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«Con i giri che aveva quel pezzente non credo sia facile. E se devo essere onesto, non lascia nessuno a piangerlo. Ce ne stiamo occupando noi ma con quello che sta succedendo, la caccia a chi lo ha tolto dal mondo non ha di certo una priorità assoluta.»

«Ci credo. Tienimi informata. Se dovesse essere necessario ti spiegherò anche il perché.»

«Va bene. Ciao.»

Vivien riagganciò e rimase un attimo a macinare le notizie che aveva appena ricevuto. Poi decise di lanciare la stampa della scheda che aveva sullo schermo. Si alzò e raggiunse la macchina collegata in rete nel momento esatto in cui il foglio usciva sul carrello. Lo prese, tornò alla sua postazione e lo depose sulla scrivania. Aveva intenzione di far vedere la foto a Sundance, per avere la conferma che fosse proprio quello l’uomo di cui le aveva parlato. Non riusciva a provare vergogna per quel piccolo meschino senso di euforia che portava dentro. La brutta fine di Ziggy Stardust era la dimostrazione che la vendetta e la giustizia a volte coincidevano. Quello che aveva promesso a sua nipote si era avverato prima del previsto. L’unico rammarico di Vivien era di non averne alcun merito.

Brett Tyler, un suo collega, sbucò in quel momento dalla porta del bagno di fianco al Plaza. Era un tipo scuro e ben piazzato, dal carattere ostinato più che brillante. E dai modi piuttosto ruvidi con chi non meritava altro trattamento. Vivien l’aveva visto in azione e doveva dire che, quando voleva, sapeva essere estremamente efficace.

Tyler si avvicinò alla sua scrivania.

«Ciao, Vivien. Tutto okay?»

«Più o meno. Tu?»

Il detective allargò le braccia in un gesto rassegnato.

«Sono in fremente attesa di Russell Wade per la testimonianza su quel giro di bische clandestine. Una mattinata di thrilling autentico.»

Vivien rivide la figura stazzonata di Wade uscire dal Distretto accompagnato dal suo avvocato. Ripensò al commento del capitano mentre sfilavano davanti a loro. Alla sua vita disordinata che Bellew aveva definito un vero e proprio tentativo di autodistruzione.

«Sei tu che gli hai fatto a pezzi il labbro?»

«Sì. E se posso farti una confidenza, anche con un certo piacere. Quel tipo non mi piace per niente.»

Vivien non ebbe il tempo di ribattere, perché in quel momento il tipo in questione apparve sulla porta, accompagnato da un agente in divisa. Vivien vide che si era rimesso in sesto rispetto alla prima volta che l’aveva visto, anche se sul suo labbro era ancora evidente il segno della cura Brett Tyler.

«Lupus in fabula», disse piano il collega di fianco a lei.

Wade si diresse verso di loro, mentre l’agente spariva da dove era venuto. Arrivò alla loro altezza e rimase in piedi davanti a Tyler, il quale non fece nulla per mostrarsi cordiale, a parte un saluto così formale da essere vagamente sarcastico.

«Buongiorno, signor Wade.»

«C’è un motivo perché lo sia?»

«In effetti no. Per nessuno dei due.»

L’uomo girò la testa verso Vivien, che era seduta di fianco a loro. Non disse nulla, rimase solo un istante a fissarla. Poi il suo sguardo si spostò e cadde sulla foto che era appoggiata sulla scrivania. Subito dopo i suoi occhi tornarono a cercare quelli di Tyler.

«Allora, vediamo di risolvere alla svelta questa faccenda?»

Il tono della domanda era stato vagamente provocatorio. Tyler accettò la sfida.

«Non ha portato il suo avvocato?»

«Perché, ha intenzione di darmi un altro pugno?»

Vivien avrebbe giurato di vedere una luce divertita nello sguardo di Russell Wade. Forse l’aveva vista anche Tyler, perché si rabbuiò di colpo.

Si fece di lato e indicò un punto alla sua destra.

«Da questa parte, prego.»

Mentre si avviavano verso la scrivania di Tyler, sulla bocca di Vivien rimase per qualche istante un accenno di sorriso per la scaramuccia verbale fra i due. Poi dedicò la sua attenzione al faldone relativo al cadavere che avevano trovato murato sulla 23sima che era sulla sua scrivania. Lo aprì e all’interno ci trovò il referto dell’autopsia e una copia delle foto che avevano trovato nel portadocumenti in terra, di fianco al corpo. Nonostante il desiderio del capitano di occuparsi dei reati commessi nel suo territorio di competenza, era ragionevolmente certa che la pratica sarebbe stata trasferita alla Cold Case, per cui scorse velocemente e senza troppo interesse il documento redatto dal medico legale. Confermava con termini tecnici le cause della morte che il coroner le aveva anticipato con parole più accessibili sul luogo del ritrovamento. La data della morte era fatta risalire a una quindicina di anni prima, con una certa possibilità di imprecisione dovuta alle condizioni del luogo in cui il corpo si era conservato. L’analisi sui resti dei vestiti non era ancora arrivata, quella sull’arco dentale era in corso. Il cadavere non presentava segni particolari, a parte una linea di frattura consolidata all’omero e alla tibia destri e un tatuaggio su una spalla, ancora visibile nonostante il tempo trascorso.

Allegata all’incartamento c’era una riproduzione fotografica. Era un Jolly Roger, la bandiera dei pirati, quella con il teschio e le tibie incrociate. Un disegno abbastanza comune, nel suo genere. Sotto c’era una scritta THE ONLY FLAG tracciata con dei caratteri adeguati all’immagine. Vivien pensò al significato di quell’iscrizione e all’ironia della vita. Fregiarsi di quella che secondo lui era la sola bandiera possibile non aveva salvato quell’uomo dal fare una brutta fine. Tuttavia quel tatuaggio poteva essere l’unica esile indicazione per arrivare a identificare il cadavere, se per caso fosse appartenuta a qualche gruppo o associazione particolare.

La documentazione finiva lì, insieme a qualsiasi ulteriore traccia in loro possesso.

Il lavoro di investigazione si presentava piuttosto noioso. Una ricerca al DOB, il Department of Buildings, sui due edifici demoliti.

Le deposizioni dei proprietari e degli inquilini.

Le denunce delle persone scomparse intorno a quella data.

Posò il referto e prese in mano le due foto. Rimase a fissare a lungo il ragazzo in divisa ritto davanti a un carro armato, protagonista di una guerra più di vergogna che di gloria. Poi passò all’immagine in cui tendeva verso l’obiettivo quel bizzarro gatto a tre zampe. Si chiese il perché di quella anomalia o di quella mutilazione e si rispose che probabilmente non lo avrebbe saputo mai. Rimise il tutto all’interno della cartellina troppo sottile per essere definita un dossier e si appoggiò allo schienale della sedia.

Avrebbe dovuto scrivere un rapporto ma ora non ne aveva voglia.

Si alzò, attraversò la stanza e uscì sul pianerottolo dove c’era la macchina del caffè. Premette i pulsanti giusti e ordinò al suo barman meccanico un caffè con latte e senza zucchero. Nel momento stesso in cui il liquido caldo finiva di riempire il bicchiere di carta, Russell Wade comparve al suo fianco. Non aveva l’aria di uno che desiderava un caffè.

Vivien prese il bicchiere e si girò verso di lui.

«Finito con il suo aguzzino?»

«Con quello sì. Ora ho bisogno di parlare con lei.»

«Con me? A che proposito?»

«La foto di quell’uomo, quella che ha sulla sua scrivania.»

Un piccolo senso di all’erta si accese all’interno di Vivien. Erano la sua esperienza ma soprattutto il suo talento che lo mettevano in funzione. E raramente si era sbagliata.

«Ebbene?»

«Lo conoscevo.»

Vivien notò che il verbo era stato coniugato al passato.

«Sa che è stato ucciso?»

«Sì, l’ho saputo.»

«Se ha delle informazioni relative a quell’uomo posso metterla in contatto con quelli che si occupano delle indagini.»

Wade rimase perplesso.

«Ho visto la foto sulla sua scrivania. Credevo che se ne occupasse lei.»

«No. Sono i miei colleghi di Brooklyn. Il fatto che quella foto fosse sulla mia scrivania è del tutto casuale.»