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Jerry si avvicinò a Hendymion e con il braccio gli strinse la testa in una morsa da wrestler.

«Se dipendesse da te, muso giallo, la farebbero con le bacchette.»

Ridevano tutti e due.

Shalimar Bennett, una ragazza di colore con dei buffi capelli sparati e il corpo di una gazzella, si intromise nello scherzo.

«Jerry che diventa Papa? Non potrebbe nemmeno diventare prete. Non regge il vino. Alla sua prima messa si sbronzerebbe e lo caccerebbero.»

John sorrise, mentre si attardava in mezzo al cortile e li vedeva sparire all’interno della casa. Non si faceva ingannare da quell’atmosfera rilassata.

Sapeva quanto quell’equilibrio fosse fragile, come in ognuno di loro il ricordo e la tentazione fossero tutt’uno, in attesa di trasformarsi in un ricordo e basta. Tuttavia era bello quello a cui assisteva ogni giorno, al tentativo di rinascita e alla costruzione di un possibile futuro. Con la certezza da un miliardo di dollari che fosse anche merito suo e con la presunzione da pochi centesimi di continuare a farlo finché avesse potuto.

Solo, in piedi in mezzo al cortile, la sua ombra nascosta dal sole a picco nei contorni del suo corpo, John Kortighan alzò gli occhi nel cielo azzurro a osservare la casa.

La sede di Joy era posta ai confini di quella parte del Pelham Bay Park attaccata al Bronx, in una proprietà di circa sei acri affacciata sul tratto di mare che come un dito si insinuava verso nord a frugare la terra. La costruzione principale era un edificio di due piani con la forma di una C squadrata, costruita secondo i dettami architettonici che caratterizzano le case del New England, con l’uso preponderante del legno e dei mattoni scuri. Il lato libero era aperto verso la costa verde che oltre il canale, per contrasto, scendeva come una mano verso sud a respingere il mare.

Qui c’era l’ingresso, affacciato sul giardino, attraverso il quale si accedeva alla casa attraverso una veranda a forma di un mezzo ottagono, illuminata dalle grandi porte a vetri. Al pianterreno c’erano la cucina con dispensa, la sala da pranzo, una piccola infermeria, una biblioteca e una sala con giochi e Tv. Su uno dei lati corti, due camere da letto con un bagno in comune per le persone dello staff che come lui risiedevano in pianta stabile a Joy. Al secondo piano le camere da letto dei ragazzi e nell’abbaino la camera di padre McKean.

Il lato lungo era affacciato sul cortile, dove era stato realizzato un edificio secondario, sede di un laboratorio dove trovava spazio chi, invece dello studio, optava per delle attività di carattere manuale. Alle spalle del laboratorio l’orto, che arrivava fino al confine a ovest della proprietà, chiuso da un frutteto. In un primo tempo era stato portato avanti come esperimento, con l’idea di fornire una distrazione che avvicinasse gli ospiti di Joy a qualcosa di fisico, di paziente e di premiante nello stesso tempo.

Poco per volta, per la sorpresa di tutti, la produzione di frutta e verdura era aumentata fino a rendere la comunità quasi autosufficiente. Addirittura, in occasione di raccolti particolarmente abbondanti, una rappresentanza dei ragazzi scendeva al mercato di Union Square a vendere i propri prodotti.

La signora Carraro si affacciò sulla porta della cucina, asciugandosi la mano nel grembiule.

«Cos’è questa storia che mangiamo senza don Michael?»

«È stato trattenuto. Deve dire la messa delle dodici e mezza.»

«Bene, non morirà nessuno se aspettiamo un poco. In questo posto la domenica non si pranza senza quell’uomo.»

«Va bene, colonnello.»

John indicò l’interno della cucina, dal quale proveniva l’eco sopra tono della conversazione dei ragazzi.

«Però lo dice lei ai caimani.»

«Non fiateranno. E vorrei ancora vedere.»

«Ne sono certo.»

John la vide sparire oltre la soglia, con il suo miglior viso da battaglia.

Anche se i ragazzi erano in evidente soprannumero e la signora Carraro in evidente stato di inferiorità, non aveva dubbi su chi l’avrebbe spuntata.

John lasciò i ragazzi a cavarsela da soli con la loro cuoca. Era una donna dall’apparenza dolce e remissiva ma in diverse occasioni aveva dimostrato un carattere molto volitivo. Sapeva che quando prendeva una decisione era difficile farle cambiare idea, specie se questa decisione andava a favore di padre Michael McKean.

Si mosse verso sinistra e costeggiò la casa, camminando piano, respirando l’aria che sapeva di leggero salmastro.

Pensando.

Il sole era già caldo e la vegetazione stava iniziando a esplodere, con quel fragore verde e silenzioso che ogni volta sorprendeva il cuore e la vista mentre abbatteva i muri grigi e freddi dell’inverno. Arrivò sul fronte della casa e si inoltrò per i sentieri del giardino, sentendo la ghiaia scricchiolare sotto la suola delle scarpe. Fino al punto oltre il quale aveva davanti solo la tavola lucida del mare e il verde del parco, dall’altra parte del canale. Si fermò con le mani in tasca e il viso nella brezza leggera, con l’odore dell’acqua e quel senso apparentemente statico del tutto è possibile che la primavera significava.

Si girò di nuovo a guardare la casa.

Mattoni e assi.

Vetro e cemento.

Tecnica e lavoro manuale.

Tutte cose umane.

Quello che c’era all’interno di quelle pareti, mattoni o legno che fossero, andava oltre. Significava qualcosa. E lui, per la prima volta nella sua vita, si sentiva parte di quel qualcosa, a prescindere dal punto di partenza e di arrivo e dagli inevitabili incidenti di viaggio.

John Kortighan non era un credente. Non era mai riuscito a nutrire nessuna fiducia, né in Dio né negli uomini. E di conseguenza nemmeno in se stesso. Tuttavia Michael McKean in qualche modo era riuscito ad aprire una crepa nel muro, quello che la gente in apparenza aveva costruito contro di lui e che lui per rivalsa aveva rinforzato dalla sua parte. Dio era rimasto tuttora un concetto nebuloso e lontano, nascosto dietro la nitida umanità del suo rappresentante. Ma in qualche modo, anche se non glielo aveva mai detto, il sacerdote oltre a quella dei ragazzi stava salvando anche la sua vita.

Al piano superiore, dietro i vetri che riflettevano il cielo, intravide delle figure in movimento. Di certo erano dei ragazzi che stavano andando nelle loro stanze. Ognuno aveva la sua esperienza, il suo spezzone di vita. Messi tutti insieme dal caso come i cristalli in un caleidoscopio, costruivano un’immagine vivida e fragile. Come tutte le cose instabili, non era facile da decifrare ma era sorprendente nei suoi colori.

Si mosse e tornò sui suoi passi. Entrò in casa dall’ingresso principale.

Imboccò la scala che portava di sopra. Mentre saliva, passo dopo passo, gradino dopo gradino, sorprese liberi i suoi pensieri.

La storia di Joy era molto semplice e molto complessa nello stesso tempo. E come spesso succede in questi casi, la sua fondazione aveva alle spalle un evento tragico, come se certe proposte avessero necessità di nascere dal dolore per trovare la forza di diventare realtà.

John non era ancora arrivato nel quartiere ma ne aveva sentito parlare da Michael, il cui racconto stringato era stato integrato da un paio di conversazioni più approfondite con il parroco di Saint Benedict.

Era…

…un venerdì e si stava celebrando un funerale.

Un ragazzo di diciassette anni, Robin Wheaters, era stato trovato morto per overdose in un angolo del parco, dall’altra parte del ponte, all’incrocio della Shore con la City Island Road. Una coppia che faceva jogging aveva intravisto attraverso il fogliame un corpo steso a terra, coperto a metà da un cespuglio. Si erano avvicinati e lo avevano trovato rantolante e privo di conoscenza. L’ambulanza e la corsa in ospedale erano risultate inutili. Robin si era spento poco dopo fra le braccia della madre, accompagnata sul posto da un’auto della Polizia, che aveva avvertito quando l’assenza immotivata del figlio si era protratta per tutta la notte. Nessuno in famiglia aveva mai avuto il minimo sospetto di un suo coinvolgimento con le droghe. Le cause della morte avevano gettato un ulteriore raccapriccio sulla fine già di per sé agghiacciante del ragazzo.