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«Che animali sono?» chiese Daeman.

Savi scosse la testa. «Non ne ho idea.»

«Se fosse qui, Odisseo probabilmente ne vorrebbe uccidere uno da mangiare a cena» disse Harman.

Savi ridacchiò.

Nel tardo pomeriggio si abbassarono di quota, girarono intorno a un’insolita città cinta di mura, posta sulle alture a soli quaranta chilometri dal bacino del Mediterraneo, e si posarono su una piana rocciosa a ovest della città stessa.

«Che posto è questo?» chiese Daeman. Non aveva mai visto mura né edifici così vecchi: anche da lontano, mettevano a disagio.

«Si chiama Gerusalemme» rispose Savi.

«Credevo che saremmo scesi nel bacino alla ricerca di astronavi» disse Harman.

Savi sbarcò dal sonie e si stiracchiò. Pareva molto stanca, pensò Daeman, ma a pensarci bene aveva pilotato il velivolo per due giorni filati.

«Infatti» rispose Savi. «Qui troveremo un mezzo di trasporto. E c’è una cosa che voglio mostrarvi al calar del sole.»

Daeman la ritenne una promessa di cattivo augurio, ma seguì Savi e Harman per la piana rocciosa, fra macerie di quelli che forse un tempo erano i sobborghi o le zone più recenti della città vecchia cinta di mura, ma che adesso erano una spianata in salita, pavimentata di pietre consumate e ridotte a ciottoli. Savi li guidò fino a una porta nelle mura, che varcarono, e mentre camminavano proseguì in una narrazione in gran parte priva di senso. L’aria era secca e rinfrescante, la luce del sole basso all’orizzonte dava colore agli antichi edifici.

«Questa era la porta di Giaffa» disse Savi, come se quella parola avesse un significato per loro. «E questa è via Davide, che un tempo separava il quartiere cristiano da quello armeno.»

Harman diede un’occhiata a Daeman. Era chiaro, pensò Daeman, che nemmeno il vecchio, così istruito e così orgoglioso della sua inutile capacità di leggere, aveva mai udito le parole "cristiano" o "armeno". Ma Savi continuò a blaterare, indicò fra le rovine alla loro sinistra un edificio chiamato chiesa del Santo Sepolcro e nessuno dei due la interruppe con una domanda, finché Daeman non domandò: «Qui non ci sono voynix e servitori?».

«Adesso no» disse Savi. «Ma quando i miei amici Pinchas e Petra erano qui, negli ultimi minuti prima del fax finale, quattordici secoli fa, nei pressi del Muro occidentale c’erano decine di migliaia di voynix improvvisamente attivi.» Si fermò e guardò prima l’uno, poi l’altro. «Sapete, vero, che i voynix sbucarono dalla nube cronoclastica due secoli prima del fax finale, ma erano immobili, statue di ferro e di ruggine, non gli obbedienti servitori di adesso? È importante ricordarlo.»

«Sì, certo» disse Harman, con una traccia di condiscendenza nel tono, come se pensasse che la vecchia parlava a vanvera. «Ma hai detto che eri in un iceberg nei pressi dell’Antartide, quando avvenne il fax finale. Come sai dov’erano i tuoi amici e che cosa facevano i voynix?»

«Registrazioni farnet, proxnet e allnet» rispose Savi. Si girò e li guidò più avanti verso est lungo la strada.

Harman diede di nuovo un’occhiata a Daeman, quasi a condividere la preoccupazione per quei discorsi insensati, ma Daeman provò un impulso di… orgoglio? superiorità?… nel rendersi conto di sapere che cosa aveva voluto dire Savi quando aveva parlato di farnet e di proxnet. Si guardò la palma e accese la funzione di ricerca, ma non comparve nessun riquadro luminoso. Che cosa sarebbe accaduto, si chiese, se avesse visualizzato quattro rettangoli blu sopra tre cerchi rossi sopra quattro triangoli verdi per richiamare la funzione dati completi, come Savi gli aveva insegnato nella radura della foresta, il giorno prima?

Savi si fermò e disse, come se gli avesse letto nella mente: «Qui non ti conviene richiamare la funzione allnet, Daeman. Non saresti virtualmente immerso in interazioni di energia e microclima come nella foresta, qui a Gerusalemme. Ti troveresti di fronte a cinquemila anni di sofferenze, di terrore e di virulento antisemitismo».

«Antisemitismo?» ripeté Harman.

«Odio per gli ebrei» spiegò Savi.

Harman e Daeman si guardarono, perplessi. Quel concetto non aveva senso.

Daeman cominciava a rimpiangere d’avere cambiato idea. Era affamato. Il sole tramontava alle loro spalle. Lui non sapeva dove avrebbe dormito quella notte, ma sospettava che sarebbe stato un posto scomodo.

«Andiamo» disse Savi e li guidò per un altro isolato, sotto arcate di pietra, per uno stretto vicolo e poi in uno spiazzo dominato da un alto muro spoglio.

«È questo che siamo venuti a vedere?» chiese Daeman, deluso. Era un vicolo cieco, un cortile circondato da muri più bassi, edifici di pietra e quell’alto muro con una sorta di struttura circolare, metallica, appena visibile sulla sommità. Non c’era modo di salirvi, da lì.

«Pazienta un poco» disse Savi. A occhi socchiusi guardò il sole al tramonto. «Oggi è il Tisha b’Av, proprio come il giorno del fax finale.»

Con l’aria di chi è stufo di ripetere parole senza senso, Harman disse: «Tisha b’Av?».

«Il nove di Av» disse Savi. «Un giorno di lamentazioni. Sia il Primo sia il Secondo Tempio furono distrutti il Tisha b’Av e credo che i voynix abbiano costruito questo blasfemo Terzo Tempio il nove di Av nel giorno del fax finale.» Indicò la mezza cupola di metallo nero al di là del muro.

All’improvviso ci fu un rombo così profondo che Daeman si sentì battere i denti e tremare le ossa. Lui e Harman arretrarono di un passo, spaventati, nell’aria così carica di ozono e di elettricità statica che a Daeman si rizzarono i capelli e ondeggiarono come erba alta sotto un forte vento; con un esplosivo schianto più veloce e più forte di un colpo di fulmine, una solida landa di luce azzurra pura, brillante, accecante, larga una ventina di metri, saettò dalla mezza cupola di metallo nero, trafisse il delo della sera e scomparve, dritta come una frecda, nello spazio, mancando per un pelo l’anello equatoriale orbitante nella sua eterna rotazione verso est.

29

CANDOR CHASMA

Per otto giorni e otto notti di Marte la tempesta di polvere sollevò onde alte dieci metri, ululò fra il sartiame e spinse la piccola feluca a nord, verso il lato sottovento della costa e verso la morte di tutto il suo equipaggio, moravec compresi.

I piccoli omini verdi a bordo erano bravi marinai, ma di notte cessavano di funzionare e ora restavano inerti anche per gran parte del giorno, perché le nubi di polvere oscuravano il sole. Mahnmut, quando i POV si ritiravano in cantucci bui sotto i ponti e si raggomitolavano in una nicchia per non essere sballottati da tutte le parti, aveva l’impressione di navigare in una nave di morti, come nel Dracula di Bram Stoker, dove la nave giunge in porto con un equipaggio di cadaveri.

Le vele della feluca, di un polimero leggero e resistente, non di tela, si erano ridotte a brandelli per la violenza del vento da sudest e per la sabbia scagliata a forte velocità. Il ponte non era più un luogo sicuro dove trattenersi; durante un breve intervallo di luce, Mahnmut, con l’aiuto di venti POV, praticò un buco nella tolda, calò Orphu sul ponte inferiore e costruì per l’amico uno schermo di legno e di tela cerata che lo riparasse dal vento insistente. Anche lui, quando trascorreva troppo tempo ad aiutare i POV sulla tolda, sentiva la sabbia portata dal vento entrargli nelle commessure e nei meccanismi, perciò, appena poteva, scendeva sul ponte inferiore e stava a fianco di Orphu, accertandosi che il suo amico fosse ben legato e fissato, mentre la feluca s’inclinava di quaranta gradi da una parte e dall’altra e l’acqua, ora mista a sabbia e rossa come sangue, penetrava in ogni fessura. Dieci o dodici dei quaranta POV a bordo azionavano le pompe a mano, ogni volta che erano coscienti, per prosciugare la sentina e i ponti inferiori, mentre nelle lunghe notti Mahnmut lavorava da solo a una pompa.