I piccoli omini verdi avevano portato giù grosse bobine di cavo nero che utilizzavano per mettere in posizione sulla scogliera la testa di pietra e varie decine di rulli adoperati per muovere l’enorme pedana. Lavoravano con incredibile efficienza: alcuni raggiungevano a nuoto il sommergibile e agganciavano cavi sopra e sotto la linea dell’acqua, altri conficcavano in profondità nella sabbia barre metalliche fra i rulli e ne inserivano altre nella parete rocciosa della scogliera, montando pulegge di fortuna e facendo correre i cavi dalla spiaggia al sommergibile e viceversa.
Il sommergibile era pesante, soprattutto per il reattore pieno d’acqua e per la stiva e i corridoi allagati: Mahnmut non riusciva a immaginare come gli omini verdi potessero smuoverlo.
Ma quelli ci riuscirono.
Nel giro di venti minuti centinaia di cavi andavano dal sommergibile alla spiaggia. Gli omini verdi avevano capito che si trattava di una missione di salvataggio: per prima cosa esercitarono una forte trazione laterale e tesero i cavi come una nera ragnatela fra la spiaggia e la scogliera a est, per inclinare il sommergibile sul lato destro.
Mahnmut avrebbe voluto aiutarli a tirare i cavi, ma si rese conto che avrebbe dato solo fastidio. Allora aspettò sullo scafo del Dark Lady, spostandosi mentre il sommergibile si spostava, e non appena il portello della stiva fu libero dal fango, si tuffò nell’acqua bassa, portando un palanchino a batteria e tenendo al massimo le lampade a spalla.
Le paratie scorrevoli dello scomparto nello scafo erano contorte e parzialmente fuse dal calore dell’ingresso nell’atmosfera; Mahnmut riuscì ad aprirle solo di qualche centimetro, prima che si bloccassero completamente. Ebbe voglia di piangere per la frustrazione e prese a pugni lo scafo, con furia impotente; all’improvviso ebbe l’impressione di non essere solo e si girò nell’acqua resa torbida dai sedimenti.
Sei piccoli omini verdi erano sul fondo del mare, lì vicino, e lo guardavano. Pareva non avessero bisogno di respirare.
Restio a "comunicare" di nuovo con loro e ucciderne uno, Mahnmut indicò la parte forzata del portello, poi la superficie; spiegò a gesti che occorreva srotolare un cavo, agganciarlo alla contorta flangia metallica e tirare.
I sei omini annuirono tutti insieme e risalirono in superficie, tre metri più in alto.
Un minuto dopo tornarono in sessanta, alcuni tirando un cavo, altri con barre nere sfilate dai rulli usati per movimentare le bizzarre teste di pietra. Lavorarono di nuovo con grande efficienza, una squadra a spostare di qualche centimetro le paratie scorrevoli sul lato opposto dello scomparto della stiva, altri a passarvi un cavo come filo nella cruna di un ago. In pochi minuti decine di robusti cavi passavano sotto le paratie bloccate. Gli omini verdi risalirono in superficie, facendo segno a Mahnmut di seguirli.
Mahnmut respirò di nuovo aria, sentì la luce del sole sul polimero e sulla pelle e salì sullo scafo del Dark Lady, mentre centinaia di piccoli omini verdi agganciavano i cavi al sistema di pulegge sulla scogliera e tiravano. E aumentavano la trazione.
Il sommergibile scricchiolò, lo scafo gemette, la fanghiglia si smosse; il Dark Lady ruotò di altri trenta gradi a dritta e si capovolse, mostrò all’aria il ventre e puntò a riva la poppa. Le paratie mobili in lega della stiva si piegarono, ma non si aprirono.
Mahnmut le assalì di nuovo col palanchino a batteria. Il metallo contorto non cedette. Il cannello ad acetilene aveva esaurito ossigeno e corrente.
I piccoli omini verdi strapparono con gentilezza Mahnmut da quella inutile fatica. Mahnmut si liberò di loro e tornò, barcollando sullo scafo viscido, verso la stiva, deciso a forzare le paratie contorte e bloccate finché non avesse consumato le sue stesse celle energetiche, ma vide allora che i POV non avevano terminato.
I piccoli omini verdi intrecciarono cavi fino a ottenerne uno solo da cinquanta. Poi lo passarono su per la parete della scogliera e attraverso una serie di pulegge più grosse del normale collegate a un traliccio di barre di supporto infisse nella roccia. Infine tesero il cavo fino alla gigantesca testa di pietra, lo avvolsero decine di volte intorno al collo e lo legarono.
Cinque piccoli omini verdi vennero avanti, spinsero in acqua Mahnmut e lo allontanarono dal sommergibile.
Mahnmut non riusciva a credere a ciò che vedeva. Aveva presunto che le grandi facce di pietra fossero sacre, per i piccoli omini verdi, e che il disporle dritte lungo la costa fosse un imperativo religioso o psicologico che richiedesse tutto il loro tempo, energie e devozione, essendo le teste di pietra la loro unica priorità. Be’, si era sbagliato.
Centinaia di figure verdi girarono faticosamente la testa di pietra sulla pedana e la spinsero giù dalla scogliera.
La testa di pietra, ora faccia alla scogliera, cadde per sessanta metri, colpì gli scogli alla base della parete rocciosa e si fracassò in decine di pezzi, ma il cavo vibrò nelle pulegge, le barre saltarono via dalla roccia e l’altro capo del cavo strappò le paratie scorrevoli dello scomparto e le lanciò in aria a una cinquantina di metri, prima di tirarle fin sulla scogliera e di nuovo giù.
Centinaia di piccoli omini verdi nuotarono verso il sommergibile, ma Mahnmut arrivò per primo e accese di nuovo i proiettori.
Nella stiva aveva lasciato tre oggetti, compreso il grosso Congegno che avrebbe dovuto portare su Olympus Mons. E infilato nella nicchia, ammaccato e sfregiato e silenzioso, c’era Orphu di Io.
Mahnmut usò l’ultima energia nel palanchino per strappare le flange che imprigionavano il moravec e le cinture di sicurezza. La grande massa di Orphu cedette, libera, e sciaguattò nell’acqua. Ora la stiva era aperta in alto, il sommergibile giaceva sul dorso, ma non c’era modo per estrarre il moravec da quel pozzo parzialmente pieno d’acqua.
Altri dieci omini verdi saltarono giù con Mahnmut, trovarono punti d’aggancio nel guscio butterato e crepato di Orphu, infilarono a forza braccia e gambe sotto la sagoma irregolare del moravec. Trovarono un punto d’appoggio e fecero leva tutti insieme. Lavorando in silenzio, senza mai farlo scivolare o lasciarlo cadere, tirarono fuori Orphu, avvolsero intorno a lui dei cavi, lo trascinarono lungo lo scafo ricurvo del Dark Lady, lo calarono in acqua, infilarono sotto di lui dei rulli galleggianti che legarono insieme per formare una zattera e la spinsero dolcemente fin sulla spiaggia.
I piccoli omini verdi, ora almeno un migliaio sulla spiaggia, si spostarono e lasciarono spazio a Mahnmut che cercava di capire se Orphu era vivo o morto. Il moravec di Io giaceva immobile sulla sabbia rossa, come un trilobite fuori misura, ammaccato dalle tempeste e gettato a riva in un’oscura epoca preistorica terrestre.
Scrutando il cielo alla ricerca di cocchi volanti che parevano in ritardo sul solito orario, Mahnmut tolse dallo zaino e dalle sacche impermeabili le attrezzature ricuperate sul Dark Lady. Allineò per terra cinque piccole e potenti batterie, le collegò in serie e inserì il cavetto in uno dei superstiti connettori input di Orphu. Non ci furono reazioni dal moravec, ma la spia luminosa virtuale indicava che la corrente fluiva da qualche parte. Allora Mahnmut strisciò sul guscio ricurvo di Orphu (meravigliandosi nel vedere chiaramente per la prima volta, nella forte luce del mattino, i danni fisici) e avvitò nella presa il ricevitore radio. Provò il collegamento (ottenne un ronzio d’onda portante) e accese il microfono. «Orphu?»