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L’ampia camera da letto di Elena aveva terrazze su entrambi i lati, una prospiciente la corte, l’altra a sudest, sulla città. La mia bardatura di levitazione e gli altri attrezzi (esclusi il medaglione TQ e il bracciale per morfizzarmi, che avevo tenuto anche a letto) erano nascosti dietro la tenda sulla terrazza che dava sulla corte. Elena mi guidò sull’altra terrazza, quella verso l’esterno. Indossavamo entrambi una veste leggera. Elena tenne in mano il corto e affilato pugnale, mentre stavamo fermi alla balaustra, nella luce riflessa dalla città e di un lampo di tanto in tanto.

«Sei un dio?» chiese.

Fui sul punto di rispondere: "Sì". Sarebbe stato il modo più facile per toglierle di testa l’idea di piantarmi nella pancia il pugnale, ma ebbi l’improvviso, inesplicabile impulso a dire la verità, tanto per cambiare. «No» risposi. «Non sono un dio.»

Lei annuì. «Sapevo che non eri un dio. Ti avrei sbudellato come un pesce, se mi avessi mentito su questo.» Sorrise con aria torva. «Non fai l’amore come un dio.»

"Oh, be’…" pensai, ma non sapevo cosa rispondere.

«Com’è che puoi prendere la forma e la figura di Paride?»

«Gli dèi mi hanno dato la capacità di farlo.»

«Perché?» La punta del pugnale era solo a qualche centimetro dalla mia pelle sotto la stoffa sottile.

Mi strinsi nelle spalle, ma subito ricordai che gli antichi non usavano quel gesto; dissi allora: «Mi hanno dato in prestito questa capacità per i loro fini. Sono al loro servizio. Guardo la battaglia e riferisco a loro. Mi è d’aiuto assumere la forma di altri uomini».

Elena non parve sorpresa. «Dov’è il mio amante troiano? Cos’hai fatto al vero Paride?»

«Sta bene» risposi. «Quando lascerò le sue sembianze, tornerà a fare ciò che faceva quando mi sono morfizzato… quando ho assunto la sua forma.»

«Dove sarà in quel momento?»

Mi parve una domanda un po’ bizzarra. «Dovunque si sarebbe trovato se non avessi preso in prestito la sua forma» risposi alla fine. «Penso che abbia appena lasciato la città per unirsi a Ettore nella battaglia di domani.» In realtà, quando non sarò più morfizzato, Paride si troverà esattamente dove si sarebbe trovato se avesse proseguito le sue attività nel tempo in cui avevo assunto la sua identità… a dormire in una tenda, forse, o nel mezzo della battaglia o a scopare una schiava nell’accampamento di Ettore. Ma era troppo difficile spiegarlo a Elena. Non credo che avrebbe apprezzato un discorso sulle funzioni dell’onda di probabilità e sulla simultaneità temporale quantica. Non avrei saputo spiegare perché né Paride né quelli intorno a lui avrebbero notato o ricordato la sua assenza né come mai i loro ricordi avrebbero incluso azioni che Paride avrebbe compiuto se non avessi interrotto il collasso d’onda di probabilità di quella linea temporale. La continuità quantica sarebbe stata ricucita non appena cancellata la funzione morfica.

Merda, io stesso non ci capivo niente!

«Lascia la sua forma» ordinò Elena. «Mostrami la tua vera faccia.»

«Signora mia, se…» cominciai a protestare, ma la sua mano fu più svelta, la lama tagliò stoffa e pelle e sentii il sangue scorrermi sull’addome.

Mostrandole che muovevo la mano molto, molto lentamente, toccai l’icona nel bracciale morfico.

Ero di nuovo Thomas Hockenberry: più basso, più magro, più goffo, con gli occhi da miope e l’incipiente calvizie.

Elena batté le palpebre una volta e alzò il pugnale rapidamente, più rapidamente di quanto credessi possibile per una persona normale. Sentii il rumore di taglio e di lacerazione. Ma non erano i muscoli del mio stomaco, solo la cintura della veste e la seta stessa.

«Non ti muovere» disse piano Elena. Mi allargò la veste e usò la mano libera per farmela scivolare dalle spalle.

Rimasi nudo e pallido davanti a quella formidabile donna. Se un dizionario avesse mai bisogno d’una perfetta definizione di "patetico", una fotografia di quel momento basterebbe.

«Puoi rimetterti la veste» disse Elena, dopo un minuto.

Mi affrettai a ubbidire. La cintura era tagliata, così tenni chiusi con la mano i lembi. Elena parve riflettere. Per vari minuti restammo lì sulla terrazza, in silenzio. Anche se era tardi, le torri di Ilio brillavano per la luce delle torce. Le fiamme dei falò delle sentinelle guizzavano lungo i bastioni sulle lontane mura. Più a sud, al di là delle porte Scee, ardevano pire. Non si vedevano stelle e l’aria odorava di pioggia in arrivo dalla direzione del monte Ida.

«Come hai capito che non ero Paride?» chiesi infine.

Elena emerse dal sogno a occhi aperti e mi rivolse un sorriso. «Una donna può dimenticare il colore degli occhi del suo amante, il tono della sua voce, perfino i particolari del suo sorriso o dell’aspetto, ma non dimenticherà mai come il suo amante scopa.»

Toccò a me battere le palpebre per la sorpresa e non solo per la frase volgare di Elena. Omero ha letteralmente cantato apprezzamenti per la prestanza di Paride, paragonandolo a "uno stallone ben nutrito alla greppia", quando ha descritto la corsa per unirsi a Ettore fuori della città quella notte stessa, "sicuro nel rapido passo… la testa gettata indietro, chioma fluente sulle spalle, sicuro e agile nella sua gloria". Paride era, nel gergo giovanile della mia vita precedente, un fusto. E mentre ero nel letto di Elena, avevo i fluenti capelli di Paride, il suo corpo abbronzato, il suo ventre piatto, i suoi lucidi muscoli, il suo…

«Il tuo pene è più grosso» disse Elena.

Battei di nuovo le palpebre. Due volte. Ovviamente Elena non aveva usato la parola "pene" (il latino in pratica non esisteva ancora, come lingua) e la parola greca da lei scelta era una voce gergale più vicina a "uccello". Ma non aveva senso. Quando facevamo l’amore, avevo il pene di Paride…

«No, non è per questo che ho capito che non eri il mio amante» disse Elena. Pareva leggermi nel pensiero. «È solo una mia osservazione.»

«Ma allora…»

«Sì» disse Elena. «Era il modo in cui mi hai amato, Hock-en-bear-eeee.»

A questo non avevo niente da dire e non sarei riuscito a parlare in modo chiaro nemmeno se l’avessi avuto.

Elena sorrise di nuovo. «Paride mi ebbe per la prima volta non a Sparta, dove mi conquistò, né a Ilio, dove mi portò, ma nella piccola isola di Cranae, durante il viaggio per venire qui.»

Non conoscevo nessuna isola chiamata Cranae e la parola significava semplicemente "rocciosa" in greco antico; forse Paride aveva interrotto il viaggio e si era fermato in una piccola isola rocciosa senza nome per fare il suo comodo con Elena senza che l’equipaggio della nave guardasse. Ciò significava che Paride era… impaziente. "Come eri tu, Hockenberry" mi disse una vocina non del tutto dissimile da quella della mia coscienza. Troppo tardi, per una coscienza.

«Lui mi ha avuto… e io ho avuto lui… centinaia di volte, da allora» disse piano Elena. «Mai però come stanotte. Mai come stanotte.»

Rimasi confuso e inorgoglito. Era un complimento? No, un attimo… è assurdo. Omero canta di Paride quasi divino nella bellezza fisica e nel fascino, un grande amante, irresistibile a donne e dee insieme, e ciò significava che Elena voleva solo dire…

«Tu…» disse lei, interrompendo i miei pensieri confusi «tu eri… schietto.»

Schietto. Mi strinsi di più nella veste e guardai in direzione della tempesta in arrivo per nascondere l’imbarazzo. Schietto.

«Sincero» disse Elena. «Molto sincero.»

Se non si fosse zittita subito, smettendo di cercare sinonimi per patetico, forse le avrei strappato di mano il pugnale e mi sarei tagliato la gola da solo.

«Gli dèi ti hanno mandato qui per me?»

Pensai di nuovo di mentire. Nemmeno quella donna così risoluta avrebbe sventrato un uomo in missione per conto degli dèi. Ma ancora una volta decisi di non farlo. Elena di Troia pareva quasi telepatica, tanto era abile a leggermi il pensiero. E dire la verità era piacevole, tanto per cambiare. «No» risposi. «Non mi ha mandato nessuno.»