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«Concedetemi che questo bambino, mio figlio, del quale sona più che soddisfatto, sia come me, primo in gloria fra i troiani! Forte e coraggioso come me, Ettore, suo padre! E concedete, o dèi, che Scamandrio, figlio di Ettore, un giorno governi tutta Ilio, in potere e in gloria, e che tutti, dicano: "È più valoroso di suo padre!". Questa è la mia preghiera, o dèi, e non chiedo altro.»

Detto questo, ha ridato il bambino ad Andromeda, ha baciato l’uno e l’altra e ha lasciato le mura per il campo di battaglia.

Ammetto che le ore successive all’addio di Ettore alla moglie non sono state per me il massimo. Non mi ha migliorato l’umore sapere che il prossimo anno Andromaca sarà davvero portata via dalla città in fiamme alla terra dove sarà una costosa schiava per altri uomini. Né mi ha aiutato sapere che l’acheo che la prenderà prigioniera (Pirro, destinato a diventare re della tribù epirota dei molossi e ad avere una tomba da eroe a Delfi) strapperà dal seno della nutrice il figlio di Ettore, Scamandrio (detto Astianatte, "Signore della città", dal popolo di Ilio), e lo getterà dall’alto delle mura a sfracellarsi a terra. Lo stesso Pirro ucciderà il padre di Ettore e di Paride, re Priamo, nel suo stesso palazzo, sull’altare di Zeus. In una sola notte la Casa di Priamo si estinguerà. È un pensiero deprimente.

Questa non è una difesa per ciò che ho fatto dopo: la riporto come parziale spiegazione.

Ho vagato per le vie di Ilio fino al calar della notte e oltre, più solo e depresso di quanto non mi sia mai sentito nei nove anni da scoliaste. Ero ancora vestito da lanciere troiano (pronto a usare al minimo segno di pericolo l’Elmo di Ade e il medaglione TQ per una fuga istantanea) e dopo un poco mi sono ritrovato nei pressi della dimora di Elena. Confesso d’essere venuto qui spesso, nel corso degli anni, rubando il tempo alle osservazioni da scoliaste e recandosi in segreto nella città e in questo posto solo per la remota possibilità di vedere lei, di vedere Elena, la più bella e seducente donna al mondo. Quante volte sono rimasto fermo dall’altra parte della via, di fronte a quell’edificio a vari piani, guardando in su come un ragazzo innamorato e aspettando che si accendessero le luci negli appartamenti e nelle terrazze in alto, augurandomi contro ogni speranza di avere anche solo una fuggevole visione di quella donna!

All’improvviso la mia pazza fantasticheria è stata infranta da una visione più agghiacciante: un cocchio sorvolava lentamente le vie e i tetti, celato agli occhi mortali, ma visibilissimo ai miei, potenziati. Dal bordo si sporgeva la mia Musa e scrutava le vie. Prima d’allora non avevo mai visto la Musa sorvolare la città o la piana di Ilio. Cercava me, lo sapevo.

In un attimo mi sono messo l’Elmo di Ade e mi sono nascosto (mi auguravo) a uomini e dèi. Di sicuro la tecnologia ha funzionato. Il cocchio della Musa mi ha sorvolato a meno di trenta metri e non ha rallentato.

Passato il cocchio, girando sulla piazza del mercato centrale, una decina di caseggiati più a est, ho azionato i pulsanti della bardatura di levitazione. Tutti gli scoliasti ce l’hanno in dotazione, ma la usano di rado. Spesso, dopo una giornata di confusa battaglia sul campo, ho usato la bardatura di levitazione per sorvolare il campo di battaglia, farmi un quadro più ampio della situazione tattica e poi volare a Ilio (qui, davanti alla casa di Elena, per essere sinceri) per qualche minuto di sguardi speranzosi, prima di telequantarmi di nuovo a Olimpo e al dormitorio.

Non stavolta. Mi sono alzato sulla via, ho sorvolato, invisibile, i lancieri di guardia all’ingresso principale della residenza di Paride e di Elena, ho superato l’alto muro e sono sceso su una balconata della corte interna, fuori delle stanze private della coppia. Col cuore che batteva all’impazzata ho varcato il vano chiuso solo da tende mosse dalla brezza. I cani della residenza forse mi avrebbero fiutato (l’Elmo di Ade non mascherava l’odore) ma erano tutti al pianterreno e nella corte esterna, non qui dove viveva la regale coppia.

Elena era nel bagno. Tre serve l’aiutavano e, scalze, lasciavano impronte umide sui gradini di marmo nel portare su e giù acqua calda alla vasca da bagno incassata nel pavimento. Tende di velo circondavano il bagno stesso, ma poiché i bracieri su tripodi e le lucerne appese si trovavano nell’interno della stanza, il sottile materiale delle tende non era d’ostacolo alla vista. Sempre invisibile, sono rimasto appena fuori del tessuto lievemente mosso dalla brezza, a fissare Elena nel bagno.

"Così sono quelle, le tette che hanno spinto in mare mille navi" ho pensato, imprecando subito contro la mia idiozia.

Vi devo descrivere Elena? Devo spiegarvi perché il calore della sua beltà, della sua nuda beltà, può smuovere uomini distanti tremila anni e più di gelido tempo?

Non credo… e non per discrezione o per decoro. La bellezza di Elena trascende le mie capacità di descrizione. Avendo visto i seni di tantissime donne, trovavo qualcosa di unico in quelli pieni e lisci di Elena? O qualcosa di più perfetto nel suo triangolo di peli scuri fra le cosce? O di più eccitante nelle cosce chiare e muscolose? O di più sorprendente nelle candide natiche e nella robusta schiena e nelle piccole spalle?

Certo che lo trovavo. Ma non sono tipo da dirvi la differenza. Ero uno studioso di scarsa importanza e (nelle fantasticherie nella mia vita perduta) forse un romanziere. Ci vorrebbe un poeta più bravo di Omero, più bravo di Dante, più bravo di Shakespeare, per rendere giustizia alla beltà di Elena.

Sono uscito dalla stanza da bagno, nel fresco di una terrazza vuota davanti alla camera da letto, e ho toccato il sottile bracciale che mi permette di morfizzarmi. Il quadro di comando del bracciale brillava solo quando era in funzione, ma sotto il dito parlava con simboli e immagini. Nel bracciale erano immagazzinati i dati morfici di tutti gli uomini che avevo registrato negli scorsi nove anni. In teoria mi sarei potuto morfizzare in una donna, ma non avevo mai avuto motivo di farlo e di certo ne avevo ancora meno quella sera.

Dovete capire che la morfizzazione non dà nuova forma a molecole e acciaio e carne e ossa. Non so però come funzioni, anche se cinque o sei anni fa uno scoliaste del ventunesimo secolo, vissuto brevemente, un certo Hayakawa, ha provato a spiegarmi la sua teoria. Lui insisteva sulla conservazione della materia e dell’energia (qualsiasi cosa voglia dire), ma non sono stato molto attento.

Evidentemente la morfizzazione funziona a livello quantico. Come tutto il resto, con questi dèi. Hayakawa mi invitò a immaginare tutti gli esseri umani qui esistenti, compresi lui e me, come onde di probabilità stazionarie. A Evello quantico, disse, gli esseri umani (e ogni cosa nell’universo fisico) esistono da istante a istante come una sorta di fronte d’onda in collasso: molecole, memoria, vecchie cicatrici, emozioni, baffi, alito che sa di birra, tutto. Gli dèi ci hanno dato wafer che registrano onde di probabilità e ci permettono di interrompere e immagazzinare le originali e, per breve tempo, quando ci morfizziamo, di mescolare le nostre a quelle immagazzinate, di portare con noi in un nuovo corpo i nostri ricordi e la nostra volontà. Non so come mai tutto ciò non violasse l’amata (da Hayakawa) legge della conservazione della massa e dell’energia, ma lui insisteva nel dire che non la violava.

Quest’usurpare la forma e le azioni di un altro è il motivo per cui noi scoliasti quasi sempre ci morfizziamo in figure minori della guerra di Troia; semplici comparse, come l’innominata guardia del corpo la cui forma avevo assunto stasera. Se fossimo diventati, che so, Odisseo o Ettore o Achille o Agamennone, avremmo avuto il giusto aspetto fisico, ma non avremmo cambiato il nostro comportamento (molto inferiore a quello, eroico, del personaggio reale) e ogni nostro minuto trascorso in quella forma avrebbe scostato sempre più gli eventi effettivi da quella realtà che, nel suo dispiegarsi, correva parallelamente all’Iliade.