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Paride ha sorriso e si è alzato. «Hai ragione. Anche per me, il più grande amante del mondo, non certo il più grande guerriero, la battaglia è la via migliore. Il fato e la vittoria ondeggiano, sai, Ettore, ora da una parte, ora dall’altra, come una fila di uomini senza armatura sotto una grandinata di frecce nemiche.»

Ettore si è messo l’elmo e ha aspettato in silenzio, chiaramente non fidandosi che Paride mantenesse la promessa di scendere in campo.

«Vai avanti» ha detto Paride. «Devo indossare tutta l’armatura. Vai, ti raggiungo.»

Ettore è rimasto ancora in silenzio, restio ad andare senza Paride, ma la bella Elena (era davvero bella) si è alzata dalla sedia e ha attraversato la stanza per toccare il braccio di Ettore, rigato di sangue. Con i sandali non ha fatto rumore, sul pavimento di freddo marmo.

«Mio caro amico» ha detto, con voce tremula d’emozione «mio caro fratello, caro a me… per quanto sia una cagna, per quanto sia una puttana depravata e intrigante, femmineo orrore da gelare il sangue… oh, quanto vorrei che mia madre m’avesse annegata nel nero mar Ionio, il giorno in cui nacqui, anziché essere la causa di tutto questo.» Si è interrotta, ha tolto la mano dal braccio di Ettore e ha cominciato a piangere.

Il nobile Ettore ha battuto le palpebre a questa scena, ha alzato la mano libera come per toccare i capelli di Elena, l’ha ritratta subito e si è schiarito la gola, imbarazzato. Come tantissimi eroi, il grande Ettore era impacciato con le donne, moglie esclusa. Prima che potesse parlare, Elena ha continuato, sempre piangendo, con parole smozzicate fra strazianti singhiozzi.

«Oh, nobile Ettore, se gli dèi hanno davvero ordinato per colpa mia tutti questi terribili anni di spargimento di sangue, vorrei essere stata la moglie di un uomo migliore… un guerriero anziché un amatore, un uomo con la volontà di fare per Ilio qualcosa di più che portarsi a letto la moglie nel lungo meriggio del tragico fato della sua città.»

Paride allora ha mosso un passo verso Elena, come per darle uno schiaffo, ma si è trattenuto perché lei era troppo vicino a Ettore. Noi fanti accanto alla parete siamo rimasti a fissare il vuoto e a fingere di non avere orecchie.

Elena ha guardato Paride. Aveva occhi rossi e gonfi. Ha parlato ancora a Ettore come se Paride, colui che l’aveva rapita e suo secondo marito putativo, non fosse nella stanza. «Questo… qui… si è guadagnato il bruciante disprezzo di veri uomini. Non ha fermezza di spirito, non ha coraggio. Né ora né… mai.»

Paride, sorpreso, è arrossito come se l’avessero schiaffeggiato.

«Ma mieterà i frutti della sua vigliaccheria, Ettore» ha continuato Elena, sputando ora le parole, alla lettera, schizzando di saliva il pavimento di marmo. «Ti giuro che mieterà i frutti della sua debolezza. Per gli dèi, te lo giuro.»

Paride è uscito a grandi passi dalla stanza.

Elena si è rivolta al guerriero in piedi, sporco di sangue e di sudore. «Vieni sul divano e riposa accanto a me, caro fratello. Sei quello colpito più duramente da questi combattimenti… e tutto per me, Ettore, per una puttana.» Si è seduta sul divano imbottito e ha battuto la mano accanto a sé. «Noi due siamo legati in questo fato, Ettore. Zeus ha piantato, nel tuo petto e nel mio, il seme d’un milione di morti, della rovina della nostra epoca. Mio caro Ettore, siamo mortali. Moriremo entrambi. Ma tu e io vivremo per mille generazioni nella poesia…»

Come restio ad ascoltare altro, Ettore ha girato sui tacchi e ha lasciato la stanza, mettendosi l’elmo che ha mandato barbagli nei raggi inclinati del sole al tramonto.

Ho guardato un’ultima volta Elena lì seduta, a testa china, sui cuscini del divano, notando le perfette, candide braccia e la morbidezza del seno che traspariva sotto la sottile veste; ho preso la lancia — la lancia dell’esploratore Dolone — e ho seguito Ettore e i suoi tre fedeli lancieri.

È importante che lo racconti a questo modo. Elena si agita, mormora il mio nome, ma riprende a dormire. Il mio nome! Bisbiglia: «Hock-en-bear-eeee» ed è come se una lancia mi trafiggesse il cuore.

E ora, disteso a fianco della più bella donna del mondo antico e forse della storia — o almeno della donna che ha fatto morire in nome suo il maggior numero di uomini — ricordo altri particolari della mia vita precedente. Della mia vera vita.

Ero sposato. Mia moglie si chiamava Susan. Ci eravamo conosciuti da studenti al Boston College, ci siamo sposati poco dopo la laurea. Susan era assistente scolastica in un liceo, ma non aveva lavorato molto dopo che ci eravamo trasferiti nell’Indiana, dove nel 1972 avevo iniziato a insegnare letteratura classica all’università DePauw. Non avevamo figli, ma non perché non ci provassimo. Susan era ancora viva, quando mi ero ammalato di tumore al fegato ed ero stato ricoverato in ospedale.

"Perché, in nome di Dio, ricordo questi particolari proprio ora?" penso. "Dopo nove anni quasi senza memorie personali, perché ricordo Susan proprio ora? Perché proprio ora subisco sferzate e maledizioni dalle frastagliate schegge della vita precedente?"

Non credo in Dio con la "D" maiuscola e, malgrado la loro indubbia consistenza fisica, non credo negli dèi con la "d" minuscola. Non come forze reali nell’universo. Ma credo nella dea puttana Ironia. È sempre in mezzo. Governa uomini e dèi e Dio insieme.

E ha un perfido senso dell’umorismo.

Come Romeo disteso a fianco di Giulietta., ascolto il tuono muoversi verso di noi da sudovest, echeggiare nella corte, mentre le prime folate muovono le tende delle terrazze su entrambi i lati della grande camera da letto. Elena si rigira, ma non si sveglia. Non ancora.

Chiudo gli occhi e fingo di dormire qualche minuto ancora. Mi sento gli occhi irritati, come se avessi sabbia sotto le palpebre. Comincio a diventare troppo vecchio per stare sveglio a lungo, soprattutto dopo avere fatto l’amore per tre volte con la più bella e sensuale donna del mondo.

Lasciati Elena e Paride, abbiamo seguito Ettore fino a casa. L’eroe che in vita sua non era quasi mai scappato da un combattimento ora scappava dalla tentazione offertagli da Elena: correva a casa da sua moglie Andromaca e dal loro figlioletto di un anno.

Nei nove anni trascorsi a osservare Ilio e a ciondolare nella città non avevo mai parlato con la moglie di Ettore, ma conoscevo la sua storia. Tutti a Ilio la conoscevano.

Andromaca era bella (non paragonabile a Elena o alle dee, è vero, ma bella in maniera più che umana) e anche di sangue reale. Proveniva da Tebe, città dell’area troiana nota come Cilicia, e suo padre era il sovrano locale, Eezione, ammirato da molti, rispettato da tutti. Il loro piccolo palazzo si trovava sulle pendici inferiori del monte Placo, in una foresta famosa per la qualità del legname; le grandi porte Scee di Ilio erano fatte di legname cilicio, proprio come le torri d’assedio su ruote, dietro le linee greche, a meno di tre chilometri da lì.

Achille aveva ucciso Eezione, padre di Andromaca, in combattimento, quando il piè veloce aveva condotto i suoi uomini contro le città troiane più lontane, poco dopo lo sbarco dei greci. Andromaca aveva sette fratelli, non guerrieri, ma pastori e bovari; Achille li aveva trovati nei campi, aveva dato loro la caccia nelle montagne sorto la foresta e li aveva uccisi tutti, quello stesso giorno. Era chiaro che non voleva lasciare vivo nessun maschio della famiglia reale cilicia. Quella notte aveva ordinato ai suoi uomini di rivestire nella bronzea corazza Eezione e ne aveva bruciato con rispetto il cadavere, erigendo poi un tumulo sulle ceneri del vecchio re. Ma i cadaveri dei fratelli di Andromaca erano rimasti abbandonati nei campi e nei boschi, cibo per i lupi.

Pur carico del bottino di una decina di città, Achille aveva ancora preteso un riscatto da re per la moglie di Eezione, madre di Andromaca, e l’aveva ottenuto. Ilio era ancora ricca, a quel tempo, e in grado di contrattare con gli invasori.