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Come se gli leggesse nella mente, Orphu continuò: «Cosa direbbe il Bardo di questa situazione?».

Mahnmut intanto controllava i consumi. Non potevano aspettare le settantatré ore previste. Dovevano disincagliarsi entro le sei successive. E anche allora, se non riuscivano a liberarsi subito, il reattore poteva bloccarsi del tutto, sovraccaricarsi e…

«Mahnmut?»

«Scusa. Mi ero appisolato. Cosa dicevi del Bardo?»

«Di sicuro ha parlato di naufragi» spiegò Orphu. «Se ben ricordo, ce n’è un mucchio, nelle sue opere.»

«Oh, sì. Un mucchio di naufragi. La dodicesima notte, La tempesta, l’elenco è lungo. Ma non credo che ci sia qualcosa che possa aiutarci.»

«Parlami di quei naufragi.»

Mahnmut scosse la testa. Sapeva che Orphu cercava solo di distrarlo. «Parlami del tuo amato Proust» disse. «Il Marcel narrante dice qualcosa sullo sperdersi su Marte?»

«Be’, in realtà, sì» rispose Orphu, con una lievissima traccia di risata.

«Scherzi.»

«Non scherzo mai sulla Ricerca» replicò Orphu, in un tono che quasi convinse Mahnmut (non del tutto, però) che il moravec fosse serio.

«D’accordo, sentiamo allora cosa dice Proust sulla sopravvivenza su Marte» replicò Mahnmut. Fra cinque minuti avrebbe alzato di nuovo il periscopio e sarebbe salito comunque in superficie anche se il cocchio si fosse librato dieci metri sulla sua testa.

«Nel terzo volume dell’edizione francese, il quinto nella traduzione inglese che ho scaricato per te, Marcel dice che, se all’improvviso ci trovassimo su Marte e ci facessimo crescere un paio d’ali e un nuovo apparato respiratorio, non ci distrarremmo. Continueremmo a usare i nostri sensi e questi rivestirebbero dello stesso aspetto delle cose della Terra tutto quello che potremmo vedere.»

«Scherzi» disse Mahnmut.

«Non scherzo mai sulle percezioni del personaggio Marcel nella Ricerca» ripeté Orphu, in un tono che disse a Mahnmut che gli piaceva scherzare, d’accordo, ma non su quel particolare bizzarro riferimento a Marte. «Non hai letto le edizioni che ti ho mandato all’inizio del viaggio all’interno del sistema solare?»

«Le ho lette» rispose Mahnmut. «Davvero. Solo ho, come dire, saltato l’ultimo paio di migliaia di pagine.»

«Be’, non è insolito. Senti, c’è un brano che viene dopo la crescita di ali e di nuovi polmoni su Marte. Lo vuoi in francese o in inglese?»

«Inglese» rispose subito Mahnmut. Prossimo a un’orribile morte per asfissia, preferiva fare a meno dell’ulteriore tortura di un brano letto in francese.

«"L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza"» recitò Orphu «"sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è."»

Per un minuto Mahnmut dimenticò davvero la prospettiva di morire asfissiato, mentre rifletteva sul brano. «Questa è la quarta e ultima risposta di Marcel all’enigma della vita, vero, Orphu?»

Il moravec di Io rimase in silenzio.

«Cioè» continuò Mahnmut «tu hai detto che per Marcel le prime tre fallirono. Lui provò a credere nello snobismo. Provò a credere nell’amicizia e nell’amore. Provò a credere nell’arte. Nessuna funzionò come tema trascendente. Perciò questa è la quarta. Questa…» Non riuscì a trovare le parole giuste.

«Coscienza che sfugge ai limiti della coscienza» disse piano Orphu. «Immaginazione che vince i legami dell’immaginazione.»

«Sì» alitò Mahnmut. «Vedo.»

«Devi» disse Orphu. «Ora sei i miei occhi. Devo vedere l’universo attraverso i tuoi occhi.»

Mahnmut rimase per un minuto in silenzio nel sibilo del tubicino di O2. Poi disse: «Cerchiamo di portare su il Dark Lady».

«Gavitello periscopico?»

«Al diavolo anche loro, se sono là ad aspettarci. Preferisco morire combattendo che soffocare quaggiù nel fango.»

«D’accordo» convenne Orphu. «Hai detto "cerchiamo" di portare su il Dark Lady. Hai qualche dubbio di riuscire a tirarci fuori dal fango?»

«Non ho un cazzo d’idea se sarà possibile liberarci da questa merda» rispose Mahnmut; azionò con la mente interruttori virtuali, diede energia al reattore fino a surriscaldarlo, armò i propulsori. «Ma ce la metteremo tutta, nel tentativo, fra… diciotto secondi. Tieniti forte, amico mio.»

«Poiché non ho più rampini, manipolatori e flagelli, immagino che sia un’esortazione retorica.»

«Usa i denti!» replicò Mahnmut. «Sei secondi.»

«Sono un moravec» replicò Orphu, in tono leggermente indignato. «Non ho denti. Cosa pensavi che…»

All’improvviso la linea intercom fu soffocata dall’accensione di tutti i propulsori, dal rimbombo di paratie che si crepavano e cedevano e da un grande gemito, mentre il Dark Lady lottava per staccarsi dalla fangosa presa di Marte.

18

ILIO

Questa città… Ilio, Troia, polis di Priamo, Pergamo… è bellissima di notte.

Le mura, alte più di trenta metri, sono illuminate da torce, arrossate da bracieri posti sui bastioni, accarezzate dai riflessi delle centinaia di falò dell’accampamento dell’esercito troiano nella piana in basso. Troia è una città d’alte torri, molte illuminate fino a tarda notte, finestre calde di luce, corti risplendenti, terrazze e balconi scaldati da candele e pozzetti di braci e ancora torce. Le vie di ILio sono larghe e lastricate con cura (una volta provai, senza riuscirci, a infilare la lama del coltello fra le lastre) e in molti casi rischiarate da vani di porte, da torce in staffe a muro e dai fuochi di cottura delle migliaia e migliaia di guerrieri alleati non troiani e delle loro famiglie che ora vivono qui.

Anche le ombre a Ilio sono vive. Ragazzi e ragazze delle classi inferiori fanno l’amore in vicoli bui e su terrazze in ombra. Cani ben pasciuti e gatti eternamente furbi scivolano di ombra in ombra, da uno stretto vicolo a un cortile, percorrono a lunghe falcate i bordi delie ampie vie principali dove frutta e verdure, pesce e carne, caduti dai carri del mercato del giorno, sono il loro cibo; e poi si ritirano di nuovo nell’ombra di stretti vicoli e nel buio sotto i viadotti.

I residenti di Ilio non temono di patire la fame né di morire di sete. Al primo allarme per l’avvicinarsi degli achei, molte settimane prima che le nere navi giungessero, più di nove anni fa, centinaia di bovini e migliaia di pecore erano stati portati in città, svuotando i terreni agricoli per mille chilometri quadrati intorno alle mura. Altri arrivi di bestiame avvengono regolarmente e gran parte dei bovini entra in città malgrado i timidi tentativi d’impedirlo dei greci. Ortaggi e frutta giungono facilmente a Ilio, portati dagli stessi furbi contadini e mercanti che vendono cibo agli achei.

Troia fu costruita in questa posizione geografica, molti secoli fa, soprattutto a causa dell’enorme falda acquifera nel sottosuolo (la città ha quattro grandi e profondi pozzi sempre pieni d’acqua potabile) ma Priamo, per essere più sicuro, fece deviare un affluente del fiume Simoenta, a nord di Ilio, in canali facilmente difendibili e in viadotti sotterranei nella città vera e propria. Per rifornirsi di acqua potabile, i greci assediatiti hanno più difficoltà degli abitanti di Ilio assediati.

La popolazione di Ilio (senza dubbio la maggiore città della Terra di questo periodo) è più che raddoppiata dall’inizio della guerra. Per primi si sono rifugiati in città, in cerca di protezione, i contadini e i pastori e altri abitanti ex peripatetici della piana intorno a Ilio. Dopo di loro sono giunti gli eserciti alleati dei troiani, non solo i guerrieri, ma spesso anche mogli e figli e anziani e cani e bestiame.