Bellew aveva scosso la testa.
«Assolutamente nulla. Per il momento tutto quello che si sa è esattamente quello che ha detto la televisione. Al-Qaeda in un comunicato su Internet si è chiamata fuori. Dicono che non sono stati loro. Gli esperti di informatica stanno verificando l’attendibilità di quel messaggio. C’è sempre la possibilità di qualche altro gruppo di fanatici di vario genere, ma di solito sono molto solleciti nel reclamare il merito delle loro imprese.»
Un’altra richiesta era arrivata dal fondo della sala.
«Una pista qualunque?»
«Nemmeno l’ombra. A parte l’abbinamento inusuale dei due esplosivi.»
Infine Vivien aveva fatto la domanda della quale tutti avevano timore di conoscere la risposta.
«Quante vittime?»
Il capitano aveva sospirato, prima di rispondere.
«Per il momento più di novanta. Per fortuna il numero dei morti è stato limitato dal fatto che, essendo sabato sera, molti erano fuori a cena o per il weekend. Ma sono destinati ad aumentare. Alcuni sono stati ustionati in un modo orrendo. Molti feriti non ce la faranno.»
Il capitano aveva lasciato un attimo ai presenti per assimilare quelle cifre. E per unirle nella mente alle immagini che le televisioni di tutto il mondo in quel frangente stavano trasmettendo.
«Non è il massacro dell’11 Settembre, ma è possibile che siamo solo all’inizio, vista l’abilità e l’esperienza che gli attentatori hanno dimostrato.
L’esortazione che posso fare a tutti voi è quella di stare con gli occhi spalancati e le orecchie bene aperte. Proseguite le indagini a cui siete stati assegnati ma nel frattempo non trascurate nulla, nemmeno il più piccolo dettaglio. Spargete la voce fra i vostri informatori. Se necessario siamo autorizzati a promettere ricompense di ogni genere, dal denaro fino al condono di alcuni reati, a chi è in grado di fornire informazioni utili.»
Aveva preso alcune foto dal piano della scrivania e le aveva mostrate ai suoi uomini.
«Sono state fatte delle foto intorno al luogo dell’attentato. Verranno esposte nella bacheca di sopra. Di solito i maniaci amano guardare le conseguenze delle loro nefandezze. Forse non servirà a nulla, forse servirà a qualcosa. In ogni caso dateci un’occhiata. Non si sa mai da dove può arrivare una traccia. È tutto per il momento.»
La riunione si era sciolta e i presenti erano usciti commentando i fatti.
Qualcuno era rientrato a casa, altri si erano sparsi per la città a vivere quello scampolo di domenica. Tutti con una ruga in più rispetto a quando erano arrivati.
Vivien, che era scesa dal Bronx direttamente al Distretto, aveva recuperato la sua macchina al parcheggio e di malavoglia aveva seguito il traffico indolente fino a casa. Il giorno dopo la città si sarebbe risvegliata e avrebbe iniziato la sua furibonda corsa verso chissà cosa, guidata dal solito e chissà quale perché. Ma per il momento c’era calma e tempo per pensare. E proprio questo serviva a Vivien. Appena rientrata si era fatta una doccia e subito si era infilata a letto, cercando senza riuscirci di leggere un libro. Per quello che restava della notte aveva dormito poco e male. Le parole del capitano, unite a quello di cui era stata testimone in compagnia di Sundance, l’avevano inquietata. Inoltre era rimasta disorientata dal comportamento di padre McKean quando si erano incontrati a Joy. Aveva parlato con lui dei progressi nei rapporti con la nipote, della sua apertura verso di lei, del nuovo corso nel loro rapporto.
L’atteggiamento che ne aveva avuto in cambio non era quello che si era aspettata. Il sacerdote aveva accolto quella notizia con un sorriso tiepido e delle parole che sembravano più di circostanza che di esultanza per un risultato che avevano inseguito a lungo. Non sembrava più la persona che aveva imparato a conoscere e ad ammirare fin dal primo istante. A più riprese aveva deviato il discorso sull’attentato, informandosi sulle modalità, sul numero delle vittime, sulle indagini. Vivien ne aveva ricavato un senso di malessere strano, ambiguo, qualcosa che di certo anche padre McKean si portava dentro e che le aveva trasmesso.
Vivien sbucò infine nella sala dove erano piazzate le scrivanie dei detective. Solo un paio di colleghi erano alle loro postazioni. Il Plaza era vuoto.
Fece un cenno di saluto che comprendeva tutti e nessuno. In quel momento il cameratismo che di solito percorreva quella stanza era scomparso. Tutti erano silenziosi e ognuno sembrava seguire un personale pensiero.
Si sedette alla scrivania, accese il computer e cliccò il tasto del mouse.
Quando il monitor le diede via libera, lanciò il link del Police Database, introdusse il suo User ID e la sua password e, non appena il programma la fece entrare, digitò il nome di Ziggy Stardust. Dopo pochi istanti apparve la foto di un uomo con la sua scheda segnaletica. Fu sorpresa di trovarsi davanti agli occhi un viso anonimo, dall’apparenza innocua, una persona di quelle che si incontrano e subito si scordano. Un perfetto prodotto del niente.
«Eccoti, brutto figlio di puttana.»
Lesse rapidamente tutte le imprese di cui Zbigniew Malone alias Ziggy Stardust si era reso protagonista. Vivien conosceva quella tipologia di persone. Un delinquente di mezza tacca, uno di quelli che per tutta la vita restavano a galleggiare ai bordi della legalità senza avere mai la capacità o il coraggio di inoltrarsi in mare aperto. Uno che nemmeno fra la gente della sua risma riusciva a godere di uno straccio di stima. Era stato arrestato diverse volte per diversi reati. Borseggio, spaccio, sfruttamento della prostituzione e altre facezie. Aveva fatto anche un poco di galera, ma meno di quanto Vivien si sarebbe aspettata, visto il suo curriculum.
Lesse l’indirizzo del soggetto e vide che stava a Brooklyn. Conosceva un detective che lavorava al 67° Distretto, un tipo sveglio e alla mano col quale in passato aveva collaborato per un’indagine. Prese il telefono e si fece passare il Distretto di Brooklyn. Si qualificò con il centralinista e chiese di parlare con il detective Star. Poco dopo la voce del collega le arrivò all’orecchio, leggermente gutturale proprio come la ricordava.
«Star.»
«Ciao, Robert. Sono Vivien Light, del 13°.»
«Ciao delizia del genere umano. A cosa devo l’onore?»
«Lusingata per la definizione, anche se il genere umano la pensa diversamente. Forse tu non ne fai parte.»
Le arrivò il suono della risata di Star.
«Vedo che non sei cambiata. Che ti serve?»
«Ho bisogno di un’informazione.»
«Spara.»
«Che mi dici di un tizio che si fa chiamare Ziggy Stardust?»
«Potrei dirti un sacco di cose ma la prima che mi viene in mente è che è morto.»
«Morto?»
«Esatto. Morto ammazzato. Accoltellato per la precisione. Lo hanno trovato ieri nel suo appartamento, steso a terra in un lago di sangue.
L’autopsia ha stabilito che la morte risale a sabato. Era un pesce piccolo ma qualcuno ha deciso che non meritava di vivere. Noi lo usavamo qualche volta come informatore.»
Vivien aggiunse la qualifica di spia a quelle di Ziggy Stardust di cui già era in possesso. Questo spiegava la mano leggera della Polizia nei suoi confronti. Di solito, in cambio di informazioni di una certa consistenza, si chiudeva un occhio su attività illecite di scarso rilievo.
«Avete preso l’assassino?»
Voleva aggiungere che nel caso lei in persona sarebbe andata volentieri in prigione a dargli una medaglia, ma si trattenne.