Finirono la pasta quasi nello stesso momento.
«Hai ancora fame? Ti faccio un hamburger, se vuoi.»
«No. Sono a posto così. Grazie, Vunny.»
Sundance si alzò e si diresse verso la televisione, che Vivien aveva lasciato volutamente spenta durante il pasto. La vide prendere il telecomando dal bracciolo del divano e puntarlo verso l’apparecchio. Le immagini e le voci di Eyewitness Channel entrarono nella stanza.
E uno spettacolo di desolazione e di morte apparve sullo schermo.
Vivien tolse i piatti dal bancone e andò a posarli nell’acquaio. Le immagini che il canale trasmetteva erano un drammatico corollario di quello che avevano vissuto da vicino e in prima persona.
La sera prima, quando l’esplosione aveva bloccato il respiro del mondo e il traffico della città, Vivien si era subito sintonizzata su un canale radio, certa che entro pochi istanti avrebbero saputo che cosa era successo. E in effetti, dopo una piccola eternità, il programma di musica che era in onda era stato interrotto per dare l’annuncio dell’esplosione, con i pochi dettagli disponibili concessi dalla tempestività. Tutte e due erano rimaste in silenzio, ad ascoltare i commenti dell’annunciatore e nello stesso tempo a vedere i bagliori delle fiamme davanti a loro, così vivide e violente da sembrare ardere anche le anime oltre che le cose. L’incendio aveva continuato a divampare di fianco alla macchina, mentre superavano Alphabet City all’altezza della 10ma Strada, costeggiando il fiume e la parallela Avenue D. Vivien era certa che da lì a poco il traffico in quella zona sarebbe stato bloccato, per cui aveva scelto di fare un lungo giro per arrivare a casa, nella zona di Battery Park. Aveva imboccato il Williamsburg Bridge e percorso tutta la Brooklyn-Queens Expressway per sbucare a Downtown attraverso il tunnel. Per tutto il tempo non avevano quasi detto una parola, continuando a saltare di canale in canale per avere aggiornamenti.
Una volta a casa si erano precipitate ad accendere la Tv. E le immagini da incubo metropolitano che erano apparse confermavano quello che di persona si erano trovate a testimoniare. Avevano seguito le trasmissioni fino a tardi, commentando quello che vedevano. Avevano ascoltato le parole del sindaco e un breve commento in diretta dalla Casa Bianca finché la stanchezza aveva avuto il sopravvento sullo sconforto.
Si erano addormentate una di fianco all’altra, nel letto di Vivien, nelle orecchie ancora il tuono dell’esplosione, sentendo quella vibrazione della terra che era seguita allo scoppio come se nel ricordo non dovesse mai finire.
Vivien aprì il rubinetto e lasciò scorrere l’acqua sui piatti sporchi di sugo. Aggiunse alcune gocce di detersivo. La schiuma nacque dal nulla come un gioco innocente, mentre sentiva alle sue spalle le voci dei cronisti che non aggiungevano nulla di nuovo a quello che già sapevano, a parte l’aggiornamento sul numero delle vittime che continuava a crescere.
Lo squillo del telefono fu un segno di vita fra tutti quei racconti di morte. Vivien si asciugò le mani e prese il cordless. Le arrivò alle orecchie la voce del capitano Alan Bellew, forte e incisiva come sempre ma con una leggera nota di stanchezza di fondo.
«Ciao, Vivien. Sono Bellew.»
Non l’aveva mai chiamata a casa e tantomeno nei suoi giorni di riposo.
Immaginò subito quale potesse essere il seguito di quella conversazione.
«Dimmi.»
Non ci fu nemmeno il bisogno di precisare l’argomento. Lo sapevano fin troppo bene tutti e due.
«È un casino. Sono appena uscito da una lunga riunione a One Police Plaza con il capo della Polizia e i responsabili di ogni Distretto. Sto recuperando tutti i miei uomini. Stasera vi vorrei vedere per mettervi al corrente della situazione.»
«È così grave?»
«Sì. Quello che sa la stampa non è ancora niente. Anche se devo dire che pure noi per il momento non ne sappiamo molto di più. C’è la possibilità neppure troppo remota che la città possa trovarsi sotto attacco. In ogni caso vi spiegherò tutto di persona. Alle nove al Distretto.»
«D’accordo. Ci vediamo.»
La voce del capitano scese di tono e divenne quella di un amico dopo essere stata quella di un superiore in un momento di emergenza.
«Mi dispiace, Vivien. Lo so che ultimamente hai lavorato sodo e conosco quello che ti porti dietro. So che stasera dovevi accompagnare tua nipote al concerto degli U2. In ogni caso sappi che per motivi di ordine pubblico tutte le manifestazioni che prevedono il raduno di molte persone sono state sospese fino a nuovo ordine.»
«Lo so. Lo ha appena detto la televisione.»
Il capitano fece una pausa. Di partecipazione e non di imbarazzo.
«Come sta Sundance?»
Bellew aveva due figlie poco più grandi di sua nipote. Vivien pensò che probabilmente aveva i loro visi negli occhi mentre le faceva quella domanda.
«Bene.»
Lo disse piano, come ci si accosta a un’illusione e non a una certezza.
L’uomo dall’altra parte capì e non andò oltre.
«A stasera allora.»
«Ciao, Alan. Grazie.»
Vivien chiuse la comunicazione e appoggiò il telefono di fianco al lavandino. Rimase per un istante a guardare i due piatti come se fossero immersi nelle profondità dell’oceano invece che in pochi pollici di acqua.
Quando si girò, Sundance era in piedi davanti a lei dall’altra parte del bancone. Era adulta in quel momento, aveva occhi antichi in un corpo da ragazzina. Tutto quello che aveva intorno le stava provando che ogni cosa che si possiede può essere spazzata via senza preavviso. Vivien sentì più che mai la volontà di insegnarle e di dimostrarle che nello stesso modo molte cose belle possono arrivare.
Come, non lo sapeva ancora. Ma avrebbe imparato. E avrebbe salvato tutte e due.
Sua nipote le sorrise, come se avesse letto sul suo viso quel pensiero.
«Dobbiamo tornare a Joy, vero?»
Vivien assentì con il capo.
«Mi dispiace.»
«Vado a preparare la borsa.»
La ragazza si allontanò e sparì nel corridoio, verso la camera da letto.
Vivien andò alla piccola cassaforte, nascosta senza troppa fantasia dietro un quadro. Dopo aver composto sul pannello elettronico la combinazione, dall’interno prese la pistola e il distintivo.
Sundance era in fondo al corridoio che l’aspettava con la sacca in mano.
Non c’era traccia di delusione sul suo viso. Vivien avrebbe preferito trovarcela, invece di una prematura abitudine a una vita che procede in quel modo e che non sempre si può cambiare.
Quel pomeriggio avevano programmato di andare a correre insieme lungo l’Hudson e poi concedersi una serata di spettacolo e di aggregazione, perse fra la folla del concerto eppure consapevoli di essere insieme, in un momento di buona euforia come solo la musica può dare.
E invece…
Scesero in strada e si avvicinarono alla macchina. La giornata era stupenda ma in quel particolare momento il sole, la brezza leggera e l’azzurro intenso sembravano addirittura beffardi, una vanità compiaciuta della natura piuttosto che un regalo agli esseri umani.
Vivien fece scattare il telecomando e aprì la portiera. Sundance gettò la borsa sul sedile posteriore e poi venne a sedersi al suo fianco. Mentre stava per avviare il motore, la voce esile della ragazza la colse impreparata.
«Sei stata a trovare la mamma, ultimamente?»
Vivien rimase sorpresa e sospesa. Erano parecchi mesi che fra loro quell’argomento non veniva toccato. Si voltò verso sua nipote. Stava guardando fuori dal finestrino, come se avesse pudore di quella domanda o timore della risposta.
«Sì. Ci sono stata. Ieri.»
«Come sta?»
Dove sta, sarebbe la domanda più giusta.
Vivien non espresse quel pensiero istintivo. Cercò di avere una voce il più possibile normale mentre le diceva la verità, come aveva deciso di fare.