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Il primo barcollò all’indietro, artigliò la lancia che gli sporgeva dal petto e spezzò di netto la robusta asta di quercia. Il secondo evitò il colpo di Odisseo, muovendo di scatto la testa aH’indietro, con la rapidità di un cobra. Chiaramente sorpreso d’essere attaccato da quel piccolo bipede spelacchiato, spiccò due balzi che lo portarono indietro di tre metri e cercò di artigliare la lancia.

Odisseo era costretto a tirare rapidamente indietro la lancia dopo ogni colpo di punta, per non farsela strappare di mano. Continuando a gridare, arretrò, parve inciampare sulla carcassa insanguinata e cadde, rotolando sul fianco.

L’Uccello Terrore ancora illeso vide l’occasione e la colse al volo, spiccando un balzo di due metri e ricadendo su Odisseo, con gli artigli protesi.

Mentre ancora rotolava, con movimento fluido Odisseo si rialzò sul ginocchio e piantò nel terreno la base della lancia, un attimo prima che l’Uccello Terrore vi calasse sopra con tutto il peso; la punta di bronzo trapassò il petto muscoloso del mostro, fino al cuore. Odisseo rotolò di nuovo di lato, per non farsi schiacciare dalla gigantesca creatura che piombava senza vita dove lui si trovava un attimo prima.

«Attento!» gridò Harman e si mise a correre verso il luogo dello scontro.

Il primo Uccello Terrore, perdendo sangue dalla ferita e con la lancia spezzata ancora conficcata nel petto, si precipitava su Odisseo per assalirlo alle spalle. Spinse avanti la testa, sui due metri di collo piumato e sinuoso, e chiuse di scatto il becco dove Odisseo si sarebbe trovato se fosse arretrato. Ma Odisseo si era gettato avanti, anziché indietro, rotolando di nuovo, a mani vuote, stavolta; l’Uccello Terrore lo sorpassò di slancio e si girò con la stessa incredibile rapidità degli erbivori dalle zampe bizzarramente articolate.

«Ehi!» gridò Harman e tirò un sasso all’uccello gigante.

L’animale alzò di scatto la testa, batté le palpebre a tanta impertinenza e balzò in direzione di Harman, che scivolò sul terreno, disse: «Merda!» e tornò precipitosamente indietro. A un tratto capì di non potere battere in velocità il mostro; si girò, a gambe larghe, pugni alzati, pronto a sostenere a mani nude la carica dell’Uccello Terrore.

Ada si guardò intorno, cercò un sasso, un bastone, un’arma qualsiasi. Non ne vide a portata di mano. Balzò in piedi.

Odisseo alzò lo scudo e, usando come pedana elastica la carcassa dell’erbivoro, saltò in groppa all’Uccello Terrore, sguainando nello stesso tempo la corta spada.

L’uccello continuò a correre verso Harman e Ada, ma ora storceva indietro il collo e cercava di mordere, con l’enorme becco che picchiava contro lo scudo rotondo di Odisseo. Ogni volta che le robuste fauci colpivano, Odisseo era spinto indietro, ma stringeva fermamente le gambe intorno al corpo dell’uccello, a tre metri da terra, e per quanto si piegasse all’indietro, come un cavaliere acrobata nel dramma del lino, non cadde. Poi, quando l’Uccello Terrore girò la testa, puntando gli occhi gialli su Harman, Odisseo si sporse avanti e passò la spada alla base del collo dell’uccello gigante, tagliandogli la giugulare.

Allora saltò giù, atterrò in piedi e corse a fianco di Harman, mentre l’Uccello Terrore crollava e rimaneva immobile a meno di tre metri da loro. Il getto di sangue salì a un metro e mezzo, poi diminuì e scomparve, mentre il grosso cuore smetteva di battere.

Ansimante, coperto di sangue dell’erbivoro e dell’Uccello Terrore, la spada insanguinata e lo scudo tenuti ancora in alto, Odisseo rise sotto i baffi e disse: «Ne volevo solo uno per cena, ma ci spartiremo con gli altri il secondo».

Ada si avvicinò a Harman e gli toccò il braccio. Harman non si girò. Aveva gli occhi sbarrati.

Odisseo si diresse verso l’uccello più vicino, gli tagliò la testa e gli passò sul petto il coltello da scuoiatore, pelando via carne e pelle e piume, con la facilità con cui qualcuno aiuterebbe a togliere un pesante cappotto. «Mi serviranno altre borse di plastica» disse a Harman e Ada. «Ce ne sono alcune nel vano di poppa del sonie. Basta dire alla macchina: "Vano aperto" e quello si aprirà. Sbrigatevi, però.»

Harman, che si era incamminato verso il sonie, si fermò. «Sbrigarci? E perché?»

Odisseo si asciugò il sangue dalla barba col dorso della mano e rise della grossa. «Questi uccelli fiutano il sangue fino a dieci leghe di distanza; e nelle pianure, al crepuscolo, le coppie di cacciatori sono centinaia.»

Harman si girò e corse a prendere le borse di plastica.

Ada notò che Savi e Daeman erano già ubriachi prima che la cena iniziasse.

Il pasto fu servito in una saletta di vetro attaccata al fianco del supporto più alto della torre sud. Savi riscaldava pasti precotti, in una normale bolla a microonde, ma Ada era affascinata: non aveva mai visto un pasto preparato esclusivamente da un essere umano. L’assenza di servitori nelle aree residenziali del Golden Gate diventava ancora più evidente, durante i pasti.

Odisseo era fuori, sull’ampio puntone di supporto del ponte: aveva costruito una goffa struttura di pietra e di metallo su cui bruciava legno portato dalla piana. Si era messo a piovere e Odisseo aveva dovuto rinforzare il falò per non farlo spegnere. Le fiamme illuminavano la ruggine e la sbiadita vernice arancione sul fianco della torre.

Guardando dalla parete di vetro verde trasparente e sorseggiando dal bicchiere di gin, Harman chiese: «Quella roba è una sorta di altare ai suoi dèi pagani?».

«Non proprio» rispose Savi. «È il modo in cui cucina il suo cibo.» Portò scodelle e vassoi sul tavolo rotondo, intorno al quale gli altri aspettavano. «Ti dispiace chiamarlo?» disse a Harman. «Il nostro cibo diventa freddo, mentre lui crema il suo; e poi dalle montagne è in arrivo una tempesta. Non è una buona idea starsene sulle sovrastrutture del ponte mentre piovono fulmini.»

Quando finalmente furono tutti seduti a tavola, dopo che Odisseo ebbe messo sul vicino bancone i piatti di legno con la carne fumante in modo che nessuno avesse sotto gli occhi quella roba annerita dal fuoco, Savi passò in giro una caraffa di vino. Si riempì il bicchiere per ultima e Ada la udì mormorare: «Baruch atah adonai elohaynu melech ha’olam borai bpri hagafen». "Lode a te D…o nostro Signore sovrano dell’universo che crei il frutto del vino."

«Cos’è?» chiese a bassa voce. Tutti gli altri ridevano a una frase di Daeman e non si erano accorti del borbottio di Savi. Ada aveva udito un’altra lingua solo nel dramma del lino: i guerrieri dicevano frasi senza senso, ma in qualche modo il lino traduceva ogni parola, cosicché tutti capivano il significato, anche se non ascoltavano realmente.

Savi scosse la testa, ma Ada non capì se volesse indicare di non conoscere il significato delle bizzarre parole o di non essere disposta a rivelarlo.

«Ho esplorato ogni piano del ponte e le bolle tutt’intorno» diceva in quel momento Hannah, piena d’entusiasmo. «Il metallo del ponte è antico e rugginoso, ma… sorprendente. E in alcune stanze più sotto ci sono strane sagome metalliche. Senza supporto, non collegate ad alcuna struttura. Certe sono a forma di uomini e di donne.»

Savi latrò una risata. Già riempiva di nuovo di vino il bicchiere. Stavolta senza mormorare strane parole.

«Quelle sono statue» disse Odisseo. «Sculture. Non avete mai visto delle statue?»

Hannah scosse lentamente la testa. Aveva trascorso anni a imparare come liquefare il metallo, ma riteneva sconvolgente l’idea di fare oggetti a forma di figura umana o di altri esseri viventi. Anche per Ada quella era un’idea bizzarra.