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«Lo so, ma…» Toccò l’arma che teneva nella cintura.

«Non ce n’è bisogno. Cerco solo cibo, non la guerra. Là sotto non ci saranno voynix.»

Savi esitò ancora.

Odisseo guardò Ada e Harman. «Aspettate qui, vado a prendere lancia e scudo.»

Harman rise, prima di capire che quell’uomo dal petto largo come un barile non scherzava affatto.

Odisseo sapeva pilotare il sonie. Decollarono dalla piattaforma superiore della torre, girarono sull’alta sella con le rovine, gettando complicate ombre alla luce del sole ormai basso, e scesero ad alta velocità in una vallata.

«Credevo che volessi andare a caccia sotto il ponte» disse Harman, superando il sibilo del vento.

Odisseo scosse la testa. Ada notò che gli argentei capelli gli ricadevano sul collo come una criniera ricciuta. «Lì non c’è niente, a parte giaguari, scoiattoli e fantasmi» rispose Odisseo. «Dobbiamo inoltrarci nelle praterie, per trovare selvaggina. E ho in mente una preda particolare.»

Uscirono dall’imboccatura del canyon, si allontanarono a grande velocità dalle montagne e sorvolarono ad alta quota praterie punteggiate di torreggianti cicadacee e di alberi dalla chioma a felce. Il sole calava, ma era ancora sopra le montagne e ogni cosa, nella piana, gettava una lunga ombra. Comparve un branco di grandi animali erbivori che Ada non riconobbe: avevano manto marrone e quarti posteriori a strisce bianche. Erano centinaia, simili ad antilopi nella forma, ma di dimensioni almeno triple, con lunghe zampe dalle strane articolazioni, collo lungo e flessuoso, muso sporgente e penzolante che pareva un roseo tubo di gomma. Il sonie non emise rumore nel piombare sopra di essi e gli animali continuarono a brucare senza nemmeno alzare la testa.

«Cosa sono?» chiese Harman.

«Roba da mangiare» rispose Odisseo. Scese di quota, eseguì un giro e atterrò dietro alti cespugli di felci, una trentina di metri sottovento rispetto al branco al pascolo. Il sole tramontava.

Oltre a due lance assurdamente lunghe (erano più lunghe del sonie e in volo la parte finale dell’asta sporgeva ben oltre la poppa della macchina volante e fuori della bolla del campo di forza), Odisseo aveva portato uno scudo rotondo fatto di bronzo lavorato e di strati di pelle di bue, nonché una corta spada con fodero e un coltello che si era infilato nella cintura della veste. Ada (che era stata sotto il lino più di frequente di quanto non avesse ammesso con Harman) si sentiva un po’ stordita per la giustapposizione al suo mondo (o a quella selvaggia versione del suo mondo) di un uomo uscito dal fantastico dramma di Troia. Si alzò dal sonie, che aveva toccato terra, e si mosse per seguire Odisseo e Harman.

«No» disse Odisseo, brusco. «Restate nel veicolo.»

«Nemmeno per sogno!» protestò Ada.

Odisseo sospirò e parlò a voce molto bassa. «Allora mettetevi lì, dietro quel cespuglio. Non muovetevi. Se un animale si avvicina, salite sul sonie e attivate il campo di forza.»

«Non so come si fa» rispose Harman in un bisbiglio.

«Ho lasciato in funzione l’IA» disse Odisseo. «Dovete solo stendervi sul sonie e dire: "Campo di forza acceso".»

Portando tutt’e due le lance, si addentrò nella piana erbosa, a passi lenti, senza fare rumore, verso gli animali al pascolo. Ada udiva le creature dal muso allungato grugnire e masticare, sentiva il rumore dell’erba strappata dai denti e il forte puzzo di selvatico. Mentre Odisseo si avvicinava, gli ammali non si diedero alla fuga; quando quelli ai bordi del branco finalmente alzarono la testa, Odisseo era già a una decina di metri. Si fermò, posò a terra una lancia e lo scudo e soppesò l’altra.

Gli animali avevano smesso di brucare, guardavano con attenzione lo strano bipede, ma non parevano allarmati.

Odisseo inarcò il corpo possente e scagliò la lancia, che volò dritta a bersaglio, colpì sopra il petto l’animale più vicino e quasi gli trapassò il collo lungo e robusto. L’animale girò su se stesso, emise un verso soffocato e stramazzò a terra.

Gli altri erbivori sbuffarono, belarono e si lanciarono di corsa, tutti a zigzag, in un modo che Ada non aveva mai visto, reso possibile dalle bizzarre articolazioni delle zampe che permettevano cambi di direzione quasi istantanei; l’intero branco sparì rumorosamente in un burroncello un paio di chilometri verso nord.

Odisseo si piegò sul ginocchio accanto all’animale morto ed estrasse dalla cintura il coltello dalla lama corta e incurvata. Con rapidi colpi aprì l’addome, estrasse organi e viscere (li gettò nell’erba, escluso quello che pareva il fegato, che depose su un piccolo telo di plastica già allargato accanto a sé) poi scorticò una coscia, staccò una grossa fetta di carne rossa e mise anche quella sul telo. Quindi tagliò la gola, facendo colare sull’erba altro sangue, e liberò la lancia, badando bene a non spezzarla. Ne ripulì con cura la punta di bronzo, strofinandola sull’erba.

Ada, sempre accanto al cespuglio, sentì un’ondata di vertigini e decise di sedersi sull’erba anziché rischiare di cadere svenuta. Non aveva mai visto un uomo uccidere un animale, figurarsi macellarlo e spellarlo con tale abilità. Un lavoro davvero efficiente. Vergognandosi della propria reazione e cercando di non perdere i sensi, abbassò la testa sulle ginocchia finché non smise di vedere puntini neri danzarle davanti agli occhi.

Harman le toccò la schiena, preoccupato; ma quando lei lo allontanò con un gesto, lasciò il riparo e si diresse verso la carcassa.

«Resta lì!» gli ordinò Odisseo.

Harman esitò, perplesso. «Se ne sono andati tutti… Ti servirà aiuto per portare…»

Odisseo alzò la mano, palma in fuori, per bloccare Harman. «Non è la preda che volevo. È solo… Non muovetevi!»

Harman e Ada si girarono: da ovest si avvicinavano a grande velocità due sagome bipedi, bianche e nere e rosse, più rapidamente di quanto gli erbivori non fossero corsi via. Ada si sentì mancare il fiato e vide Harman impietrire.

Le due creature corsero a più di novanta chilometri all’ora verso la sanguinante carcassa dell’erbivoro, poi frenarono e si fermarono in una piccola nube di polvere. Erano gli animali visti dal sonie, notò Ada, quelli che Savi aveva chiamato Uccelli Terrore; ma quelle che dall’alto erano sembrate creature divertenti, simili a struzzi che camminavano impettiti come goffi pulcini, da vicino mettevano davvero paura.

I due Uccelli Terrore si erano fermati a cinque passi dalla carcassa e ora fissavano Odisseo. Erano alti quasi tre metri, avevano corpo muscoloso coperto di corte piume bianche, piume nere sul vestigio di ali, possenti zampe grosse come il busto di Ada. Il loro becco era lungo almeno un metro e venti, malignamente ricurvo, rosso intorno alla bocca, come tuffato nel sangue, e controllato da robusti muscoli mascellari che risaltavano sotto la decina di lunghe penne rosse che sporgevano dalla parte posteriore del cranio. I loro occhi erano di un terribile, malevolo giallo, cerchiati di blu e posti sotto la fronte da sauro. In aggiunta al becco da predatore, avevano robusti artigli, lunghi come l’avambraccio di Ada, e un artiglio dall’aspetto anche più pericoloso alla piega del vestigio d’ala.

Ada capì subito che quei mostri non erano semplici saprofagi, ma terribili predatori.

Odisseo si alzò, lancia insanguinata nella destra e seconda lancia nell’altra mano. I due uccelli ritrassero di scatto la testa all’unisono, si scambiarono un’occhiata e si divìsero, come ben sincronizzati ballerini, per attaccare Odisseo da due lati. Ada sentì il lezzo di carogna dei due mostri. Non dubitò che quelle potenti zampe glabre potessero spingere ciascuno di quei mostri da una tonnellata in balzi di sei metri e più verso la preda (Odisseo, nel caso attuale), con gli artigli protesi e pronti a lacerare. Era anche evidente che i due uccidevano con un perfetto lavoro di squadra.

Odisseo non aspettò che prendessero posizione e attaccassero. Con grazia micidiale scagliò la prima lancia, dritto al bersaglio, nel petto muscoloso dell’Uccello Terrore alla sua sinistra, poi si girò velocemente ad affrontare il secondo. Il primo emise un terribile stridio che agghiacciò Ada, imitato un attimo dopo dal ruggito di Odisseo, che scavalcò con un salto la carcassa dell’erbivoro, passò dalla sinistra alla destra la seconda lancia e vibrò la punta di bronzo in un affondo verso l’occhio destro del secondo mostro.