La madre di Andromaca era tornata in Cilicia, nelle sale del vuoto palazzo reale e lì, secondo la dolorosa storia raccontata di frequente da Andromaca, "fu uccisa da Artemide in una grandinata di frecce".
Be’, più o meno.
Artemide, figlia di Zeus e di Latona e sorella di Apollo, è la dea della caccia (solo ieri l’ho vista su Olimpo) ma anche la dea che presiede alle nascite. In un certo passo dell’Iliade un infuriato Apollo inveisce contro la sorella, di fronte a Zeus loro padre: "Ti lascia uccidere madri in travaglio" grida e si riferisce al fatto che Artemide, oltre a fare da divina levatrice per donne mortali, dispensa anche morte nel parto.
La madre di Andromaca morì nove mesi dopo essere stata presa in ostaggio da Achille quello stesso giorno in cui l’eroe uccise Eezione, padre di Andromaca. Morì di parto, nel tentativo di mettere al mondo il figlio di chi le aveva ucciso il marito.
Non venite a dirmi che la dea puttana Ironia non governa il mondo.
Andromaca e il figlioletto non erano in casa. Ettore ha guardato in tutte le stanze e noi quattro lancieri siamo rimasti a sorvegliare l’ingresso senza interferire. L’eroe era chiaramente preoccupato e ha mostrato più ansia di quanta non gli abbia mai visto sul campo di battaglia. Tornato alla porta, ha fermato due serve che rientravano. «Dov’è Andromaca? È andata al tempio di Atena insieme con le altre nobildonne? A casa di mia sorella? A trovare le mogli di mio fratello?»
«La nostra padrona è andata alle mura, signore» ha risposto la più anziana delle due. «Tutte le donne troiane hanno sentito parlare del terribile combattimento di oggi, dell’ira di Diomede e del cambiamento della fortuna per i figli di Ilio. Tua moglie è andata alla torre della grande porta per vedere ciò che riesce a vedere, per sapere se il suo signore e marito è ancora vivo. È andata di corsa come una pazza, padrone, seguita dalla bambinaia con tuo figlio.»
Abbiamo faticato a tenere dietro a Ettore che correva alle porte Scee. Solo a un caseggiato dalle mura mi sono reso conto che era meglio non restare con lui. L’incontro di Ettore e Andromaca sui bastioni era troppo importante. Moltissimi dèi vi avrebbero assistito. Forse anche la mia Musa sarebbe stata lì, continuando a darmi la caccia.
A qualche centinaio di metri dalle porte sono rimasto più indietro degli altri lancieri e mi sono mescolato alla folla in una via laterale. Ora il buio era più fitto, l’aria si era rinfrescata, ma le eccelse torri di Ilio erano ancora illuminate di rosso dal sole al tramonto.
Ho scelto una delle torri e ho salito la scala a chiocciola interna, ancora morfizzato in un anonimo lanciere. Un soldato di nessuna importanza.
La torre era costruita grosso modo come un minareto… anche se l’Islam era ancora qualche millennio nel futuro; ho messo piede sulla stretta balconata circolare e ho visto che non c’erano altri. Avevo il sole di fronte, perciò ho polarizzato i filtri e regolato la messa a fuoco delle lenti a contatto forniteci dagli dèi, così avevo una buona visuale dell’incontro sulle mura.
Andromaca è scesa di corsa dal bastione e si è gettata al collo del marito, con i piedi che giravano a mezz’aria quando lui l’ha sollevata stringendola al petto. L’elmo di lucido bronzo ha colto l’intensa luce della sera. Altri soldati e mogli in apprensione sulle mura si sono allontanati per lasciare una certa intimità al loro condottiero e alla moglie. Solo la bambinaia di Andromaca è rimasta lì vicino, reggendo in braccio il loro figlioletto di un anno.
Avrei potuto ascoltare la loro conversazione, col microfono direzionale, ma ho preferito guardare il movimento delle loro labbra, studiare le loro espressioni. Dopo il senso di sollievo nel vedere il marito guerriero vivo e illeso, Andromaca ha corrugato la fronte e si è messa a parlare in fretta, con tono pressante. Ricordavo, da Omero, il succo di ciò che diceva: il racconto delle sue sventure, della sua solitudine dopo che Achille le aveva ucciso il padre e i fratelli. Potevo davvero leggerle sulle labbra le parole: «Tu ora sei mio padre, Ettore, e anche la mia nobile madre. Sei ora per me un fratello, amore mio. E sei anche mio marito, giovane e caldo e virile e vivo! Abbi pietà di me, marito mio! Non abbandonarmi. Non uscire di nuovo nella piana di Ilio a morire e a far trascinare il tuo cadavere dietro un cocchio acheo fino a strappare la carne dalle ossa. Resta qui. Combatti qui! Proteggi la nostra città combattendo qui sui bastioni!».
«Non posso» ha detto Ettore, con l’elmo che mandava lampi al lento scuotere della testa.
«Sì che puoi!» ha ribattuto Andromaca, col viso distorto dall’amore e dalla paura. «Devi! Porta il tuo esercito vicino a dove cresce quel fico, là, lo vedi? È il punto dove la tua amata Ilio è più aperta al loro attacco. Tre volte gli argivi hanno provato in quel punto, nella speranza d’invadere la città, e tre volte i loro migliori guerrieri hanno aperto la strada: i due Aiaci, il Grande e il Piccolo, e Idomeneo e il terribile Diomede. Forse un indovino ha mostrato loro la nostra debolezza in quel punto. Combatti qui, marito mio! Proteggici qui!»
«Non posso.»
«Puoi!» ha gridato Andromaca, staccandosi dall’abbraccio. «Ma non lo farai!»
«Sì» ha risposto Ettore. «Non lo farò.»
«Sai cosa mi accadrà, nobile Ettore, quando morirai della tua nobile morte e diventerai cibo per i cani achei?»
Ho visto Ettore trasalire, ma restare in silenzio.
«Sarò trascinata via come una qualsiasi puttana di un sudato condottiero greco!» ha gridato Andromaca, così forte che l’ho sentita benissimo a mezzo caseggiato di distanza. «Portata ad Argo come bottino di guerra, come schiava per Aiace il Grande o Aiace il Piccolo o per il terribile Diomede o per qualche condottiero meno importante, per essere scopata a capriccio!»
«Sì» ha detto Ettore, con sguardo sofferente, ma fermo. «Ma io sarò morto e la terra sopra di me soffocherà le tue grida.»
«Sì, oh, sì» ha gridato Andromaca, piangendo e ridendo insieme, ora. «Il nobile Ettore sarà morto. E suo figlio che tutti i cittadini di Ilio chiamano Astianatte, "Signore della città", sarò schiavo dei porci achei, strappato alla sua madre schiava e puttana. Sarà questa la tua nobile eredità, o nobile Ettore?»
Ha chiamato più vicino la bambinaia e ha preso in braccio il figlio, tenendolo come scudo fra sé e il marito.
Ho visto ora il dolore sul viso di Ettore, ma lui ha proteso le braccia verso il bimbo. «Vieni qui, Scamandrio» ha detto, usando il vero nome del bambino, non il nomignolo datogli dal popolo.
Il bambino si è ritratto e si è messo a strillare. Le urla giungevano fin sulla torre dove ero appollaiato, cinque o sei tetti più in là.
Era l’elmo. L’elmo di Ettore. Il bronzo lucido, brillante, schizzato di sangue e di sporco, rifletteva la luce del sole e rimandava un’immagine distorta del parapetto e del bambino stesso. L’elmo, col fiammeggiante cimiero di crine di cavallo e le lucidissime protezioni metalliche intorno agli occhi e sul naso.
Il bambino strillava e si rincantucciava contro il petto della madre, impaurito dal padre.
In un momento come quello, ci si sarebbe aspettato che Ettore restasse sconvolto (niente abbraccio finale al figlio?) e invece lui si è messo a ridere, ha gettato indietro la testa e ha riso di nuovo, di cuore e a lungo. Dopo un minuto, anche Andromaca si è messa a ridere.
Ettore sì è tolto l’elmo, sfolgorante nella luce del sole al tramonto, e l’ha posato sul bastione. Ha preso in braccio il figlio e ha cominciato a lanciarlo in aria e afferrarlo al volo, finché il bambino non strillava più di paura, ma di gioia. Tenendo il figlio nell’incavo del braccio destro, col sinistro Ettore ha stretto a sé Andromaca.
Sempre sorridendo, ha alzato al cielo il viso. «Zeus, ascoltami! Tutti voi immortali, ascoltatemi!»
I soldati di guardia e le donne sul bastione si sono zittiti. Nelle vie è sceso un silenzio innaturale. La forte voce di Ettore si udiva a caseggiati di distanza.