistenza era riuscito a restare all’oscuro di quasi tutto ciò che aveva importanza. Conosceva solo i freddi mari di Europa, che non avrebbe più rivisto, e il suo sommergibile, che fra poco, ore o giorni, avrebbe cessato di esistere come entità funzionante. Questo e i sonetti e le opere teatrali di Shakespeare.

Riuscì a stento a non mettersi a ridere. "Cosa potrebbe esserci di più inutile?" pensò.