«Non bene.»
«Pensi che potrei vederla?»
Vivien sentì una improvvisa mancanza di fiato, come se l’aria all’interno della macchina si fosse rarefatta di colpo.
«Non so se sia una buona idea. Non credo che ti riconoscerebbe.»
Sundance la guardò con il viso rigato di lacrime.
«Io riconosco lei. E questo mi basta.»
Vivien si sentì invadere da una tenerezza devastante. Da che sua nipote si era trovata immischiata in quella brutta storia, era la prima volta che la vedeva piangere. Non sapeva se quando era da sola si fosse mai lasciata attrarre dal conforto illusorio delle lacrime. Con lei e con tutte le persone con cui era venuta a contatto era rimasta sempre presente a se stessa, come se avesse eretto un muro fra sé e la sua umanità per impedire al dolore di entrare.
Di colpo rivide la ragazza di un tempo e rivisse tutti i momenti belli passati insieme. Si sporse sul sedile e la abbracciò, per cercare di cancellare quelli brutti che tutte e due dovevano dimenticare. Sundance si rifugiò in quell’abbraccio e rimasero a lungo immobili, lasciando tutto lo spazio che avevano dentro a quella corrente di emozioni, ognuna stringendo in pugno il biglietto di ritorno da un lungo viaggio.
Vivien sentì la voce rotta dai singhiozzi di sua nipote provenire da un punto imprecisato fra i suoi capelli.
«Oh, Vunny, mi dispiace per quello che ho fatto. Mi dispiace tanto. Non ero io, non ero io, non ero io…»
Continuò a ripetere quelle parole finché Vivien la strinse più forte e le appoggiò una mano sul capo. Sapeva che quello era un momento importante delle loro vite e pregò qualunque entità fosse responsabile delle esistenze degli uomini di farle trovare le parole giuste.
«Shhhhhh. È tutto passato adesso. È tutto passato.»
Disse quella frase due volte, per convincerla e per convincersi.
Vivien la tenne in quel modo finché i singhiozzi di Sundance si calmarono. Quando si staccarono, Vivien si sporse verso il cruscotto, lo aprì e tirò fuori una scatola di Kleenex.
La porse alla ragazza.
«Tieni. Se andiamo avanti così fra poco questa macchina diventerà un acquario.»
Disse quella frase scherzosa per alleggerire la tensione e per suggellare quel nuovo patto fra loro. Sundance accennò a un sorriso. Prese un fazzoletto e si asciugò gli occhi.
Vivien fece la stessa cosa.
La voce decisa della ragazza la sorprese mentre si asciugava gli occhi.
«C’era un uomo.»
Vivien rimase in attesa. In silenzio. La cosa più sbagliata da fare sarebbe stata quella di dimostrare impazienza e di incalzare le confidenze della ragazza. Sundance proseguì senza bisogno di incoraggiamenti. Adesso che il muro era caduto, sembrava che ogni cosa oscura nascosta dall’altra parte avesse urgenza di ritrovare la luce del sole.
«Uno che ho conosciuto e che mi dava delle cose. Uno che organizzava…»
La voce della ragazza si ruppe. Vivien capì che era ancora difficile per lei pronunciare certe parole e usare certe espressioni.
«Ti ricordi come si chiama?»
«Il nome vero non lo conosco. Tutti lo chiamavano Ziggy Stardust.
Penso fosse un soprannome.»
«Sai dove sta? Hai un numero di telefono?»
«No. L’ho visto una volta sola. Poi mi ha chiamato sempre lui.»
Vivien tirò un lungo respiro per calmare i battiti del suo cuore. Sapeva con che cosa avrebbe dovuto combattere nei prossimi giorni. Con la sua rabbia e con il suo istinto. Col desiderio di scovare quella carogna e di entrare nel posto dove viveva e scaricargli un intero caricatore nella testa.
Guardò sua nipote. Per la prima volta lo sguardo che ne ebbe in cambio era senza ombre. Adesso sapeva che poteva parlare con lei in un modo nuovo, che lei avrebbe capito.
«C’è qualcosa che sta succedendo in questa città. Qualcosa di molto brutto che forse potrebbe costare molte vite umane. Per questo tutta la Polizia di New York è in stato d’allarme e per questo stasera devo essere al Distretto. Per cercare di evitare che succeda ancora quello che è appena successo.»
Le lasciò il tempo per assimilare quello che aveva detto. E per prepararla a quello che stava per dire.
«Ma ti prometto una cosa. Non avrò pace finché non avrò messo quest’uomo in condizione di non fare del male a nessuno. Mai più.»
Sundance fece solo un cenno di assenso col capo. In quel momento fra loro non serviva altro. Vivien accese il motore e diresse la macchina verso Joy, che ancora per un poco sarebbe stata la casa di sua nipote. Era ansiosa di comunicare al reverendo McKean i progressi che c’erano stati, ma mentre entrava nel traffico non poteva impedirsi di avere un altro pensiero fisso in mente. Chiunque fosse questo fantomatico Ziggy Stardust, la sua vita sarebbe diventata un inferno.
CAPITOLO 17
Vivien superò le porte a vetri ed entrò nel Distretto.
Lasciò fuori dalla porta una splendida e azzurra mattinata di sole che non aveva la minima voglia di seguirla. Si ritrovò nel grande ambiente incolore con un muro di piastrelle che in passato erano state bianche. Di solito quello era per lei un luogo familiare, un posto di frontiera nel bel mezzo della civiltà, dove tuttavia riusciva a trovare un senso di casa che altrove aveva perso.
Oggi era diverso. Oggi c’era qualcosa di anomalo nell’aria e dentro di lei, un senso di inquietudine e di elettrica attesa che non riusciva a definire.
Aveva letto da qualche parte che l’uomo guerriero in tempo di pace combatte se stesso. Si chiese che genere di guerra avrebbero dovuto combattere nei tempi a venire. E quanto spazio sarebbe rimasto a ognuno di loro per il proprio piccolo o grande conflitto interiore.
In un Distretto la pace non era uno stato d’attesa. Era un sogno.
Salutò con un gesto della mano gli agenti in servizio dietro il bancone e imboccò la porta che portava al piano superiore. Iniziò a salire la scala, lasciandosi alle spalle la sala riunioni dove la sera prima il capitano Alan Bellew aveva fatto il punto della situazione, davanti a tutti gli uomini che in quel momento non erano in servizio. Appoggiato alla scrivania li aveva messi al corrente dello scenario a cui si trovavano di fronte.
«Come avete capito tutti, è una brutta faccenda. Ormai è assodato che l’esplosione del palazzo sulla 10ma Strada è frutto di un attentato. Gli esperti hanno trovato tracce di esplosivo. Della peggiore specie. Vale a dire tritolo abbinato a napalm. È l’unico dettaglio che non è ancora in possesso della stampa, anche se, come sempre succede, lo sarà presto. Chi ha fatto quella cosa voleva il massimo della distruzione, unendo l’effetto incendiario al potere dirompente. Il palazzo è stato minato con una precisione chirurgica. In che modo gli attentatori siano riusciti a disporre le cariche in un modo così accurato senza dare nell’occhio rimane un mistero. È inutile che vi dica che ci stanno lavorando tutti: FBI, NSA e quant’altri. E noi, ovviamente.»
Bellew aveva fatto una pausa.
«Stamattina, durante la riunione nell’ufficio del capo c’erano anche il sindaco e un paio di pezzi grossi venuti da Washington in rappresentanza del presidente. Il livello di Defcon è salito a uno stato di allarme su scala nazionale. Questo significa che tutte le basi e gli aeroporti militari sono sul piede di guerra. La CIA è all’opera per cercare di capire che cosa sta succedendo. Vi dico questo tanto per spiegare qual è il battito del polso dell’America in questi giorni.»
Vincent Narrow, un detective alto e robusto seduto in prima fila, aveva alzato una mano. Il capitano con un gesto gli aveva concesso la parola.
«C’è stata qualche rivendicazione?»
Tutti si stavano chiedendo la stessa cosa. Nonostante il tempo trascorso, i fantasmi dell’11 Settembre erano ben lontani dall’essere fugati.