Mahnmut avrebbe voluto fargli mille domande (cosa scriveva adesso? com’era la vita in questa città che presto sarebbe stata sopraffatta dalla pestilenza? qual è la struttura nascosta dei sonetti?) ma riusciva solo a parlare di Orphu.
«Ho cercato di salvarlo» spiegò. «Il reattore del Dark Lady si è spento e le batterie sono morte a meno di cinque chilometri dalla costa. Cercavo un canale d’accesso in una delle numerose grotte lungo la scogliera, un posto dove nascondere il sommergibile.»
«Il Dark Lady?» ripeté Shakespeare. «È il nome della tua nave?»
«Sì.»
«Continua, prego.»
«Orphu e io parlavamo delle facce di pietra. Era notte, ci avvicinavamo alla costa con la copertura del buio, ma usavo il periscopio a visione notturna e descrivevo al mio amico le facce di pietra. Lui era vivo. La nave forniva O2 appena sufficiente per lui»
«O2?»
«Aria» spiegò Mahnmut. «Come ho detto, gli descrivevo le grandi teste di pietra…»
«Grandi teste di pietra? Statue?»
«Monoliti alti circa venti metri» disse Mahnmut.
«Hai riconosciuto il sembiante della statua? Era uno che conoscevi o forse un famoso sovrano o un conquistatore?»
«Mi trovavo troppo lontano per distinguere i particolari» disse Mahnmut.
Erano giunti a un ampio ponte di varie campate, sovrastato da edifici a tre piani. Un passaggio largo circa quattro metri correva sotto gli edifici come una strada in un tunnel; in quel momento, pedoni in abiti variopinti schivavano una massa di pecore spinte a nord nella città. Lungo tutto il passaggio, teste umane (alcune secche e mummificate, altre ridotte quasi al solo teschio, a parte ciuffi di capelli o brandelli di carne putrefatta, altre sorprendentemente fresche, tanto da mostrare ancora un tocco di rosso sulle guance o sulle labbra) erano infilate su pali.
«Cos’è questa roba?» chiese Mahnmut. Con le parti organiche provava un senso di nausea.
«Il ponte di Londra» disse Shakespeare. «Dimmi cos’è accaduto al tuo amico.»
Stanco di guardare dal basso in alto il drammaturgo, Mahnmut salì sul muricciolo di pietra che fungeva da parapetto. Vedeva a est una torre minacciosa e pensò che fosse la famosa Torre del Riccardo III. Sapeva di sognare o d’essere in punto di morte per mancanza d’aria; si augurò che il sogno non finisse prima che lui avesse la possibilità di porre a Shakespeare un paio di domande. «Hai già iniziato a scrivere i sonetti, mastro Shakespeare?»
Il drammaturgo sorrise e guardò il fetido Tamigi; poi si girò a guardare la puzzolente città. Dappertutto c’erano liquami, nonché carcasse di cavalli e di bestiame che marcivano nelle piane di fango, mentre un forte effluvio di pezzi di pollo sanguinolenti rifluiva da canali di scolo aperti e aleggiava in acque stagnanti. Mahnmut aveva in pratica spento il proprio olfatto. Non capiva come quell’uomo, col naso in funzione a tempo pieno, potesse sopportare la puzza.
«Come sai del mio esperimento con i sonetti?» chiese Shakespeare.
Mahnmut imitò come meglio poteva una scrollata di spalle umana. «Ho tirato a indovinare. Allora hai cominciato a scriverli.»
«Ho preso in considerazione l’idea di giocare con quella forma letteraria» ammise il drammaturgo.
«E chi è il Giovane dei sonetti?» chiese Mahnmut, quasi incapace di respirare all’idea di risolvere l’antico mistero. «Henry Wriothesley, conte di Southampton?»
Shakespeare batté le palpebre, sorpreso, e guardò con attenzione il moravec. «A quanto pare mi segui da presso in simili cose, piccolo Calibano.»
Mahnmut annuì. «Allora Wriothesley è il Giovane dei sonetti?»
«Sua Signoria avrà visto diciannove anni questo ottobre e la peluria sul suo labbro superiore, dicono, si è mutata in ispido pelo» replicò il drammaturgo. «Non è più un giovane.»
«William Herbert, allora» suggerì Mahnmut. «Ha solo dodici anni e fra nove diventerà terzo conte di Pembroke.»
«Conosci la data della futura successione e investitura?» chiese Shakespeare, ironico. «Mastro Calibano naviga forse anche il mare del tempo, oltre l’oceano di Marte di cui parla?»
Mahnmut era troppo esaltato dalla soluzione del mistero per rispondere a quelle parole. «Dedicherai il grande volume in-folio del 1623 a William Herbert e a suo fratello; e quando i tuoi sonetti saranno stampati, li dedicherai a "Mr WH".»
Shakespeare fissò il moravec come se fosse un sogno causato dalla febbre. Mahnmut avrebbe voluto dire: "No, sei tu il sogno di un cervello in punto di morte, mastro Shakespeare, non io." Invece disse: «Penso solo che sia interessante che tu abbia come amante un giovanotto o un ragazzo».
Fu sorpreso dalla reazione del poeta: Shakespeare si girò, estrasse dalla cintura un pugnale e lo tenne sotto la testa del moravec. «Hai un occhio, piccolo Calibano, dove possa affondare la mia lama?»
Attento a non premere la carne sintetica sulla punta della lama, Mahnmut scosse appena la testa e disse: «Chiedo scusa. Sono estraneo alla tua città, al tuo paese e alle usanze locali».
«Vedi quelle tre teste impalate sul ponte?» chiese Shakespeare.
Mahnmut spostò lo sguardo, senza muovere la testa. «Sì.»
«A quest’ora della scorsa settimana erano estranee alle nostre usanze» mormorò il poeta.
«Ho colto il punto» disse Mahnmut.
Shakespeare rimise il pugnale nel fodero di cuoio. Mahnmut ricordò che il drammaturgo era un attore, abituato a infiorettare ed esagerare i gesti, anche se il pugnale non era un oggetto scenico. D’altra parte, la reazione di Shakespeare non era stata una smentita alla precedente affermazione di Mahnmut.
Tutt’e due guardarono verso il fiume. Il sole, incredibilmente grosso e arancione e basso, incombeva sulla foschia del fiume verso occidente. Shakespeare parlò sottovoce: «Se scrivo quei sonetti, Calibano, lo faccio per esplorare i miei fallimenti, le debolezze, i compromessi, le presunzioni e le tristi ambiguità, nel modo in cui, dopo una baruffa di taverna, si sonda la cavità insanguinata dove c’era un dente. Come hai ucciso il tuo amico, quell’Orphu di Io?».
Mahnmut impiegò un secondo per afferrare la domanda. «Non sono riuscito a portare il Dark Lady all’imboccatura della grotta che avevo visto lungo la costa» disse. «Ho provato e ho fallito. Il reattore del sommergibile si è spento all’improvviso. Il Lady si è arenato in meno di quattro braccia d’acqua, a tre chilometri dalla grotta. Ho cercato di svuotare tutte le casse di zavorra per farlo piegare sul fianco, in modo da liberare il portello della stiva e arrivare al mio amico, ma ormai il sommergibile era incagliato.»
Guardò il poeta. Shakespeare pareva attento. Gli edifici sul ponte, alle sue spalle, erano arrossati dal tramonto sul Tamigi. «Sono uscito» riprese Mahnmut «e sono passato su O2 interno; mi sono tuffato per ore. Ho usato palanchini e l’acetilene rimanente e i manipolatori, ma non sono riuscito ad aprire il portello della stiva, non sono riuscito a portare via i detriti dal corridoio di accesso alla stiva allagato. Orphu è stato per un poco sull’intercom, ma poi l’ho perduto perché i sistemi interni hanno smesso di funzionare. Lui non è mai parso preoccupato, mai spaventato, solo stanco, molto stanco. Fino a quando l’intercom ha smesso di funzionare. Era buio. Forse ho perduto i sensi. Forse in questo stesso momento sono sul fondo dell’oceano marziano, morto come Orphu o moribondo, e sogno questa conversazione, mentre le ultime cellule del mio cervello organico si spengono.»