«Molto divertente. Tu e la signora Carrara potreste farlo di mestiere.»
«Lo ha già fatto Shakespeare. Ragù or not ragù, this is the question, ricordi?»
La sonora risata del suo collaboratore li seguì all’aperto e si perse senza echi nell’aria fresca. Si ritrovarono nel cortile e si avviarono verso il lato destro della costruzione, dove un pulmino scalcinato con a bordo i ragazzi era in attesa.
Padre McKean si fermò e alzò un istante gli occhi verso il cielo sereno.
Nonostante il breve scambio di battute, gli era arrivata addosso una improvvisa sensazione di disagio, alla quale non riusciva a dare un nome.
Tuttavia, quando salì sul mezzo e salutò i ragazzi, la tenerezza e la gioia di essere insieme allontanarono un attimo il pensiero che gli era arrivato come una brutta notizia poco prima. Ma mentre il vecchio furgone percorreva la strada sterrata verso l’uscita della proprietà, lasciandosi dietro la casa a sbiadire in una nuvola di polvere, quella sensazione di minaccia incombente tornò a prendere possesso dei suoi pensieri. Rivide tutte le immagini passate alla televisione ed ebbe l’impressione che il vento, quello che impediva agli angeli e agli uomini di piangere, all’improvviso avesse smesso di soffiare.
CAPITOLO 14
Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
Il reverendo McKean era in piedi davanti al leggio sulla sinistra dell’altare, sopraelevato di un paio di gradini rispetto al pavimento della chiesa. Quando la sua voce profonda arrivò alla fine della lettura, rimase un attimo in silenzio, con gli occhi fissi sulla pagina, per lasciare alle sue parole il tempo di percorrerla. Non era un viaggio lungo ma di certo in quel momento non era un viaggio facile. Infine rialzò il capo e fece scorrere lo sguardo per la chiesa piena di gente.
Poi iniziò a parlare.
«Le frasi che avete appena sentito appartengono a uno dei sermoni più famosi di Gesù. Lo è diventato non solo per la bellezza di queste parole, per la loro forza evocativa, ma per la sua importanza nei secoli a venire. In questi pochi passi è compresa l’essenza della dottrina che per gli ultimi tre anni della sua vita ha predicato. Colui che facendosi uomo ha portato sulla terra un nuovo patto fra gli uomini e il Padre, con il suo messaggio ci ha indicato la speranza ma non ci ha invitati alla resa. Non significa che ognuno di noi deve accettare passivamente quello che può arrivare di ingiusto, di doloroso, di funesto in un mondo fatto da Dio ma governato dagli uomini. Tuttavia ci ricorda che la nostra forza e il nostro sostegno nella lotta di ogni giorno stanno nella Fede. E ce la chiede. Non ce la impone, semplicemente come un amico ce la chiede.»
Fece una pausa e chinò di nuovo gli occhi sul leggio davanti a lui.
Quando rialzò la testa lasciò senza vergogna che ogni persona presente vedesse le lacrime che gli scorrevano sulle guance.
«Tutti voi sapete quello che è successo nella nostra città ieri sera. Le immagini terribili che ognuno di noi ha negli occhi non sono nuove, come non sono nuovi lo sgomento, il dolore, la pietà quando ci si trova di fronte a prove come quella che siamo stati chiamati a superare.»
Lasciò ai presenti un istante per capire, per ricordare.
«Che tutti siamo stati chiamati a superare, fino all’ultimo uomo, perché il dolore che colpisce uno solo di noi colpisce tutto il genere umano. Essendo fatti di carne, con le nostre debolezze e le nostre fragilità, quando arriva un fatto luttuoso e inatteso, un fatto incomprensibile che coinvolge la nostra esistenza e supera la nostra tolleranza, il primo istinto è quello di chiedersi perché Dio ci ha abbandonato. Di chiedersi perché, se siamo suoi figli, permette che accadano queste cose. Lo fece anche Gesù, quando sulla croce aveva sentito la sua parte umana esigere il tributo di dolore che la volontà del Padre gli aveva richiesto. E badate bene che in quel momento Gesù non aveva Fede…»
Fece una pausa. C’era in chiesa un silenzio nuovo, quella domenica.
«In quel momento Gesù era la Fede.»
Il sacerdote aveva sottolineato in modo particolare quella frase, prima di proseguire.
«Se è successo all’uomo che è venuto al mondo con la volontà di portarci la redenzione, è comprensibile che possa accadere anche a noi, che di quella volontà e di quel sacrificio siamo i beneficiari e della quale rendiamo grazie ogni volta che ci accostiamo a un altare.»
Una nuova pausa e la sua voce ritornò per tutti quella di un confidente e non di un predicatore.
«Vedete, un amico si accetta per quello che è. A volte dobbiamo farlo anche quando non capiamo, perché la fiducia in certi casi deve andare oltre la comprensione. Se agiamo in questo modo per un amico, che è e resta un essere umano, a maggior ragione lo dovremo fare per Dio, che è nostro padre e che è nello stesso tempo il nostro migliore amico. Quando non capiamo, dobbiamo offrire in cambio quella Fede, che ci viene chiesta anche se siamo poveri, afflitti, se abbiamo fame e sete, se siamo perseguitati, insultati, accusati ingiustamente. Perché Gesù ci ha insegnato che viene dalla nostra bontà, dalla purezza del nostro cuore, dalla nostra misericordia, dal nostro desiderio di pace. E noi, ricordando le parole di Gesù sulla montagna, avremo quella Fede. Perche ci ha promesso che se quello che viviamo è un mondo imperfetto, se quello in cui invecchiamo è un tempo imperfetto, quello che un giorno avremo in cambio sarà un posto meraviglioso, tutto nostro. E non ci sarà tempo, perché sarà per sempre.»
Con un sincronismo ammirevole, alla fine del suo sermone il suono evocativo dell’organo a canne si diffuse per la chiesa, sostenendo il coro che intonava un canto che parlava del mondo e del suo bisogno d’amore.
Ogni volta che padre McKean ascoltava le voci affiatate dei cantori in quella fusione perfetta di armonia, non poteva fare a meno di sentire un brivido percorrergli le braccia. Pensò che la musica fosse uno dei più grandi doni fatti agli uomini, uno dei pochi che riuscisse a coinvolgere lo spirito al punto tale da ripercuotersi sul corpo. Si allontanò dal leggio e raggiunse il suo posto vicino ai chierichetti dall’altra parte dell’altare.
Rimase in piedi, seguendo il rituale della messa e nello stesso tempo continuando a osservare i fedeli che affollavano la chiesa.
I suoi ragazzi, a parte quelli che erano di turno per i lavori a Joy, erano seduti nei primi banchi. Come per tutto il resto, aveva lasciato libera scelta riguardo alla preghiera o la presenza alle funzioni. Joy era un posto di conversione umana, prima che di conversione religiosa. Il fatto che la comunità facesse capo a un sacerdote cattolico, per sua decisione doveva essere ininfluente ai fini delle scelte dei ragazzi. Ma era conscio del fatto che quasi tutti venivano in chiesa perché c’era lui e perché capivano che lui aveva piacere di saperli partecipi a un momento di aggregazione collettiva.