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E lo avrebbero fatto insieme, lui e Michael.

Per sempre.

Si trovò, quasi senza accorgersene, davanti alla camera del sacerdote, all’ultimo piano. Controllò che nessuno stesse salendo le scale. Con una leggera ansia, figlia naturale del proibito, John spinse la porta ed entrò.

L’aveva già fatto altre volte, provando solo una strana eccitazione senza colpa per quella violazione dell’intimità di una persona. Chiuse l’uscio alle sue spalle e mosse qualche passo incerto all’interno della stanza. I suoi occhi erano una macchina da presa che registrava per l’ennesima volta ogni dettaglio, ogni particolare. Ogni colore. Sfiorò con le dita una Bibbia appoggiata sulla scrivania, prese in mano un pullover gettato su una sedia e infine andò ad aprire l’armadio. Tutto lo scarso guardaroba di Michael era davanti ai suoi occhi, appeso alle grucce. Rimase fermo a guardare gli abiti e a respirare l’odore dell’uomo che fin dal primo istante lo aveva affascinato e attratto. Al punto da doversene allontanare, in certi momenti, per timore che quello che provava gli si leggesse in viso. Chiuse l’armadio e si avvicinò al letto. Fece scorrere le dita sulla coperta e poi si sdraiò a pancia in sotto, facendo aderire il viso al punto del cuscino dove si era posata la testa di Michael McKean. Respirò a pieni polmoni. Quando era da solo e pensava a Michael, c’erano volte in cui desiderava essere con lui.

Altre volte, come adesso, che desiderava essere lui. Ed era convinto che, rimanendo lì, prima o poi ci sarebbe riuscito…

Il cellulare iniziò a squillare da qualche parte nelle sue tasche. Scese dal letto in fretta, col fiato in gola, come se quel suono fosse il segnale che il mondo lo aveva scoperto. Trovò con mano incerta l’apparecchio e rispose.

«John, sono Michael. Sto arrivando. La messa la dice Paul al posto mio.»

Rimase turbato, come se l’uomo dall’altra parte potesse vederlo e sapere il posto in cui si trovava. Ma nonostante arrivasse filtrata dal proprio imbarazzo, la voce nel telefono non era quella che John era abituato ad associare al viso di Michael. Sembrava spezzata o angosciata o tutte e due le cose insieme.

«Mike, che c’è? Stai bene? È successo qualcosa?»

«Non ti preoccupare. Fra poco sono lì. Non è successo niente.»

«Va bene. A dopo, allora.»

John spense il telefono e rimase a osservarlo come se così potesse decifrare le parole che aveva appena sentito. Conosceva Michael McKean a sufficienza per capire quando qualcosa lo colpiva al punto da non essere più la persona che tutti erano abituati a conoscere.

E questa era una di quelle volte.

Quando gli aveva chiesto se fosse successo qualcosa, aveva risposto che non era successo niente. Ma, nonostante le sue rassicurazioni, la sua voce aveva il tono di una persona a cui è successo di tutto. Lasciò la stanza che era ritornata di colpo un luogo qualunque e chiuse la porta. Per tutto il tempo che impiegò a tornare di sotto, non riuscì a non sentirsi un uomo inutile e solo.

CAPITOLO 16

La forchetta si allungò a prendere due spaghetti dalla pentola che bolliva.

Vivien, facendo attenzione a non scottarsi, li portò alla bocca e li assaggiò. Erano a mezza cottura. Scolò la pasta e la depose nel sugo che attendeva in padella. La fece saltare per alcuni minuti a fuoco vivo finché non fu evaporata l’acqua in eccesso e arrivò al punto giusto di consistenza, come da piccola le aveva insegnato la nonna. Quella che, al contrario del resto della famiglia, non si era mai rassegnata al fatto che il suo cognome, nel corso del tempo, da Luce fosse diventato Light. Appoggiò la padella sul piano atermico e con la pinza iniziò a dividerla nei due piatti appoggiati dall’altra parte dell’isola.

Non aveva ritenuto necessario sedersi al tavolo e aveva apparecchiato due posti con delle tovagliette in bambù sul bancone, dall’altra parte dei fuochi.

Alzò la voce per farsi sentire da sua nipote, che stava in fondo al corridoio, nella camera da letto.

«È pronto.»

Poco dopo Sundance sbucò nella zona giorno del piccolo appartamento di Vivien. Si era appena fatta una doccia e aveva ancora i lunghi capelli umidi. La luce che proveniva dalla finestra la investì. Aveva addosso una T-shirt e un paio di jeans eppure sembrava una regina. Nonostante le poche tracce paterne, era il ritratto di sua madre.

Bella, esile, fragile.

Difficile da capire e facile da ferire.

Vivien sentì una stretta al cuore. C’erano momenti in cui il dolore, che si portava dentro rappreso come un grumo di sangue, di colpo si scioglieva e la invadeva tutta. Era pena per tutto quello che era stato, era rimpianto per tutto quello che poteva essere e che la sorte non aveva voluto che fosse.

Era una risata di scherno per quei pochi istanti in cui, da essere umano, si era trovata a pensare che la vita era bella. Per i sogni di tutti che erano diventati la terra di nessuno.

Nonostante questo sorrise a sua nipote.

Non doveva permettere al senso delle cose perdute di entrare con la sua onda lunga a guastare quelle che si potevano ancora recuperare. E a compromettere quelle nuove e durature che si potevano costruire nel tratto di futuro che ancora le spettava. Non sempre il tempo riparava tutte le ferite. A Vivien bastava che non ne procurasse altre. Al resto, per quello che era in suo potere, avrebbe provveduto lei. Non per mettere a tacere il senso di colpa che si portava dentro. Solo per impedire che Sundance lasciasse troppa voce al suo.

La ragazza si sedette sullo sgabello e chinò la testa sul piatto, per aspirare il profumo della pasta. I capelli caddero sulla tavola come il pianto di un salice.

«Che hai fatto?»

«Cose semplici. Spaghetti al pomodoro e basilico.»

«Mmmh. Buoni.»

«Parere espresso sulla fiducia?»

Sundance alzò verso di lei gli occhi azzurri e puliti come se non fosse successo niente, come se quella profondità le appartenesse per nascita e non per riflesso interiore.

«I tuoi spaghetti sono sempre buoni.»

Vivien sorrise e fece un gesto di esagerato compiacimento.

«Promozione sul campo. Che meraviglia. Credo che metterò questa affermazione sul mio annuncio nei Cuori Solitari.»

Si sedette di fianco a Sundance. Iniziarono a mangiare in silenzio, consce ognuna della presenza dell’altra.

Vivien, dopo quello che era successo, non aveva mai parlato direttamente con sua nipote dei fatti che l’avevano vista protagonista. Per quello c’era stato uno psicologo, attraverso un percorso difficile, tortuoso e blindato che ancora non si era del tutto concluso. A volte Vivien si chiedeva se lo sarebbe stato mai. Ma lei era l’unica rimasta come punto di riferimento, dopo che sua sorella Greta era caduta vittima di un’Alzheimer precoce che la stava trascinando giorno dopo giorno verso il nulla. Nathan, il padre di Sundance, che nel nulla c’era nato e la sola cosa che sapeva fare era mascherarlo, aveva pensato bene di andarsene altrove, cercando di dimenticare qualcosa che non lo avrebbe mai abbandonato. Se non altro aveva lasciato dietro di sé denaro a sufficienza per provvedere a sua moglie e sua figlia. Vivien sovente aveva pensato, conoscendolo infine e del tutto, che questo era il massimo che si potesse aspettare da lui. Che in ogni caso qualunque altra cosa fosse arrivata da quella parte sarebbe stata più un danno che non un aiuto.