«Sei venuto qui solo perché volevi portarmi a letto?»
"Be’, almeno non ha usato di nuovo parole sconce" pensai. «Sì» risposi. «Cioè, no.»
Elena mi guardò. Da qualche parte, nella città, un uomo rise forte, poi una donna lo imitò. Ilio non dormiva mai.
«Insomma… mi sentivo solo» dissi. «Sono stato qui per un’intera guerra, da solo… nessuna donna con cui parlare, nessuna donna da toccare…»
«Hai toccato me a sufficienza.»
Dal tono non avrei saputo dire se si trattava di sarcasmo o di un’accusa. «Sì» ammisi.
«Sei sposato, Hock-en-bear-eeee?»
«Sì. No.» Scossi di nuovo la testa. Di sicuro facevo la figura del perfetto idiota, con Elena. «Credo d’essere stato sposato, ma se lo sono stato, mia moglie è morta.»
«Credi d’essere stato sposato?»
«Gli dèi mi hanno portato sul monte Olimpo attraverso il tempo e lo spazio» dissi. Sapevo che non avrebbe capito, ma me ne fregai. «Credo di essere morto nell’altra mia vita e gli dèi, non so come, mi hanno riportato indietro. Ma non mi hanno restituito tutti i ricordi. Mi tornano a tratti immagini della vita reale, della vita precedente… vanno e vengono, come sogni.»
«Capisco» disse Elena. Dal tono compresi che, sorprendentemente, capiva davvero. «Servi un dio o una dea in particolare, Hock-en-bear-eeee?»
«Faccio rapporto a una delle Muse» risposi «ma solo ieri ho saputo che è Afrodite a controllare il mio destino.»
Elena alzò gli occhi, sorpresa. «E così ha controllato il mio» disse piano. «Solo ieri, quando ha salvato Paride dalla furia di Menelao e l’ha riportato qui nel nostro letto, Afrodite mi ha ordinato di andare da lui. Quando ho protestato, si è arrabbiata e ha minacciato di rendermi il bersaglio dell’odio feroce, fulminante… parole sue… di troiani e achei.»
«La dea dell’amore» commentai piano.
«La dea della lussuria» disse Elena. «E di lussuria ne so parecchio, Hock-en-bear-eeee.»
Di nuovo non seppi che cosa dire.
«Mia madre era Leda, detta la Figlia della Notte» riprese Elena, in tono colloquiale. «Zeus venne a lei in forma di cigno e la scopò… un cigno enorme, tutto eccitato. Nella mia casa c’era un dipinto murale che raffigurava i miei due fratelli più anziani e un altare a Zeus e me in un uovo pronto a schiudersi.»
Non riuscii a evitarlo… mi misi a ridere. Poi contrassi i muscoli dello stomaco, aspettando che fossero trapassati dalla punta del pugnale.
Invece Elena reagì con un gran sorriso. «Sì» disse. «So bene che esistono i rapimenti e che si è pedine degli dèi, Hock-en-bear-eeee.»
«Già. Quando Paride venne a Sparta…»
«No» m’interruppe Elena. «Quando avevo undici anni, Hock-en-bear-eeee, fui rapita… portata via dal tempio di Artemide Orthia… da Teseo, colui che unì le comunità dell’Attica nella città di Atene. Teseo mi mise incinta e gli generai una figlia, Ifigenia, che non potevo guardare con amore e che affidai a Clitennestra perché l’allevasse insieme con suo marito Agamennone come figlia loro. I miei fratelli mi salvarono da quel matrimonio e tornai a Sparta. Teseo allora partì con Ercole per fare guerra alle Amazzoni e trovò il tempo d’invadere l’inferno, di sposare una guerriera amazzone e di esplorare il labirinto del Minotauro a Creta.»
Mi girava la testa. Ogni greco, troiano e dio aveva una storia e non vedeva l’ora di raccontarla. Ma cos’aveva a che fare, tutto questo, con…
«Conosco la concupiscenza, Hock-en-bear-eeee» disse Elena. «Il grande re Menelao mi reclamò in sposa anche se uomini come lui amano le vergini, amano più della vita la propria linea di sangue, nonostante fossi merce insozzata in un mondo d’uomini che ama così tanto le sue vergini. E poi Paride, incitato da Afrodite, venne a rapirmi di nuovo per portarmi a Troia ed essere il suo… bottino.»
Interruppe il racconto e parve studiarmi. Non trovavo niente da dire. Sotto le sue parole fredde, ironiche, c’era uno smisurato abisso d’amarezza. No, non amarezza, capii, guardandola negli occhi. Tristezza. Una terribile, stanca tristezza.
«Hock-en-bear-eeee» continuò Elena «credi che sia la più bella donna al mondo? Sei venuto qui per rapirmi?»
«No, non sono venuto a rapirti. Non avrei nessun posto dove portarti. I miei stessi giorni sono contati dall’ira degli dèi… Ho tradito la mia Musa e la sua padrona, Afrodite; e quando Afrodite guarirà dalle ferite inflìttele ieri da Diomede, mi spazzerà dalla faccia della terra com’è vero che siamo qui.»
«Sì?» disse Elena.
«Sì.»
«Vieni a letto… Hock-en-bear-eeee.»
Mi sveglio nel grigiore che precede l’alba, dopo solo qualche ora di sonno al termine delle nostre ultime due tirate amorose, ma mi sento perfettamente riposato. Giro le spalle a Elena, ma in qualche modo so che pure lei è sveglia, nel largo letto dalle colonnine intagliate.
«Hock-en-bear-eeee?»
«Sì?»
«Come servi Afrodite e gli altri dèi?»
Rifletto un minuto e poi mi giro. La donna più bella del mondo se ne sta lì nella fioca luce, appoggiata al gomito, con i lunghi capelli scuri, scompigliati dalle ore d’amore, che le scendono intorno alla spalla nuda e al braccio, con gli occhi, pupille larghe e scure, fissi nei miei.
«In che senso?» chiedo, pur sapendo cosa vuole dire.
«Perché gli dèi ti hanno portato attraverso il tempo e lo spazio, come hai detto tu, per servirli? Cosa sai che a loro occorra?»
Chiudo gli occhi per un momento. Come posso spiegarglielo? Se rispondessi sinceramente, sarebbe follia. Ma, come ho ammesso prima, sono stufo di mentire. «So alcune cose sulla guerra in corso» dico. «Conosco alcuni eventi che accadranno… che potrebbero accadere.»
«Servi da oracolo?»
«No.»
«Sei un profeta, allora? Un sacerdote al quale gli dèi hanno dato la facoltà di vedere il futuro?»
«No.»
«Non capisco.»
Mi sposto sul fianco e mi tiro su a sedere, sistemando i cuscini per stare più comodo. È ancora buio, ma nella corte un uccello comincia a cinguettare. «Nel luogo da dove provengo» mormoro «c’è un canto, un poema, su questa guerra. Si chiama Iliade. Finora gli eventi della guerra reale assomigliano a quelli cantati dal poema.»
«Parli come se questo assedio e questa guerra fossero già storia vecchia nella terra da cui provieni» dice Elena. «Come se tutto fosse già accaduto.»
"Non ammetterlo, con lei" penso. "Sarebbe follia." «Sì» rispondo invece. «È la verità.»
«Sei uno dei Fati» dice Elena.
«No, sono solo un uomo.»
Elena sorride, con perverso divertimento. Si tocca il solco fra i seni, dove ho raggiunto l’orgasmo solo qualche ora prima. «Questo lo so, Hock-en-bear-eeee.»
Arrossisco, mi strofino le guance e sento la barba lunga. Non mi sono rasato, stamattina, nei dormitori degli scoliasti. "Perché darmi il disturbo?" mi sono detto. "Mi restano solo alcune ore di vita."
«Risponderai alle mie domande su questo futuro?» chiede Elena, con voce terribilmente dolce.
"Sarebbe pazzia rispondere" pens. «Il realtà non conosco il tuo futuro» dico, in malafede. «Conosco solo i particolari di quel poema. E ci sono già state varie discrepanze con gli eventi reali…»
«Risponderai alle mie domande sul futuro?» ripete. Mi posa la mano sul petto.
«Sì» dico.
«Ilio è condannata?» L’ha detto con voce ferma, calma, sommessa.
«Sì.»
«Sarà presa con la forza o con l’inganno?»
"Per l’amor del cielo" penso "non puoi dirle anche questo!" «Con l’inganno» rispondo.
Elena, incredibilmente, sorride. «Odisseo» mormora.
Rimango zitto. Mi dico che forse, se non rivelo alcun particolare, le mie parole non modificheranno gli eventi.