Una sola cosa Agamennone rifiuterà: presentare le proprie scuse. È troppo orgoglioso per inchinarsi ad Achille. «Sia lui a inchinarsi a me!» griderà fra qualche ora a Nestore, Odisseo, Diomede e agli altri condottieri. «Sono un re più potente di lui, più anziano di lui e, lo rivendico, più grande come uomo.»
Malgrado l’arroganza di Agamennone, Odisseo e gli altri troveranno una via d’uscita. Si rendono conto che, se portano il messaggio della restituzione di Briseide e della elargizione di tutti gli altri ricchi doni (e accidentalmente dimenticano l’accenno a "più grande come uomo"), c’è una possibilità che Achille riprenda il combattimento. L’ambasciata ad Achille offre almeno un raggio di speranza.
Qui comincia la parte complicata, qui si può ancora trovare il fulcro.
Come studioso, so in cuor mio che l’ambasciata ad Achille è il punto cruciale e il perno dell’Iliade. La decisione che prenderà Achille, dopo avere ascoltato le suppliche degli ambasciatori, determinerà il flusso di tutti gli eventi futuri: la morte di Ettore, la successiva morte di Achille, la caduta di Ilio.
Ma qui c’è la parte infida. Omero sceglie con molta cura le parole, forse con più cura di qualsiasi narratore della storia. Dice che Nestore nominerà cinque uomini per l’ambasciata ad Achille: Fenice, Aiace il Grande, Odisseo, Odio ed Euribate. Questi ultimi sono due semplici araldi, decorazioni per amore di protocollo, e non entreranno nella tenda di Achille insieme con gli altri effettivi ambasciatori né prenderanno parte alle discussioni.
Il problema deriva dal fatto che Fenice è una scelta strana: non è mai comparso prima nel racconto, non è un condottiero, ma un precettore mirmidone al servizio di Achille e non ha molto senso che sia inviato a convincere il suo stesso padrone. Inoltre, quando gli ambasciatori camminano lungo la riva del mare ("dove risuonano i battaglieri frangenti") diretti alla tenda di Achille, Omero usa la forma verbale duale, una via di mezzo tra il singolare e il plurale, riferita sempre a due persone: nel caso specifico, Aiace e Odisseo. Omero usa altre sette parole che, nel greco dei suoi giorni, di questo giorno, si riferiscono a due uomini, non a tre.
Dov’è allora Fenice, durante la lunga camminata dal campo di Agamennone alla tenda di Achille? Possibile che sia già nella tenda di Achille, in attesa dell’ambasceria? La cosa non ha molto senso.
Diversi studiosi, prima e durante il mio tempo sulla terra, ne hanno discusso, sostenendo che Fenice era una goffa aggiunta al racconto, un personaggio inserito secoli dopo, spiegando così l’uso della forma duale dei verbi; ma questa teoria non tiene conto del fatto che Fenice farà un intervento più lungo e più complesso degli altri ambasciatori. Il suo discorso, così meravigliosamente digressivo e complicato, sa proprio di Omero.
Si direbbe che il poeta cieco si sia confuso sul numero, due o tre, di ambasciatori e sull’esatto ruolo di Fenice nella conversazione che avrebbe deciso la sorte degli interpreti.
Ho qualche ora per riflettere.
"Se decidi di cambiare il nostro destino, devi trovare il fulcro."
Ma questo evento è di qualche ora nel mio futuro. Qui è ancora metà pomeriggio e i troiani fanno una pausa nel loro lato del fossato acheo, mentre i greci si aggirano qua e là come formiche dietro la muraglia di sassi e di pali appuntiti. Morfizzato in un sudato lanciere acheo, riesco ad avvicinarmi ad Agamennone: il grande re prima rampogna i suoi uomini, poi invoca l’aiuto di Zeus nella loro ora più buia.
«Vergogna!» grida il figlio di Atreo al malconcio esercito. Solo un centinaio di guerrieri può udirlo, ovviamente, perché l’antica acustica era quello che era; ma Agamennone ha voce potente e gli uomini in fondo passano il messaggio agli altri.
«Vergogna! Ignominia! Avete l’aspetto di splendidi guerrieri, ma siete solo simulatori! Avete giurato di bruciare questa città e invece mangiate a crepapelle buoi comprati a mie spese e bevete coppe di vino piene fino all’orlo, vino comprato e fatto giungere qui a mie spese! Guardatevi! Plebaglia sconfitta! Vi vantavate che ciascuno di voi era pronto ad affrontare cento troiani, duecento… e ora non tenete testa nemmeno a un solo mortale, Ettore!
«Sì, Ettore, che tra poco sarà qui a dare alle fiamme le navi; e questo esercito di millantati "eroi"…» in pratica sputa la parola «fuggirà a casa da mogli e figli… a mie spese!»
Smette di prendersela con l’esercito e alza le braccia al cielo, verso meridione e il monte Ida, da dove sono giunti i fulmini e i tuoni e le nubi tempestose. «Padre Zeus, come puoi distruggere così la mia gloria? Ti ho forse offeso? Mai, te lo giuro, neppure una sola volta, nemmeno nel viaggio per mare fin qui, sono passato davanti a un tuo tempio senza fermarmi a bruciare grasso e cosce di buoi per la tua gloria. La nostra preghiera era semplice: radere al suolo le mura di Ilio, uccidere i suoi eroi, stuprare le sue donne, ridurre in schiavitù il suo popolo. Era chiedere troppo?
«Padre, esaudisci questa preghiera: fa’ che i miei uomini scampino, almeno questo. Non lasciare che Ettore e i troiani ci bastonino come un mulo preso a nolo!»
Ho sentito Agamennone pronunciare discorsi più eloquenti (diavolo, tutti i suoi discorsi erano più eloquenti di questo e capisco che Omero abbia ritenuto necessario riscriverlo) ma in quell’istante avviene un miracolo. Almeno, gli achei lo prendono per un miracolo.
All’improvviso da meridione compare un’aquila enorme che stringe fra gli artigli un cerbiatto.
La folla, che cominciava a dirigersi alle navi e alla salvezza in mare e che si è fermata solo un momento al discorso di Agamennone, si blocca e addita il portento.
L’aquila gira in tondo, si abbassa e da trenta metri lascia cadere il cerbiatto ancora scalciante su un monticello di sabbia ai piedi dell’altare di pietra che gli achei avevano innalzato a Zeus, subito dopo lo sbarco, tanti anni prima.
Tutto si risolve. Dopo quindici secondi d’attonito silenzio, un grido sale dagli uomini, vigliacchi solo dieci minuti prima, ma divenuti ora una folla combattiva, cuori e braccia rinvigorite da quel chiaro segno di perdono e di approvazione da parte di Zeus. Senza aspettare altro, cinquantamila achei e argivi e loro alleati si schierano di nuovo dietro i propri condottieri, attaccano di nuovo i cavalli, spingono i cocchi sui ponti di terra che ancora attraversano i fossati di difesa e la battaglia riprende.
Diventa l’ora dell’arciere.
Anche se Diomede guida il contrattacco, seguito da presso dagli Arridi Agamennone e Menelao, seguiti a loro volta da Aiace il Grande e Aiace il Piccolo, e anche se questi eroi, scagliando lance e vibrando fendenti delle corte spade, esigono il loro tributo dai troiani, il combattimento ora si accentra intorno all’arciere acheo Teucro, figlio bastardo di Telamone e fratellastro di Aiace il Grande.
Teucro è sempre stato considerato un ottimo arciere e nel corso degli anni l’ho visto colpire decine di troiani, ma oggi è proprio la sua giornata alla ribalta. Lui e Aiace vanno a ritmo: Teucro se ne sta accucciato al riparo dello scudo del fratellastro (Aiace il Grande adopera un enorme scudo rettangolare che secondo gli studiosi di storia militare non era in uso ai tempi della guerra di Troia) e, quando Aiace alza lo scudo, scaglia da sotto una freccia nelle file troiane distanti una sessantina di metri. Oggi pare proprio che non riesca a sbagliare un tiro.