«Non conoscono l’arte» disse Savi, brusca, a Odisseo. «Niente scultura né pittura né artigianato né fotografia né olografia e neppure manipolazione genetica. Niente musica, danza, balletto, niente sport e niente canto. Né teatro, architettura, kabuki, commedie. No, niente. Sono creativi come… come uccelli appena nati. No, ritiro, anche gli uccelli sanno cantare e costruire il nido. Questi eloi dell’ultimo giorno sono cuculi silenziosi, abitano il nido di altri uccelli senza nemmeno un canto per pagamento.» Cominciava a farfugliare un poco.
Odisseo guardò Hannah, Ada, Daeman e Harman, con espressione indecifrabile. Intanto i quattro ospiti fissavano Savi, chiedendosi perché il tono della donna fosse così pieno d’ira.
«Ma tanto non hanno nemmeno la letteratura» proseguì Savi, guardando negli occhi Odisseo. «E tu neppure.»
Odisseo le sorrise. Ada vide che era lo stesso sorriso di quando staccava la carne dalla coscia dell’erbivoro. Prima di cena Odisseo aveva fatto il bagno e si era ripulito e riordinato la barba, ma Ada vedeva ancora braccia, mani e barba com’erano prima, sporche di sangue, incrostate di coaguli. Non erano affari suoi, si disse, ma probabilmente pensava che Savi era poco saggia a pungolarlo a quel modo.
«Quelli che non sapevano ancora leggere e scrivere incontrano quelli che non sanno più leggere e scrivere» continuò Savi, aprendo la mano come per presentare Odisseo agli altri quattro. Poi alzò il dito. «Oh, mi sono scordata del nostro amico Harman qui presente. Lui è il Balzac e lo Shakespeare dell’attuale figliata di umanità vecchio stile. Sa leggere circa al livello di un bambino di sei anni dell’Età Perduta, dico bene, Harman Uhr? Muovi le labbra, quando pronunci le parole, eh?»
«Sì» confermò Harman, con un pallido sorriso. «Muovo le labbra, quando leggo. Non sapevo che ci fosse un altro modo. E mi ci sono volute più di quattro Ventine per raggiungere questo livello di abilità.»
Ada ebbe l’impressione che il novantanovenne sapesse d’essere insultato, ma se ne fregasse, interessato solo a ciò che Savi avrebbe detto dopo. Si schiarì la voce. «Che animale era quello che hai… ucciso… oggi?» chiese a Odisseo, in tono brillante e vivace. «Non gli Uccelli Terrore, l’altro.»
«Penso a lui come all’erbivoro dal naso molle» rispose Odisseo. «Vuoi assaggiarlo?» Allungò la mano verso il bancone alle sue spalle, prese il piatto ovale di carne scurita dal fuoco e lo mise davanti a Ada.
Per mostrarsi gentile, Ada prese il pezzetto più piccolo, usando cautamente gli utensili.
«Ne prendo un poco anch’io» disse Harman. Il piatto ovale girò fra i commensali. Hannah e Daeman guardarono con sospetto la carne, l’annusarono, sorrisero educatamente e la rifiutarono. Quando il piatto ovale fu davanti a Savi, lei lo ripassò a Odisseo senza una parola.
Ada mangiucchiò il pezzettino più piccolo che riuscì a tagliare. Era delizioso: simile alle bistecche, ma più duro e più succulento. Il fumo di legna gli dava un gusto diverso da tutte le pietanze scaldate al microonde che aveva mangiato. Se ne tagliò un pezzetto più grosso.
Odisseo mangiava servendosi solo di un corto e affilato coltello che aveva portato in tavola per sé: tagliava fette sottili e se le portava alla bocca sulla punta della lama. Ada si sforzò di non fissarlo.
«Macrauchenia» disse Savi, fra una forchettata e l’altra d’insalata e di riso scaldato al microonde.
Ada alzò gli occhi, chiedendosi se anche quella parola appartenesse allo strano linguaggio rituale della vecchia.
«Prego?» disse Daeman.
«Macrauchenia. È il nome dell’animale che il nostro amico greco ha ucciso e che i tuoi due amici mangiano come se non ci fosse niente altro. Quegli animali popolavano le pianure sudamericane un paio di milioni d’anni fa, ma si estinsero prima che la razza umana comparisse nel Sud America. Sono stati riportati in vita degli ARNisti, duranti gli anni folli che seguirono la pandemia rubicon, prima che i post-umani mettessero fine alla mania di reintrodurre alla rinfusa specie estinte. Dopo i Macrauchenia, alcuni ARNisti pensarono che sarebbe stata una bella idea riportare in vita i fororacidi.»
«Foro cosa?» disse Daeman.
«I Fororacidi. Gli Uccelli Terrore. Quei geni di ARNisti avevano dimenticato che per milioni di anni erano stati i principali predatori del Sud America, almeno finché dal Nord America non giunsero gli smilodonti, quando il livello dell’acqua si ridusse drasticamente ed emerse il ponte di terra fra i due continenti. Sapete che l’istmo di Panama è di nuovo sommerso? Che i continenti sono di nuovo separati?» Si guardò intorno, chiaramente ubriaca, bellicosa e convinta che nessuno di loro avesse idea di ciò di cui parlava.
Harman sorseggiò il vino. «Viviamo lo stesso, anche se non sappiamo che cos’è uno smilodonte?»
Savi si strinse nelle spalle. «Solo un fottuto grosso gatto con fottuti denti a sciabola. Gli smilodonti si mangiano per colazione gli Uccelli Terrore e usano gli artìgli scartati per stuzzicarsi i denti a sciabola. Quegli idioti di ARNisti hanno riportato sulla terra i denti a sciabola, ma non qui. In India. Sapete tutti, dov’era… dove si dovrebbe trovare… l’India? I post-umani l’hanno staccata dall’Asia e l’hanno spezzettata in un fottuto arcipelago.» I cinque la guardarono.
«Grazie d’avermelo ricordato» disse Odisseo, con la sua pronuncia innaturale; si alzò e andò al bancone. «Prossima portata, Uccello Terrore.» Spostò sulla tavola il grosso piatto ovale. «Ho aspettato un bel po’ per gustare questa leccornia, ma non ho mai avuto il tempo di cacciarne uno, fino a oggi. Chi mi tiene compagnia?»
Tutti, tranne Daeman e Savi, si dichiararono disposti ad assaggiarne una fetta. Si versarono altro vino. Fuori la tempesta era arrivata in grande stile e lampi e fulmini guizzavano fra le strutture del ponte, illuminando la sella e le rovine molto più in basso, oltre alle nubi e ai frastagliati picchi ai lati.
Ada, Harman e Hannah mangiarono qualche pezzetto di quella carne bianca e bevvero copiosamente acqua e vino. Odisseo mangiava una fetta via l’altra.
«Mi ricorda il pollo» disse Ada, nel silenzio generale.
«Sì» convenne Hannah. «Decisamente pollo.»
«Pollo con un forte sapore amarognolo» fece Harman.
«Avvoltoio» disse Odisseo. «Mi ricorda la carne d’avvoltoio.» Prese un altro grosso boccone, lo mandò giù e sorrise. «Se cucino di nuovo un Uccello Terrore, ci metto un mucchio di salsa.»
Cinque di loro continuarono a mangiare in silenzio il riso scaldato al microonde, mentre Odisseo si serviva altre fette di Uccello Terrore e di Macrauchenia, mandandole giù con grandi sorsate di vino. L’assenza di conversazione forse avrebbe messo tutti a disagio, se non ci fosse stata la tempesta. Il vento era aumentato e i fulmini cadevano quasi in continuazione e proiettavano nella bolla da pranzo, soffusamente illuminata, esplosioni di luce bianca; in ogni caso, il tuono avrebbe soffocato gran parte della conversazione. La verde bolla da pranzo pareva ondeggiare un poco, mentre il vento ululava, e i quattro ospiti si guardavano l’un l’altro, con ansia appena mascherata.
«Niente paura» disse Savi, che ora non pareva più arrabbiata né ubriaca, come se le precedenti dure parole avessero dato un po’ di sfogo alla pressione interna dell’amarezza. «Il pariglass non è buon conduttore di elettricità e siamo solidamente agganciati. Finché il ponte sta in piedi, non cadiamo neanche noi.» Sorseggiò il vino rimasto nel bicchiere e sorrise senza allegria. «Naturalmente il ponte è più vecchio dei denti di Ilio, perciò non posso garantire che rimarrà in piedi.»