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«Tutti dicono che Falstaff è un personaggio molto più interessante di Hal» replicò. «Comico, realistico, antimilitarista, spiritoso… Hazlitt scrisse che: "La somma gioia della libertà guadagnata con l’umorismo è l’essenza di Falstaff".»

«Sì» disse Orphu. «Ma che libertà è? La libertà di farsi beffe di qualsiasi cosa? La libertà d’essere ladro e codardo?»

«Sir John era un cavaliere» disse Mahnmut. All’improvviso fu colpito dalle parole di Orphu… Orphu, il cinico e umoristico commentatore della follia dell’esistenza dei moravec. «Parli come Koros III.»

Orphu rise. «Non sarò mai un guerriero.»

«Koros era forse un guerriero? Credi che abbia ucciso dei moravec, durante la missione nella fascia degli asteroidi?» Si era incuriosito.

«Non sapremo mai cos’è accaduto nella fascia» disse Orphu. «E non credo che Koros fosse più impaziente di combattere del resto di noi pacifici moravec. Ma era addestrato al comando e al senso del dovere, cose che Falstaff irrideva perfino nel suo amato principe Hal.»

«E tu pensi che qui ci abbia chiamato il dovere» disse Mahnmut. Notò una foschia verso sud.

«Qualcosa del genere.»

«E pensi che forse dovresti essere più Hotspur che Falstaff?»

Orphu rise di nuovo. «Potrebbe essere troppo tardi, per questo. "Del tempo mio ho fatto il peggior uso e mal uso fa il tempo ora di me."»

«Non sono parole di Falstaff.»

«Riccardo II» precisò Orphu.

«Pensi d’essere troppo vecchio per ciò che il futuro ci riserva?» domandò Mahnmut, chiedendosi anche lui che cosa riservasse il futuro.

«Be’, mi sento davvero un po’ vecchio, sans occhi, sans gambe, sans mani, sans denti e sans guscio.»

«Non hai mai avuto denti» ribatté Mahnmut. La missione di Koros era di eseguire un sopralluogo nei pressi del grande vulcano, Olympus Mons, e di portare il più vicino possibile alla cima il Congegno tenuto nella stiva. Ma il Dark Lady era prossimo alla morte e forse Orphu stesso era in fin di vita. Inoltre, anche se fosse sopravvissuto, Orphu non era in grado di vedere, muoversi, essere auto sufficiente, ammesso sempre d’arrivare alla terraferma. Come avrebbe fatto, Mahnmut, a portare il Congegno per più di tremila chilometri di continente, senza farsi individuare e distruggere dalla gente dei cocchi?

"Pensaci più tardi, quando avrai portato a terra il Lady e tolto Orphu dalla stiva" si disse Mahnmut. "Una cosa alla volta." Il cielo era sgombro di minacce, ma lui si sentiva terribilmente esposto, mentre continuava a pilotare il sommergibile tra le onde, diretto a sud. Disse a Orphu: «Il tuo amico Proust non avrebbe qualche consiglio?».

Con un rombo, Orphu si schiarì la voce:

La vecchiaia riserba ancora onore e fatica; Morte tutto chiude: ma qualcosa prima della fine, Un’opera eccellente, ancora si può fare… Non è troppo tardi per cercare un mondo più nuovo… Anche se molto è preso, molto resta; e anche se Non siamo ora quella forza che in vecchi giorni Smuoveva terra e cielo; ciò che siamo, siamo; Un’eguale tempra di eroici cuori, Resa debole in tempo e fato; ma forte in volontà Di lottare, di cercare e di non cedere.

«Non riuscirai mai a convincermi che questo è Proust» disse Mahnmut. La foschia a sud si schiariva.

«No, è l’Ulisse di Tennyson.»

«Chi è Ulisse?»

«Odisseo.»

«Chi è Odisseo?»

Seguì un silenzio d’incredulità. Alla fine Orphu disse: «Ah, amico mio, questa lacuna nella tua per il resto eccellente erudizione esige che vi si ponga rimedio. Può darsi che ci occorra sapere tutto il possibile su…».

«Aspetta» disse Mahnmut. E un minuto dopo: «Aspetta!».

«Cosa c’è?»

«Terra. Vedo la terraferma.»

«Nient’altro? Particolari?»

«Ora cambio ingrandimento» disse Mahnmut.

Orphu attese un poco e alla fine disse: «Ebbene?».

«Le facce di pietra. Vedo le facce di pietra, per la maggior parte in cima alla scogliera; si susseguono verso est fin dove riesco a vedere.»

«Solo a est? A ovest no?»

«No. La fila di facce termina quasi nel punto dove toccheremo terra. C’è movimento, lì. Centinaia di persone, o creature, si muovono lungo la scogliera e la spiaggia.»

«Meglio fare immersione» disse Orphu. «Aspettiamo il buio, prima di toccare terra. Cerca una grotta marina, un posto dove far entrare il Lady senza che lo vedano, dove…»

«Troppo tardi» disse Mahnmut. «Il Lady ha meno di quaranta minuti di supporto vita e di propulsione. Inoltre, le sagome… la gente… hanno smesso di spostare a ovest le facce di pietra. Scendono sulla spiaggia a centinaia. Ci hanno visto.»

21

ILIO

Potrei raccontarvi cosa si prova a fare l’amore con Elena di Troia. Ma non dirò niente. E non solo perché sarebbe indegno di un gentiluomo. I particolari non fanno parte di questa storia. Ma posso dire in tutta sincerità che se la vendicativa Musa o l’impazzita Afrodite mi avessero trovato un momento dopo che Elena e io avevamo terminato il nostro primo atto d’amore, diciamo, un minuto dopo che eravamo rotolati lontano l’uno dall’altra, sulle lenzuola inumidite dal sudore, per riprendere fiato e goderci la fresca brezza che anticipava la tempesta, se la Musa e la dea fossero piombate lì allora e mi avessero ucciso… posso dirvi senza tema di contraddizione che la breve seconda vita di Thomas Hockenberry sarebbe stata una vita felice. E sarebbe terminata alla grande, almeno.

Un minuto dopo quell’istante di perfezione, Elena mi puntava al ventre un pugnale.

«Chi sei?» chiese.

«Sono il tuo…» iniziai e mi fermai. Una luce negli occhi di Elena mi aveva fatto morire sulle labbra la menzogna d’essere Paride.

«Se dici di essere il mio nuovo marito, dovrò affondare questa lama nelle tue viscere» dichiarò con calma Elena. «Se sei un dio, non te ne dovrebbe importare. Ma se non sei un dio…»

«Non sono un dio» riuscii a dire. La punta della lama stava per trarre sangue dalla pelle sopra il ventre. "Da dove diavolo è spuntato quel pugnale?" pensai. "Era tra i cuscini, mentre facevamo l’amore?"

«Se non sei un dio, come hai preso la figura di Paride?» Mi resi conto che quella era Elena di Troia, la figlia mortale di Zeus, una donna che viveva in un universo dove dèi e dee facevano sesso con i mortali tutto il tempo; un mondo dove creature, divine o d’altra natura, capaci di cambiare forma camminavano fra semplici umani; un mondo dove il concetto di causa ed effetto aveva significati del tutto differenti. Dissi: «Gli dèi mi hanno dato l’abilità di morfizza… di cambiare aspetto».

«Chi sei?» chiese Elena. «Cosa sei?» Non parve arrabbiata e neppure particolarmente sconvolta. Parlava con calma e i suoi bellissimi lineamenti non erano distorti dalla paura o dall’ira. Ma teneva con fermezza la lama contro il mio ventre. Voleva una risposta.

«Mi chiamo Thomas Hockenberry» dissi. «Sono uno scoliaste.» Sapevo che per lei tutt’e due le risposte non avrebbero avuto senso. Il nome suonava strano perfino a me; aspro, a confronto dei toni più morbidi della loro antica lingua. «Thomas Hock-en-bear-eeee» ripeté Elena. «Pare persiano.» «No» dissi. «Olandese e tedesco e irlandese, in realtà.» Vidi Elena corrugare la fronte e capii che non solo per lei dicevo parole senza senso, ma parevo anche decisamente ammattito.

«Mettiti una veste» disse Elena. «Parleremo in terrazza.»