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Mahnmut si era sentito accelerare i battiti del cuore. «Potevamo usarla per rimpiazzare il reattore a fusione del Lady

Orphu rimase in silenzio per vari secondi. «No, non credo» disse infine. «Troppa energia rilasciata troppo in fretta e con troppa forza. Ingovernabile. Forse tu e io avremmo potuto attingere al suo campo di mantenimento, ma non credo che avremmo potuto alimentare con essa il Dark Lady, anche se fosse stato possibile ripararlo. E hai detto che non potevi ripararlo da solo, no?»

«Avrebbe dovuto raggiungere i dock di Conamara Chaos» disse Mahnmut, con una strana combinazione di rimpianto e di sollievo alla notizia che non era un modo per riparare il povero Lady. Per quanto fosse depresso per la morte della nave, trovava ancora più deprimente l’idea di tornare indietro e viaggiare per più di duemila chilometri.

Il terzo oggetto era il più grande, il più pesante e, per Mahnmut, il più difficile da capire.

Il contenitore era un blocco di bambù-3 alto un metro e mezzo e largo due, avvolto in metapolimero trasparente. Una breve ispezione mostrò che il blocco conteneva centinaia di metri quadrati di composto di polietilene microsottile antiradar, con strisce di celle solari a elevata prestazione incorporate nel tessuto, ventiquattro segmenti conici articolati di titanio, collegati fra loro e parzialmente telescopici, quattro scatole metalliche pressurizzate con quello che ai suoi sensori risultava elio, una miscela di ossigeno e di azoto, metanolo, otto propulsori a impulso atmosferico con spinotti di regolazione automatica e infine dodici cavi di buckycarbonio lunghi quindici metri, ripiegati e agganciati ai quattro angoli del blocco di bambù-3.

«Ci rinuncio» disse Mahnmut, dopo vari minuti di riflessione e di esami. «Che diavolo è?»

«Un aerostato» disse Orphu.

Mahnmut scosse la testa. Nell’atmosfera di Giove c’erano creature a pallone aerostatico, sia viventi sia moravec, e altre nuotavano nella brodaglia di Saturno; ma che cosa intendeva farsene, Koros III, di un aerostato artificiale, su Marte?

Orphu trasmise la risposta mentre Mahnmut ci arrivava da solo. «La missione di Koros era di giungere sulla cima di Olympus Mons, il sito dei disturbi quantici, e in questo modo non avrebbe dovuto risalire il vulcano. Che dimensioni ha quel… pallone?»

Mahnmut gliele precisò.

«Gonfiato con elio qui, al livello del mare marziano» disse Orphu «avrebbe un diametro di poco più di sessanta metri e un’altezza di circa trentacinque, sufficiente a sollevare con facilità la navicella, te, il Congegno e la radio a trasmissione iperveloce, fino ai margini dello spazio… o alla cima di Olympus Mons.»

«Navicella?» ripeté Mahnmut, cercando ancora di capire bene.

«La scatola in cui è racchiuso. Chiaramente era lì che Koros III intendeva viaggiare. Ha un cappuccio di metapolimero, una sorta di copertura a tenuta d’aria?»

«Sì.»

«Allora è giusto.»

«Ma Olympus Mons ha una scala mobile sul lato sud» obiettò Mahnmut, come uno sciocco.

«Koros e i moravec che hanno preparato la missione non lo sapevano» disse Orphu.

Mahnmut distolse per un minuto lo sguardo dal pallone e rifletté. Le scogliere meridionali della Valles Marineris erano solo una sottile linea rossa contro l’orizzonte verdazzurro, mentre la feluca si inoltrava sempre più nel canale centrale dell’estuario. «La navicella è troppo piccola per portare anche te» disse alla fine Mahnmut.

«Be’, naturalmente…» cominciò Orphu.

«Costruirò una navicella più grande» lo interruppe Mahnmut.

«Credi davvero che saliremo sulla cima di Olympus Mons?» disse piano Orphu.

«Non lo so» rispose Mahnmut. «Ma so che quando in questa piccola nave arriveremo all’estremità ovest della Valles Marineris, se ci arriveremo, saremo ancora a più di duemila chilometri dal vulcano. Non ho idea di come faremo ad attraversare il guazzabuglio del Noctis Labyrinthus e risalire l’altopiano Tharsis fino a Olympus Mons. Ma questo… pallone… potrebbe funzionare. Forse.»

«E se partissimo subito?» disse Orphu. «Il pallone sarebbe più veloce di questa… come l’hai chiamata?»

«Feluca» rispose Mahnmut, con un’occhiata al sartiame e alle vele stagliate contro il rosa e il blu del cielo: parecchi piccoli omini verdi dondolavano senza sforzo da una sartia all’altra. «E, no, non penso che dovremmo usare il pallone prima del dovuto. Il tessuto antiradar copre anche la navicella, ma non sono convinto che quelli del cocchio volante non possano rilevarlo. Lo lanceremo quando avremo raggiunto Noctis Labyrinthus. Sarà comunque un viaggio aereo abbastanza lungo e difficile, perché fra noi e Olympus Mons ci saranno tre dei più alti vulcani di Marte.»

Orphu emise un rombo quasi ultrasonico. «Calcolando anche il viaggio in nave, ci tocca percorrere un po’ più di un quarto del pianeta.»

Mahnmut tentò di passare il tempo e di rinfrancarsi un poco leggendo i sonetti di Shakespeare dal libro che aveva salvato dal Dark Lady. Non funzionò. Mentre negli scorsi anni si era tuffato nell’analisi, nella ricerca di strutture nascoste, di legami di parole e di contenuto drammatico, ora vedeva i sonetti come opere tristi. Tristi e piuttosto sgradevoli.

A Mahnmut il moravec non importava affatto di ciò che "Will", il "poeta" dei sonetti, faceva al "Giovane" o s’aspettava che lui gli facesse in cambio (Mahnmut non aveva né pene né ano e non rimpiangeva di non averli) ma ora trovava opprimente, ai confini della perversità, la prolissa adulazione e la flagrante prepotenza del poeta verso lo sciocco ma ricco Giovane. Saltò ai sonetti della "Dama bruna", ma questi erano ancora più cinici e perversi. Mahnmut concordò con l’analisi che l’interesse del poeta per la Dama bruna era incentrato precisamente sulla promiscuità di lei: quella donna dai capelli neri, dagli occhi neri, dal seno grigio e dai capezzoli neri era, se bisognava credere al poeta, non una prostituta, ma certamente qualcosa di non molto lontano da una donnaccia.

Mahnmut aveva da tempo scaricato il saggio di Freud del 1910, Uno speciale tipo di scelta d’oggetto fatta da uomini, nel quale lo stregone dell’età perduta aveva documentato casi di maschi umani che potevano essere eccitati sessualmente solo da donne di cui era ben nota la promiscuità. Shakespeare non aveva avuto esitazione a descrivere una vagina come "la baia dove ognuno attracca" e a giocarci ironicamente (O cunning love, o astuto amore) a proposito della facile promiscuità della sua Dama bruna; e mentre Mahnmut aveva trascorso anni felici a trovare livelli più profondi e strutture drammatiche dietro queste volgarità, quel giorno (il sole vicino al tramonto proprio nel grande mare interno, le scogliere illuminate di rosso verso nord) vedeva i sonetti solo come panni sporchi, le confessioni private di un poeta salace.

«Leggi i sonetti?» chiese Orphu.

Mahnmut chiuse il libro. «Come lo sapevi? Sei diventato telepatico, dopo avere perso gli occhi?»

«Non ancora» rise il moravec di Io. Era legato sul ponte a dieci metri da Mahnmut seduto a prua. «Alcuni tuoi silenzi sono più letterari di altri, ecco tutto.»

Mahnmut si alzò e si girò verso il tramonto. I piccoli omini verdi si muovevano in fretta nel sartiame e lungo la gomenetta dell’ancora, preparando la nave per il loro sonno. «Perché hanno programmato in alcuni di noi una predisposizione per i libri umani?» chiese Mahnmut. «Cosa se ne fa, un moravec, ora che la razza umana potrebbe essere estinta?»

«Me lo sono chiesto anch’io» disse Orphu. «Koros III e Ri Po non avevano questa nostra afflizione, ma tu avrai di sicuro conosciuto altri moravec ossessionati dalla letteratura umana.»