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Questi alleati comprendono vari gruppi: i "troiani" non di Troia, i dardani e altri di città più piccole e di zone remote molto lontane da Ilio, compresi i guerrieri fedeli a Troia provenienti dai piedi del monte Ida e dalla Licia nel lontano Nord. Ci sono anche ora i guerrieri di Adrestea e di altre zone molte leghe a oriente di Troia, oltre ai pelasgi giunti da Larissa nel meridione.

Dall’Europa sono giunti i traci, i peoni e i ciconi. Dalle spiagge meridionali del mar Nero sono giunti gli alizoni (che abitano lungo il fiume Halis e sono imparentati con i chalibi lavoratori dei metalli dell’antica leggenda). In città si possono udire canti di bivacco e imprecazioni di paflagoni e di enetoi, popoli del lontano Nord lungo il mar Nero, che potrebbero essere lontani antenati dei futuri veneti. Dall’Asia Minore centrosettentrionale sono giunti gli irsuti misi… Ennomo e Naste sono due misi che ho conosciuto e che, secondo Omero, saranno uccisi da Achille nella prossima battaglia del fiume, un massacro così terribile che non solo lo Scamandro diventerà rosso per mesi, ma sarà anche sbarrato dai cadaveri di tutti i guerrieri che Achille vi massacrerà, compresi quelli, non reclamati, di Naste e di Ennomo.

Sono pure qui, riconoscibili dai capelli arruffati, dall’armatura di bronzo dal disegno insolito e dal puzzo, i frigi, i meoni, i cari e i lici.

La città è piena e meravigliosamente viva e rauca per tutte le ore del giorno, tranne due o tre. È la più raffinata, la più grandiosa, la più bella città del mondo… in quest’epoca o nella mia epoca o in qualsiasi epoca nella storia dell’uomo.

Penso queste cose, mentre sono disteso, nudo, al fianco di Elena di Troia, nel suo letto, con lenzuola che odorano di sesso e di noi due, con la fresca brezza che entra a gonfiare le tendine. Da qualche parte il tuono romba, una tempesta si avvicina. Elena si muove e mormora il mio nome… «Hock-en-bear-eeee…»

Sono giunto in città nel tardo pomeriggio, dopo essermi telequantato giù dall’ospedale degli dèi su Olimpo, sapendo che la Musa mi cercava per uccidermi e che, se oggi non m’avesse trovato lei, domani m’avrebbe trovato Afrodite, non appena fosse uscita dalla vasca di risanamento.

Avevo pensato di mescolarmi ai guerrieri che guardavano gli ultimi episodi delle lunghe battaglie di oggi (da qualche parte, là fuori, nel sole del tardo pomeriggio e nel polverone, Diomede ancora faceva strage di troiani), ma quando ho visto Ettore tornare in città, con una scorta ridotta rispetto al solito, mi sono morfizzato in uno dei guerrieri che conoscevo (Dolone, un lanciere e un fidato esploratore, che presto sarà ucciso da Odisseo e Diomede) e l’ho seguito. Il prode Ettore ha varcato le porte Scee, le porte principali di Ilio, fatte di robuste tavole di quercia, alte come dieci uomini della corporatura di Aiace, ed è stato subito assediato da mogli e figlie di Troia che chiedevano notizie di mariti e figli e fratelli e amanti.

Ho guardato Ettore dall’alto cimiero rosso muoversi tra la folla di donne, testa e spalle che parevano nuotare sul mare di facce supplici, e infine fermarsi a parlare alla folla sempre più numerosa. «Pregate gli dèi, donne di Troia» fu tutto quel che disse, prima di girare sui tacchi e dirigersi al palazzo di Priamo. Alcuni suoi guerrieri hanno incrociato le lunghe lance e coperto la sua ritirata, trattenendo la massa di gementi donne troiane. Sono rimasto con gli ultimi quattro della sua guardia e in silenzio ho accompagnato Ettore nel magnifico palazzo di Priamo, di ben cinquanta stanze, come disse Omero, e sul davanti portici e colonnati di marmo liscio.

Ci siamo tenuti indietro, contro la parete (le ombre della sera già strisciavano nelle corti e nelle camere da letto) e siamo rimasti di guardia, mentre Ettore si incontrava brevemente con la madre.

«Niente vino, madre» ha detto, allontanando con un gesto il calice che lei aveva ordinato a un servo di portargli. «Non ora. Sono troppo stanco. Il vino mi porterebbe via quel poco di forza e di coraggio che mi resta per i prossimi scontri di stasera. E poi ho riguardo a libare a Zeus il rosso vino, lordo come sono.»

«Figlio mio» ha detto la madre di Ettore, una donna che ho visto agire con calore e bontà d’animo nel corso degli anni «perché hai lasciato il combattimento, se non per pregare gli dèi?»

«Sei tu a dover pregare» ha replicato Ettore, seduto sul divano, con l’elmo a fianco. Era davvero sporco, faccia insudiciata da strati di polvere e di sangue mutato dal sudore in un fango rossiccio, e sedeva come solo un guerriero davvero esausto può sedere, braccia sulle ginocchia, testa china, voce stanca. «Va’ nel tempio di Atena, raduna le più nobili fra le nobilissime donne di Ilio e prendi la veste più bella che riesci a trovare nel palazzo di Priamo. Allargala sulle ginocchia della statua d’oro di Atena e prometti di sacrificare nel suo tempio dodici giovenche di un anno. Può darsi che si muova a compassione della città e delle mogli dei troiani e dei teneri figli e così voglia tenere alla larga dalla sacra Ilio il Titide Diomede che provoca, da gagliardo, il terrore e la fuga.»

«Si è giunti a questo?» ha mormorato la madre di Ettore, sporgendosi a prendere tra le sue una mano insanguinata del figlio. «Si è giunti infine a questo?»

«Sì» ha detto Ettore e si è alzato faticosamente, ha preso l’elmo ed è uscito dalla stanza.

Con gli altri tre lancieri ho seguito l’esausto eroe che ha percorso a piedi i sei caseggiati fino alla residenza di Paride ed Elena, un grande complesso di nobili terrazze e torri residenziali e corti private.

Ettore ha sfiorato guardie e servi, ha salito pesantemente i gradirti e ha spalancato la porta dei quartieri privati di Paride ed Elena. Mi aspettavo quasi di vedere Paride a letto con la consorte rubata (Omero ha cantato che l’eccitata coppia era andata dritta a letto, ore prima, quando Paride era stato sottratto al confronto con Menelao); invece Paride era intento a coccolarsi la corazza e la tenuta da battaglia, mentre Elena gli sedeva accanto, dando istruzioni alle serve impegnate nel ricamo.

«Cosa cazzo fai?» ha ringhiato Ettore a Paride, più piccolo di lui. «Qui seduto come una donna, come un bamboccio piagnucoloso, a giocare con la corazza, mentre i veri uomini di Ilio muoiono a centinaia, mentre il nemico avanza intorno alla cittadella e ci assorda con grida di battaglia straniere. In piedi, figlio di puttana. In piedi, prima che Troia sia ridotta a tizzoni attorno al tuo culo di vigliacco!»

Anziché balzare in piedi, indignato, il regale Paride si è limitato a sorridere. «Ah, Ettore, merito i tuoi insulti. Niente di ciò che dici è ingiusto.»

«Allora togli di lì il culo e mettilo in quell’armatura» ha detto Ettore, brusco, ma placando all’improvviso la furia del tono, privata di forza dalla fatica o dal calmo rifiuto di Paride a difendersi.

«Certo» ha detto Paride «ma prima ascoltami. Lascia che ti dica una cosa.»

Ettore è rimasto in silenzio, barcollando lievemente sui sandali. Portava sotto il braccio sinistro l’elmo crestato e teneva stretta nella sinistra una lancia più lunga del normale, presa in prestito dal sergente del nostro piccolo gruppo di guardie. Ha usato quella lancia per tenersi dritto.

«Non me ne sto nei miei alloggi per tutto questo tempo solo perché adirato o perché offeso» ha detto Paride, con un gesto verso Elena e le sue serve, come se fossero parte del mobilio «ma perché addolorato.»

«Addolorato?» ha ripetuto Ettore. Pareva sprezzante.

«Addolorato» ha insistito Paride «per la mia codardia, oggi, anche se sono stati gli dèi, non io, a sottrarmi allo scontro con Menelao. E per il fato della nostra città.»

«Il fato non è scritto su pietra» è sbottato Ettore. «Possiamo fermare Diomede e i suoi tirapiedi resi pazzi dalla battaglia. Mettiti la corazza. Torna con me sul campo. Rimane un’ora di sole. Possiamo uccidere molti greci, nella luce sanguigna del tramonto, e altri nel fresco del crepuscolo.»