L’uomo ritenne opportuna una precisazione.
«In ogni caso non è la morte di Ziggy il centro della questione. Non del tutto almeno. C’è un altro motivo molto più importante. Ma a questo punto ne vorrei parlare in privato con lei e con il responsabile del Distretto.»
«In questo momento il capitano Bellew è molto occupato. E la prego di credere che non sono parole di circostanza.»
Lui fece una pausa, guardandola negli occhi. Vivien ricordò il momento in cui era sfilato davanti a lei in auto, il giorno in cui lo avevano scarcerato. Quel senso di tristezza e di solitudine che le aveva trasmesso.
Non aveva nessun motivo per stimare quell’uomo ma ancora una volta non riuscì a rimanere insensibile di fronte alla profondità di quello sguardo.
La voce di Russell Wade le arrivò tranquilla alle orecchie.
«Se le dicessi che ho una traccia importante per arrivare a chi ha fatto esplodere il palazzo nel Lower East Side, pensa che il capitano Bellew potrebbe trovare un minuto per me?»
CAPITOLO 18
Era seduto su una sedia di plastica, in una saletta d’attesa al secondo piano del 13° Distretto di Polizia. Una stanza anonima, con muri sbiaditi testimoni di storie che nello stesso modo si erano sbiadite nel tempo. Ma il suo tempo era oggi e la sua storia apparteneva al presente. Che sovente era un momento molto difficile da vivere.
Si alzò e andò alla finestra che dava sulla strada.
Uomini e donne e automobili percorrevano quella primavera calda e odorosa di vento e foglie nuove. Come sempre, quando l’inverno sembrava senza scampo, il freddo senza alternativa e il grigio l’unico colore possibile, quella rinascita arrivava come una sorpresa per impedire che la fiducia si trasformasse in una definitiva illusione.
Mise le mani in tasca e, nel bene o nel male, si sentì parte del mondo.
Dopo la scoperta che aveva fatto a casa di Ziggy, dopo avere letto il foglio che gli aveva passato prima di morire e aver compreso con sconcerto di cosa si trattava, il sabato e la domenica erano trascorsi in una lunga e tormentata riflessione. Intervallata da notiziari televisivi, dalla lettura dei giornali e dalle immagini dell’uomo insanguinato che gli era morto fra le braccia.
Infine, aveva preso una decisione.
Non sapeva se fosse quella giusta, ma finalmente era una decisione sua.
In quella situazione difficile e incerta, adesso una sola cosa gli era chiara. Che in quel passaggio della sua vita qualcosa era finito e qualcos’altro stava per iniziare. E lui avrebbe fatto tutto quello che era in suo potere perché fosse qualcosa di giusto e importante. Per uno strano scherzo del destino, nel momento in cui si era ritrovato da solo di fronte a una responsabilità enorme, il nodo che si portava dentro da anni si era sciolto. Come se la nave avesse bisogno di una vera tempesta per dimostrare di essere in grado di navigare.
In un primo tempo, preso dal dubbio e dallo sconforto, si era chiesto che cosa avrebbe fatto Robert Wade se fosse stato al posto suo. Poi aveva capito che era la domanda sbagliata da rivolgersi. Quello che era importante capire e decidere era che cosa doveva fare lui. E finalmente aveva girato le spalle allo specchio nel quale, per quanto cercasse il proprio viso, per anni aveva continuato a vedere riflessa l’immagine di suo fratello.
Per tutta la notte fra domenica e lunedì era rimasto steso sul letto, guardando il soffitto che era un tetto chiaro nella penombra, con le luci e le voci della città oltre le vetrate a ricordargli che ognuno era solo ma che in realtà nessuno lo era davvero.
Era sufficiente cercare. La cosa più difficile da capire non era chi, non era come. Era il posto. E quasi sempre era più vicino di quanto si riuscisse a ipotizzare. Quando il mattino aveva spento le insegne e i lampioni e riacceso la luce del sole, si era alzato. Aveva fatto una doccia che aveva cancellato completamente ogni traccia di stanchezza per la notte insonne.
Si era ritrovato in bagno, nudo davanti allo specchio. Adesso sulla superficie lucida c’erano il suo corpo e il suo volto. Adesso sapeva chi era e che, se doveva dimostrare qualcosa, la doveva provare a se stesso e a nessun altro.
Ma soprattutto, adesso non aveva più paura.
La porta si aprì alle sue spalle. Sulla soglia apparve la ragazza che si era presentata come la detective Vivien Light. Quando poco tempo prima poco? era stato scarcerato ed era uscito in strada con l’avvocato Thornton, mentre stava salendo in macchina l’aveva vista fuori dalla porta a vetri, immobile come se fosse indecisa se scendere i gradini o meno. L’auto le era passata davanti e i loro occhi si erano incrociati. Un momento, un breve sguardo nel quale non c’era giudizio e non c’era condanna. Solo un senso di strana comprensione che Russell non aveva dimenticato. Prima non sapeva che fosse un poliziotto ma quando l’aveva trovata seduta a una scrivania nel Distretto con la foto di Ziggy accanto, aveva capito che forse era la persona giusta con cui parlare.
Se quel forse sarebbe diventato una certezza lo avrebbe scoperto presto.
La ragazza si fece di lato e gli indicò il corridoio.
«Venga.»
Russell la seguì fino a una porta con il vetro smerigliato e la scritta Capitano Alan Bellew tracciata in corsivo con il pennello da una mano sicura. A Russell ricordò certe immagini di film polizieschi in bianco e nero degli anni Quaranta. La detective spinse la porta senza bussare e si trovarono in un ufficio dai mobili per nulla austeri.
Schedari ai muri sulla sinistra, un armadio sulla destra, un tavolino con due poltroncine e una macchina per il caffè appoggiata sul piano di legno.
Pareti dalla tinta indefinibile. Un paio di discutibili quadri e alcune piante infilate negli anelli di un portavasi in ferro battuto.
Dietro una scrivania piazzata proprio di fronte alla porta c’era un uomo.
Russell non riusciva a inquadrarlo bene a causa del controluce della finestra, appena mitigato dalle veneziane.
L’uomo gli indicò una sedia davanti alla scrivania.
«Sono il capitano Bellew. Si sieda, signor Wade.»
Russell prese posto sulla sedia e la ragazza si spostò a lato, un poco discosta, in piedi. Lo osservava con curiosità, quella che invece il capitano non lasciava trasparire.
Russell decise che era un uomo che sapeva il fatto suo. Non un politico ma un poliziotto, uno che si era guadagnato i gradi e gli incarichi con i risultati sul campo e non con le pubbliche relazioni.
Bellew si appoggiò allo schienale della sedia.
«Mi dice la detective Light che lei pretende di avere delle informazioni importanti per noi.»
«Non lo pretendo. Le ho.»
«Vedremo. Per ora partiamo dall’inizio. Mi parli del suo rapporto con questo Ziggy Stardust.»
«Prima vorrei parlare del mio rapporto con lei.»
«Prego?»
«So che in casi come questi avete un ampio potere discrezionale sulle concessioni da fare a chi fornisce elementi utili alle indagini. Avete a disposizione denaro e tutta una serie di altri privilegi. Addirittura l’immunità, se necessario.»
Il viso del capitano si fece buio.
«Vuole denaro?»
Russell Wade scosse la testa. Un mezzo sorriso gli apparve sulle labbra.
«Fino a due giorni fa un’offerta simile mi avrebbe allettato. Forse anche convinto…»
Chinò la testa e fece una pausa, lasciando la frase in sospeso come se di colpo fosse arrivato un ricordo o un pensiero da inseguire. Poi rialzò la testa.
«Oggi è diverso. C’è solo una cosa che voglio.»
«Ed è lecito sapere quale?»
«Io voglio l’esclusiva. Voglio poter seguire da vicino le indagini in cambio di quello che vi darò.»
Il capitano rimase un attimo a pensare. Quando parlò scandì bene le parole, come se quello che stava esprimendo fosse un concetto da sottolineare in modo molto preciso.