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QUESTO
NON
È
POSSIBILE

«Cosa significa?» chiese Orphu, quando Mahnmut gli riferì la risposta. «Non possono aiutarci o non si può viaggiare a est da quella parte?»

Mahnmut aveva provato una sorta di sollievo, quando l’interprete POV aveva in pratica sancito la fine della loro missione, ma ora trasmise la richiesta di Orphu.

IMPOSSIBILE
PER TE
VIAGGIARE
A EST
IN SEGRETO
PERCHÉ
GLI ABITANTI
DI OLIMPO
TI VEDREBBERO
E TI
UCCIDEREBBERO

«Chiedigli se esiste un altro modo» disse Orphu. «Forse potremmo andare via terra, per la Kasei Valles.»

NO
ANDRAI
AL NOCTIS
LABYRINTHUS
VIA
FELUCA

«Cos’è una feluca?» chiese Orphu, quando Mahnmut gli riferì la risposta. «Suona come un dessert italiano.»

«È un’imbarcazione a due alberi con vela latina» disse Mahnmut, il cui addestramento per gli abissi di Europa includeva ogni notizia disponibile sulla navigazione dei liquidi mari terrestri. «Millenni fa era usata per bordeggiare nel Mediterraneo.»

«Chiedi quando possiamo partire.»

«Quando possiamo partire?» chiese Mahnmut, sentendo la domanda come una vibrazione lungo le dita e un solletico nella mente.

LA CHIATTA
DELLE PIETRE
ARRIVA
AL MATTINO.
CI SARÀ
ANCHE
LA FELUCA.
POTRAI
PARTIRE
SU QUELLA

«Avremo bisogno di alcune altre cose da ricuperare sul sommergibile» disse Mahnmut. Trasmise l’immagine del Congegno e di due altri oggetti rimasti nella stiva, immaginò che fossero portati a riva e nascosti nella grotta marina. Poi inviò l’immagine di POV che mettevano su rulli Orphu e lo spostavano nella stessa grotta.

Quasi in risposta, decine di piccoli omini verdi entrarono in acqua e andarono al sommergibile. Altri si avvicinarono a Orphu e iniziarono a disporre i rulli in una pedana grande quanto il moravec.

«Non credo di riuscire a tenere ancora a lungo il cuore di questo ornino» disse Mahnmut a Orphu. «Pare di stringere un cavo elettrico in tensione.»

«Lascialo, allora» disse Orphu.

«Ma…»

«Lascialo.»

Mahnmut ringraziò l’interprete… ringraziò tutti quanti… e allentò la stretta. Proprio come il primo, anche quel piccolo omino verde cadde sulla sabbia, si contorse, sibilò, si prosciugò e morì.

«Oh, Dio!» mormorò Mahnmut. Si appoggiò al guscio di Orphu. I piccoli omini verdi già sollevavano il moravec e facevano scivolare sotto di lui dei rulli.

«Cosa fanno?»

Mahnmut descrisse il cadavere dell’interprete e il lavoro intorno a lui, i preparativi per trasportare Orphu e il Congegno e altri oggetti che già arrivavano dal sottomarino; i cavi erano agganciati e centinaia di POV li tiravano da riva, trascinando il Dark Lady a ovest verso la grotta dove sarebbe stato al sicuro da occhi in volo.

«Vengo con te alla grotta» disse fiaccamente Mahnmut. Il corpo dell’interprete era come un guscio marrone, secco e raggrinzito, sulla sabbia rossa. Tutti gli organi interni si erano essiccati e il fluido era colato via, formando sotto il corpo una fanghiglia simile a sangue rosso. Gli altri piccoli omini verdi non badavano al cadavere e già cominciavano a spostare Orphu sulla sabbia verso ovest.

«No» disse Orphu. «Sai cosa devi fare.»

«Ti ho già descritto le facce, quando le ho viste dal mare.»

«Era notte e usavi il periscopio» disse Orphu. «Dobbiamo esaminarne una alla luce del giorno.»

«Quella alla base della scogliera è in pezzi» disse Mahnmut, in tono lamentoso. «La successiva si trova a un chilometro verso est. Sulla scogliera.»

«Vai avanti tu» disse Orphu. «Mi terrò in contatto con l’intercom, mentre loro mi mettono a letto. Per gran parte del cammino riuscirai a vedere come trattano il Dark Lady.»

Mahnmut ubbidì controvoglia, si diresse a est, lontano dalla folla di POV che spostavano lungo la costa il suo sommergibile morto, da Orphu sui rulli, dal fresco e dalla penombra della grotta marina.

La testa caduta era in troppi pezzi per distìnguerne i lineamenti. Mahnmut risalì con fatica il ripido sentiero che i piccoli omini verdi avevano disceso in scioltezza. Il sentiero era stretto e ripidissimo e scivoloso come arenaria bagnata.

In cima Mahnmut si fermò un secondo per ricaricare le batterie e guardarsi intorno. Il mare Tethys si estendeva a nord fin dove arrivava la vista. A sud, nell’entroterra, la pietra rossa lasciava posto a basse montagne rosse e, vari chilometri più a nord, al verde di foreste cespugliose ai piedi delle montagne. Anche sul sentiero c’era un po’ d’erba; Mahnmut proseguì verso est, lungo il bordo della scogliera.

Si fermò a guardare la piattaforma e il buco già pronto per la testa che i piccoli omini verdi avevano sacrificato, spingendola giù dalla scogliera, per aprire le porte scorrevoli della stiva. Era approntato con cura: Mahnmut vide che il gambo alla base del collo delle grandi teste di pietra entrava di precisione nell’apposito foro nella roccia. Quei piccoli omini verdi erano abili artigiani ed esperti tagliapietre.

Mahnmut continuò verso est: scorgeva la testa successiva lungo l’orizzonte orientale. Non era progettato per camminare (il suo ruolo consisteva per lo più nell’occupare un sommergibile d’esplorazione e a volte nuotare); quando si stancò d’essere un bipede, modificò le proprie articolazioni e la spina dorsale e per un poco zampettò come un cane.

Quando giunse alla successiva testa di pietra, si fermò alla base e vide che la pietra all’altezza del collo era stata fissata con una sostanza simile al cemento. Guardò a est il sentiero che i rulli e migliaia di POV avevano creato lungo la cima della scogliera e poi a ovest, dove la folla di omini verdi aveva trainato il sommergibile e spinto Orphu fin quasi nella grotta del promontorio.

«Sei sul posto?» chiese Orphu per intercorri.

«Sì» rispose Mahnmut. «Appoggiato alla testa di pietra.»

«Com’è la faccia?»

«Si vede male, da sotto. Quasi solo labbra, mento e narici.»

«Torna giù sulla spiaggia. Quelle facce vanno guardate dal mare, per chissà quale ragione.»

«Ma…» cominciò Mahnmut, fissando il ripido precipizio, almeno un centinaio di metri dalla scogliera alla sabbia. Nella roccia scivolosa scorse un sentiero appena accennato, come nell’altro sito. «Se scendo qui e mi spezzo l’osso del collo, maledizione, è tutta colpa tua.»

«D’accordo» disse Orphu. «Sento la vibrazione, mentre mi spostano, ma non ho idea di quanto sia vicino alla grotta. Riesci a vederlo?»

Mahnmut amplificò la visione e guardò a ovest. «Solo un paio di centinaia di metri dalla sporgenza rocciosa» riferì. «Ora scendo. Sei sicuro di volere che controlli anche la testa seguente? È a un altro chilometro verso est e dall’orbita le teste parevano tutte uguali.»

«Dovremmo controllare, penso» disse Orphu.

«Così parla il moravec senza gambe» brontolò Mahnmut. Iniziò la lunga e ripida discesa verso la spiaggia.

Arretrò il più possibile, finché le basse onde non gli lambirono le gambe. La faccia era decisamente identificabile. Senza dire niente, pensieroso, camminò per un altro chilometro verso est lungo il bordo dell’acqua. La faccia seguente era identica alla prima: altera, imponente, autoritaria, sguardo fiero rivolto al mare; la scultura di pietra raffigurava il viso di un vecchio, quasi calvo sulla sommità della testa, ma con lunghi e fluenti capelli ai lati del volto segnato da rughe, occhi piccoli sotto dure sopracciglia inclinate all’ingiù, rughe agli angoli, zigomi alti, mento piccolo e deciso, labbra sottili incurvate in una smorfia, identica espressione severa.