«Questi fatti vissuti non compaiono e non compariranno mai nel dramma del vostro straccio. Gli eventi che vi racconterò accaddero dopo la morte di Ettore e di Paride, ma prima del cavallo di legno.»
«Paride muore?» lo interruppe Daeman.
«Ettore muore?» chiese Hannah.
«Cavallo di legno?» si stupì Ada.
Odisseo chiuse gli occhi, con le dita si pettinò la corta barba e disse: «Mi lasciate continuare senza interrompere?».
Tutti, tranne Savi che si era assentata, annuirono.
«Gli eventi che ora vi descriverò accaddero dopo la morte di Ettore e di Paride, ma prima del cavallo di legno. Era vero che in quei giorni, fra i suoi più grandi tesori, la città di Ilio possedeva un’immagine divina caduta dal cielo, voi la chiamereste meteorite, una pietra fusa e sagomata da Zeus stesso generazioni prima della nostra guerra, un segno che il padre degli dèi approvava la fondazione della città. Questa figura di pietra e metallo era chiamata Palladio, perché aveva la sagoma di Pallade… no, non di Pallade Atena, ma di Pallade compagno di Atena nella sua giovinezza. Quest’altro Pallade (nella nostra lingua la parola può essere accentata in modo da avere un significato femminile o maschile, ma qui si avvicina al termine latino virago, che vuol dire "forte vergine") era stato ucciso in un finto combattimento con Atena. Ed era stato Ilio, a volte chiamato Ilo — padre di Laomedonte, che a sua volta avrebbe generato Priamo, Tifone, Lampo, Clizio e Icetaone — a trovare la pietra stellare davanti alla tenda, un mattino, e a riconoscerla per ciò che era.
«Quell’antico Palladio, a lungo fonte segreta della ricchezza e della potenza di Ilio, era alto tre cubiti, portava nella destra una lancia, nella sinistra una rocca e un fuso ed era associato alla dea della morte e del fato. Ilio e gli altri antenati degli attuali difensori di Troia avevano fatto fare molte copie del Palladio, in molti formati diversi, e avevano nascosto e sorvegliato le false statue come quella vera, perché tutti sapevano che la sopravvivenza di Ilio dipendeva dal possesso del Palladio. Gli dèi stessi me lo rivelarono in sogno, nelle ultime settimane d’assedio a Ilio, e così esposi a Diomede il mio piano: entrare nella città e trovare il vero Palladio, in modo da tornare poi a rubarlo e segnare l’irrevocabile fine di Troia.
«Per prima cosa mi vestii di stracci come un mendicante e ordinai ai servi di colpirmi con la frusta, in modo da essere sfigurato da lividi e cicatrici. I cittadini di Ilio, vedete, erano notoriamente deboli di stomaco, quando si trattava d’imporre la disciplina ai propri servi: tendevano a viziarli, anziché punirli, e a nessun servo di buona famiglia sarebbe stato mai permesso di mostrare in giro abiti laceri e lividi di frustate; perciò pensai che gli stracci e il puzzo e, peggio ancora, i segni sanguinanti della sferza avrebbero indotto i cittadini a girare la testa dall’altra parte per l’imbarazzo. Un travestimento perfetto per una spia, non vi pare?
«Scelsi per me quel compito perché fra tutti gli achei ero il più abile nel muovermi furtivamente e nello sfruttare la mia astuzia; e inoltre perché ero già stato fra le mura di Troia, più di dieci anni prima, a capo di una delegazione incaricata di negoziare pacificamente la restituzione di Elena, prima che le nostre nere navi giungessero in forze e la guerra iniziasse. Ovviamente quei negoziati fallirono (tutti noi veri argivi ci eravamo augurati che fallissero, perché avevamo una gran voglia di menare le mani ed eravamo affamati di bottino), ma ricordavo benissimo la disposizione della città e delle porte nelle grandi mura.
«Nel mio sogno, gli dèi (quasi sicuramente Atena, che favoriva più d’ogni altro la nostra causa) mi avevano rivelato che il Palladio e le sue numerose copie erano nascosti da qualche parte nel palazzo di Priamo, ma non mi avevano indicato il luogo preciso né spiegato come distinguere dai falsi il Palladio vero.
«Aspettai il cuore della notte, quando i fuochi sui bastioni sono al minimo e i sensi umani sono meno ricettivi; allora con corda e grappino superai le torreggianti mura, uccisi una sentinella e ne nascosi il cadavere sotto un alto mucchio di fieno accantonato per la cavalleria tracia. Ilio era vasta, la più estesa città del mondo, e mi ci volle un poco per orientarmi nelle vie e nei vicoli, fino al palazzo di Priamo. Due volte fui fermato per strada da guardie armate, ma borbottai ed emisi suoni strozzati, agitando in gesti senza senso le braccia segnate dai colpi di frusta; e loro mi ritennero uno schiavo poco sveglio, giustamente frustato per la sua idiozia, e mi lasciarono passare.
«Il palazzo di Priamo era grande, aveva cinquanta stanze da letto, una per ognuno dei cinquanta figli del re, ed era ben sorvegliato dalle più scelte fra le truppe scelte troiane, con vigili guardie a tutte le porte e a ogni finestra esterna a livello della strada, con altre guardie nelle corti interne e lungo le mura (lì nessuna sentinella assonnata mi avrebbe scacciato con un gesto pigro, non importa quanto sanguinassi e quanto grugnissi come un idiota); così, dopo avere ucciso col pugnale il mio secondo troiano della notte e nascosto alla meno peggio il suo cadavere, andai a meridione per qualche caseggiato, fino alla dimora di Elena, sorvegliata anche quella, ma un po’ meno.
«Morto Paride in un duello con l’arco, Elena era stata data in moglie a un altro figlio di Priamo, Deifobo, che il popolo definiva "colui che sgomina il nemico", ma che noi achei sul campo chiamavamo "chiappe di bue"; il nuovo marito non era in casa, quella notte, ed Elena dormiva da sola. La svegliai.
«Non credo che l’avrei uccisa, se avesse gridato per chiedere aiuto: la conoscevo da parecchi anni, sapete, in veste di ospite della nobile casa di Menelao e, prima ancora, in veste di uno dei suoi primi corteggiatori — quando lei fu in età da marito — anche se solo per formalità, perché già allora ero felicemente sposato con Penelope. Ero stato io a consigliare che Tindareo chiedesse ai corteggiatori il giuramento di accettare la scelta di Elena, evitando così di spargere un mucchio di sangue per le brutte maniere dei perdenti. Penso che Elena avesse apprezzato quel consiglio.
«Elena non gridò per chiedere aiuto, quella notte, quando la svegliai da un sonno agitato nella sua casa a Ilio. Mi riconobbe subito e mi abbracciò e mi chiese come stavano il suo vero marito, Menelao, e sua figlia così lontana da lei. Le dissi che stavano tutti bene, ma non precisai che a quel punto della guerra Menelao era stato gravemente ferito due volte sul campo di battaglia e meno gravemente altre cinque o sei volte, compresa la recente freccia nella natica, ed era di pessimo umore. Invece le dissi quanto marito e figlia e familiari a Sparta sentissero la sua mancanza e le facessero auguri d’ogni bene.
«Elena allora si mise a ridere. "Il mio signore e marito Menelao mi vorrebbe morta e tu lo sai, Odisseo" disse. "E sono sicura che ci penserà lui stesso, quando fra non molto le grandi mura e le porte Scee di Ilio cadranno, come l’oracolo Hock-en-bear-eeee ha profetizzato."
«Non conoscevo quel particolare oracolo — Delfi e Pallade Atena sono gli unici veggenti del futuro cui presto orecchio — ma non potevo discutere con lei; pareva probabile che Menelao le avrebbe davvero tagliato la gola, dopo gli amari anni di infedeltà fra le braccia e nel letto dei suoi nemici. Ma non glielo dissi. Le dissi invece che avrei interceduto presso Menelao, figlio di Atreo, per convincerlo a risparmiarle la vita, se lei non mi avesse tradito e mi avesse aiutato a entrare nel palazzo di Priamo e a scegliere il vero Palladio.
«"Non ti tradirei comunque, Odisseo, figlio di Laerte, consigliere abile e sincero" disse Elena. E mi indicò come aggirare le difese del palazzo e come riconoscere il vero Palladio in mezzo alle copie.
«Ma era quasi l’alba, troppo tardi per completare la missione quella notte stessa. Così uscii, percorsi le vie, salii e scavalcai e discesi le mura grazie al varco che avevo lasciato uccidendo la sentinella e dormii fino a tardi il giorno dopo, feci un bagno e mangiai e bevvi, poi ordinai a Macaone, figlio di Asclepio, il più bravo guaritore al soldo dell’esercito, di curarmi i segni delle frustate e di applicarvi un unguento.