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«Questo accade mentre Aiace ed Ettore si comportano da amici dopo non essere riusciti a uccidersi l’un l’altro, scambiandosi doni sul campo, giusto?» dico.

«Sì.»

«Ebbene, cosa c’è di strano?»

Nightenhelser posa il calice. «In teoria era Paride che rispondeva ad Antenore e incitava i troiani a non cedere Elena, e offriva la restituzione dei tesori in cambio della pace.»

«E allora?» dico, ma so dove vuole arrivare. A un tratto mi sento assalire dalla nausea.

«Be’, Paride non era qui, ieri notte: non è uscito con Ettore dalle porte Scee, non ha ucciso Menestio e non ha fatto proposte di pace.»

Annuisco e continuo a masticare. «E allora?»

«Allora è una delle più grosse discrepanze che abbiamo mai visto, no, Hockenberry?»

Devo scrollare le spalle di nuovo. «Non so. Nel Libro settimo gli achei costruiscono il muro di difesa e la trincea nei pressi della spiaggia, ma tu e io sappiamo che quelle difese erano lì fin dal primo mese dopo il loro arrivo. A volte Omero pasticcia con la cronologia.»

Nightenhelser mi guarda. «Può darsi. Ma l’assenza di Paride per confutare il suggerimento di Antenore a restituire Elena è strana. Alla fine re Priamo ha parlato al posto del figlio, dicendo d’essere sicuro che Paride non avrebbe mai restituito la donna, ma che avrebbe potuto rendere il tesoro. Ma senza Paride lì in persona, molti troiani nella folla borbottavano d’essere d’accordo. È la cosa più vicina alla pace che abbia visto in tutti gli anni trascorsi qui, Hockenberry.»

Mi sento tutto gelato. Il mio capriccio con Elena ieri notte, il mio lungo impersonare Paride, ha già provocato un cambiamento nel corso degli eventi. Se la Musa avesse conosciuto i particolari dell’Iliade (per fortuna non li conosce) avrebbe capito subito che avevo preso il posto di Paride nel letto di Elena.

«Hai riferito alla Musa la discrepanza?» chiedo con calma. In teoria Nightenhelser aveva terminato il turno di servizio al calare del buio. Poiché io ero assente, era l’unico scoliaste in servizio ieri sera. Era suo dovere fare rapporto su stranezze come quella.

Nightenhelser mastica lentamente l’ultimo pezzetto di pane. «No» dice alla fine.

Lascio uscire il fiato trattenuto. «Grazie.»

«Meglio andarcene» dice lui. La taverna comincia a riempirsi di troiani con le mogli, in attesa di un posto a sedere. Mentre metto sul tavolo alcune monete, Nightenhelser mi prende per il braccio. «Sei sicuro di sapere cosa fai, Hockenberry?»

Lo guardo negli occhi. Con voce ferma rispondo: «Assolutamente no».

Appena nella via, vado in direzione opposta a quella di Nightenhelser. Entro in un vicolo deserto, indosso l’Elmo di Ade e aziono il medaglione TQ.

Sulla cima del monte Olimpo è l’alba. I bianchi edifici e i verdi prati riflettono la ricca luce, qui meno forte. Mi sono sempre chiesto perché il sole, sul monte Olimpo e nei dintorni, sembri più piccolo che nel cielo di Ilio.

Con l’occhio della mente ho immaginato il posteggio dei cocchi accanto all’edificio della Musa ed è lì che mi sono trovato. Trattengo il fiato, mentre un cocchio scende a spirale dal cielo mattutino e atterra a neanche sei metri da me; ne scende Apollo, ma se ne va senza notarmi. L’Elmo di Ade funziona ancora.

Salgo sul cocchio e tocco la piastra di bronzo nella parte anteriore. Ho guardato con attenzione la mia Musa, quando ho sorvolato con lei il lago della caldera, l’altro giorno. Un pannello trasparente e luminoso compare qualche centimetro sopra la piastra di bronzo. Tocco alcune icone in sequenza, come ho visto fare a lei.

Il cocchio oscilla, si alza, oscilla di nuovo e trova l’equilibrio, mentre muovo il lucente regolatore virtuale di energia posto vicino ai quadranti. Lo giro a sinistra e il cocchio vira a sinistra, quindici metri sopra la vetta erbosa. Un dio che guardasse, vedrebbe un cocchio vuoto che vola da solo, ma non noto nessun dio nei paraggi.

Dall’altra parte del lago salgo un poco di quota e cerco l’edificio giusto. Eccolo là, proprio dietro la Grande Sala degli Dèi.

Una dea, che non riconosco, grida dai gradini d’ingresso dell’enorme edificio e altri dèi corrono fuori a vedere che cosa succede, ma è troppo tardi: ho individuato l’edificio, enorme, bianco, con la porta spalancata.

Ormai comincio a capire come si pilota il cocchio; scendo in picchiata a sei metri dal terreno e accelero verso l’edificio. Sollevo il lato sinistro del cocchio quasi perpendicolarmente al terreno (non cado, nella macchina c’è una sorta di gravità artificiale) e passo come un fulmine tra le gigantesche colonne, a sessanta, settanta chilometri all’ora.

L’interno dell’edificio è come lo ricordo: enormi vasche piene di gorgogliante liquido viola, verdi vermi che brulicano intorno agli dèi in cura che galleggiano privi di conoscenza. Il Guaritore, un gigantesco millepiedi con braccia metalliche e occhi rossi, si trova dall’altra parte della vasca di ricostruzione contenente Afrodite e si prepara, presumo, a tirare fuori la dea; gli occhi rossi guardano dalla mia parte e le molte braccia vibrano, mentre il cocchio si precipita nel silenzioso locale; ma il Guaritore non si trova fra me e il mio bersaglio. Accelero e proseguo, prima che lui o qualsiasi altro possa fermarmi.

Solo all’ultimo secondo decido di saltare giù, anziché restare sul cocchio. Sarà di sicuro il ricordo di Elena, della notte con Elena, del rinnovato piacere della vita in quelle ore con Elena.

Sempre invisibile grazie all’Elmo di Ade, salto dal cocchio, atterro pesantemente, sento qualcosa piegarsi, ma non spezzarsi, nella spalla destra, rotolo sul pavimento e mi fermo, mentre il cocchio vola dritto contro la vasca di ricostruzione, schianta plastica e acciaio e solleva a trenta metri schizzi di liquido viola. Qualcosa, un pezzo del cocchio o una grossa scheggia della vasca di vetro, taglia in due il gigantesco Guaritore millepiedi.

Afrodite rotola fuori della vasca, sul pavimento, in un’onda di liquido viola e una serpeggiante massa di verdi vermi moribondi. Le altre vasche, compresa quella che contiene Ares in un bozzolo di vermi, traballano, ma non si rompono e non si rovesciano.

Clacson, allarmi e sirene si scatenano e mi assordano.

Cerco di alzarmi, ma sento un tremendo dolore alla testa, alla gamba sinistra e alla spalla destra; ricado sul pavimento e striscio di lato, cercando di tenermi lontano dall’appiccicoso liquido viola. Non per paura di ciò che potrebbero farmi i prodotti chimici, ma perché nella pozza di liquido sul pavimento sarebbe visibile il contorno del mio corpo. Puntini neri mi ballano davanti agli occhi e capisco di essere sul punto di perdere i sensi. Dèi e robot librati a mezz’aria accorrono nella grande sala di ricostruzione.

Negli ultimi istanti prima di perdere conoscenza, vedo entrare a grandi passi il possente Zeus, manto ondeggiante, fronte aggrottata.

Qualsiasi cosa accadrà in seguito, accadrà senza di me. Poso la fronte sul freddo pavimento, chiudo gli occhi e mi lascio travolgere dalle tenebre.

22

COSTA DI CHRYSE PLANITIA

«Ho ucciso il mio amico, Orphu di Io» disse Mahnmut a William Shakespeare.

I due camminavano nei quartieri lungo la riva del Tamigi. Mahnmut sapeva che era la tarda estate dell’AD 1592, ma non sapeva come mai lo sapesse. Il fiume era pieno di chiatte, traghetti e imbarcazioni fluviali dal basso albero maestro. Al di là degli edifici Tudor e dei cadenti caseggiati sulla riva nord, si alzavano una moltitudine di campanili londinesi e alcune torri che parevano; distorte: una foschia di calore incombeva sul fiume e dietro le catapecchie su entrambi i lati.

«Avrei dovuto salvare Orphu, ma non ci sono riuscito» disse Mahnmut. Doveva camminare velocemente per tenere il passo del drammaturgo.

Shakespeare era un uomo dal fisico compatto, quasi sulla trentina, affabile e vestito in un modo più dignitoso di quanto Mahnmut non si sarebbe aspettato da un attore e commediografo. Il suo viso, un ovale affilato, con l’attaccatura dei capelli che già si ritraeva, sfoggiava i favoriti e quattro peli di barba e di baffetti sottili, forse il tentativo di un vero onor del mento. Shakespeare aveva capelli castani, occhi di un verde grigiastro e indossava un farsetto nero che lasciava vedere il largo colletto morbido della camicia bianca e le penzolanti stringhe bianche. All’orecchio sinistro portava un cerchietto d’oro.