«Non mi riferisco al sesso, mia cara» disse Harman. Era la prima volta, notò Ada, che usava con lei un termine affettuoso, ma non era dell’umore giusto per apprezzarlo. «Mi riferisco a quando ricevi il permesso di restare incinta, forse tra qualche decennio, e scegli il donatore di sperma.»
Ada arrossì e il fatto di non poter fare a meno d’arrossire la mandò in collera. Divenne ancora più rossa. «Non so di cosa parli.»
Invece lo sapeva benissimo, ovviamente. Erano gli uomini, in teoria, a non conoscere e a non discutere simili argomenti. Molte donne decidevano di fare domanda di gravidanza intorno alla terza Ventina. In genere bisognava aspettare da uno a due anni, poi la richiesta veniva accolta dai post-umani e i servitori ne davano comunicazione. A quel punto la donna smetteva di avere rapporti sessuali, prendeva il prescritto disinibitore di gravidanza e decideva quale dei precedenti compagni sarebbe stato il padre di sperma di suo figlio. La gravidanza si manifestava nel giro di giorni e il resto era antico come… be’, come la razza umana.
«Parlo del meccanismo per il quale scegli lo sperma conservato che il tuo corpo utilizzerà» continuò Harman. «Le vere donne vecchio stile non avevano questa possibilità di scelta…»
«Sciocchezze» disse Ada, brusca. «Siamo noi, le donne vecchio stile. È sempre stato così.»
Harman scosse lentamente, quasi tristemente, la testa. «No» disse. «Anche al tempo di Savi, solo un migliaio d’anni fa, la gravidanza non era il risultato di un meccanismo così calcolato. Lei dice che i post hanno inserito in noi, nelle donne cioè, questo sistema di conservazione e di selezione dello sperma, basandosi sulla struttura genetica delle falene.»
«Falene!» esclamò Ada, non più semplicemente sconvolta, ma davvero profondamente arrabbiata, adesso. Era tanto ridicolo quanto umiliante. «Di cosa diavolo parli, Harman Uhr?»
Harman alzò di scatto la testa e parve notare per la prima volta la sua reazione, come se l’uso del titolo onorifico formale fosse stato uno schiaffo che lo riportava alla realtà.
«È vero» disse. «Mi spiace se ti ho sconvolta, ma Savi dice che i post hanno strutturato geneticamente questa capacità di scegliere il padre di sperma, anche anni dopo il rapporto sessuale, dai geni di una specie di falena detta…»
«Basta così!» gridò Ada. Aveva stretto i pugni. Non aveva mai colpito nessuno in vita sua né desiderato farlo, ma in quel momento era vicina a picchiare Harman. «Savi dice questo, Savi dice quello. Ne ho abbastanza, di quella vecchia puttana. Non credo neppure che sia poi così vecchia… o sapiente. È semplicemente pazza. Torno al sonie.» Si incamminò fra gli alberi.
«Ada!» la chiamò Harman.
Lei finse di non sentire, risalì il pendio, scivolando sugli aghi di pino e sul terriccio bagnato.
«Ada!»
Lei continuò, decisa, pronta a lasciarlo indietro.
«Ada, vai nella direzione sbagliata.»
Hannah raggiunse Odisseo a qualche centinaio di metri dalla radura. Nell’udire il rumore di cespugli scostati, il vecchio si girò di scatto e mise la mano sull’elsa della spada, ma subito si rilassò, vedendo di chi si trattava.
«Cosa vuoi, ragazza?»
«Voglio vedere la tua spada» disse Hannah, scostandosi dal viso i capelli.
Odisseo rise. «Perché no?» Sganciò dalla cintura il fodero di cuoio e le porse l’arma. «Attenta al filo, ragazza. Con questa lama potrei radermi, se mai decidessi di tagliarmi la barba.»
Hannah sguainò la corta spada e provò a soppesarla.
«Savi sostiene che lavori con i metalli» disse Odisseo. Si chinò su un ruscello, mise le mani a coppa e bevve. «A sentire lei, potresti essere l’unica persona, uomo o donna, in questo mirabile mondo nuovo, a saper forgiare il bronzo.»
Hannah scrollò le spalle. «Mia madre ricordava vecchie storie sulla forgia di metalli. Quando era giovane, giocava col fuoco e coi focolari all’aperto. Io continuo gli esperimenti.» Roteò in alto la spada e menò un fendente.
«Ci hai visto combattere in quel vostro lino» disse Odisseo.
Hannah annuì. «E allora?»
«Usi la spada in maniera corretta, ragazza. Di taglio, anziché di punta. Questo utensile è fatto per mozzare membra e squarciare ventri, niente di troppo raffinato.»
Con una smorfia, Hannah restituì la spada. «È la stessa che hai usato nella piana di Ilio?» chiese piano. «E nella missione per rubare il Palladio?»
«No» rispose Odisseo. Alzò in verticale la spada, finché su di essa non danzò un poco della luce che filtrava fra i rami. «Questa spada è un regalo fattomi da… una donna… durante i miei viaggi.»
Hannah attese altre spiegazioni, ma Odisseo, anziché raccontare un’altra storia, le chiese: «Ti piacerebbe vedere cosa la rende diversa?».
Hannah annuì.
Odisseo batté col pollice due colpetti sulla guardia dell’elsa e a un tratto la spada parve scintillare lievemente. Hannah si sporse per sentire meglio: sì, dalla lama proveniva un lieve, ma persistente, ronzio. Mosse la mano verso la spada, ma Odisseo scattò ad afferrarle il polso.
«Se la tocchi adesso, ragazza, ci perdi le dita.»
«Perché?» chiese Hannah. Non cercò di liberarsi.
Odisseo, dopo qualche secondo, le lasciò il polso. «Vibra» disse, tenendo la lama di piatto, appena sotto il livello degli occhi.
Hannah notò di nuovo d’avere la stessa statura di Odisseo. La notte prima era rimasta ad ascoltarlo nella verde sala a bolla sul ponte, dopo che gli altri erano rientrati, poi l’aveva accompagnato a fare due passi, era tornata nell’abitazione di lui a parlare per delle ore e si era messa a dormire per terra, accanto alla branda. Sapeva che Ada era convinta che fosse divenuta l’amante di Odisseo; se ne fregava e non vedeva alcun motivo per disilludere l’amica. «Pare quasi che canti» disse, girando un poco la testa per sentire meglio l’acuto ronzio.
Odisseo scoppiò a ridere e Hannah non ne capì il motivo. «Non ti preoccupare» disse lui. «Non mi è stata lanciata da una Dama del Lago, anche se non sarebbe poi molto lontano dal vero.» Rise di nuovo.
Hannah lo guardò. Non aveva la minima idea di che cosa parlasse. Si domandò se lui invece sapesse che cosa diceva. «Perché vibra?» chiese.
«Sta’ indietro» disse Odisseo.
Le sequoie intorno a loro avevano per la maggior parte il tronco spesso due o tre metri, ma un albero più piccolo, forse un pino ponderosa o un abete Douglas, cresceva in una chiazza di sole, qualche metro alla loro sinistra. Probabilmente aveva trenta o quarant’armi, era alto una quindicina di metri e aveva il tronco spesso cinquanta centimetri.
Odisseo piantò a terra i piedi, strinse nella mano la spada e con noncuranza, senza sforzo, vibrò contro il tronco un fendente di rovescio.
La lama descrisse un arco tanto fluido da dare l’impressione d’avere mancato completamente il bersaglio. Non ci fu alcun rumore d’impatto. Dopo qualche istante l’alta conifera vibrò e cadde rumorosamente al suolo.
Odisseo premette di nuovo l’elsa e il debole ronzio cessò.
Hannah si avvicinò a guardare il ceppo, alto un metro e mezzo, e l’albero caduto. Il tronco pareva tagliato con precisione chirurgica, non segato. Hannah posò la mano sul ceppo: niente resina, niente trucioli. Il legno era così liscio da sembrare cauterizzato, plastificato. Hannah si girò verso Odisseo. «Quella spada si sarà rivelata molto utile, durante l’assedio di Troia» disse.
«Tu non ascolti, ragazza» disse Odisseo. Rimise nel fodero la spada e se l’agganciò alla cintura. «Me l’hanno regalata alcuni anni dopo, quando la guerra era ormai finita e avevo cominciato i miei viaggi. Se l’avessi avuta a Ilio…» Sogghignò orribilmente. «Non sarebbe rimasto troiano, dio o dea con la testa sulle spalle, ragazza. Garantito.»