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Lo scritto finiva qui. Anche il capitano era pallido quando finì di leggere. Prese il foglio e lo depose sulla scrivania. Appoggiò i gomiti sul tavolo e nascose il viso fra le mani. La sua voce arrivò smorzata, mentre faceva un ultimo umano tentativo di convincersi che quello che aveva appena letto non era vero.

«Signor Wade, questo potrebbe anche averlo scritto lei. Chi mi dice che non sia un’altra delle sue bufale?»

«Il tritolo e il napalm. Ho controllato. Nessuno ne ha fatto cenno, né in televisione né sui giornali. Devo dedurre che sia un particolare che non è in possesso dei media. Se mi conferma che la causa delle esplosioni è quella, mi pare una prova sufficiente.»

Russell si rivolse alla detective, che era pallida e pareva non essere in grado di riprendersi. Tutti, nella stanza, pensavano la stessa cosa. Se quello che c’era scritto nella lettera era vero, significava che una guerra era in atto. E l’uomo che l’aveva scatenata, da solo, aveva la potenza di un piccolo esercito.

«E poi c’è un’altra cosa, che non so se può essere utile.»

Di nuovo Russell Wade infilò una mano nella tasca interna della giacca.

Questa volta ne estrasse una foto macchiata di sangue. La tese verso la detective.

«Insieme al foglio Ziggy mi ha dato questa.»

La ragazza prese la foto e rimase un istante a fissare l’immagine. Poi sembrò percorsa da una scossa elettrica.

«Aspettate un attimo. Torno subito.»

A passo veloce attraversò la stanza, uscì dalla porta e sparì nel corridoio.

Quasi non lasciò a Russell e al capitano Bellew il tempo di chiedersi il motivo di quel comportamento. Un attimo dopo era di ritorno, con una cartellina gialla in mano. C’era solo una rampa di scale fra l’ufficio del capitano e la sua postazione. Chiuse la porta e si avvicinò alla scrivania, prima di iniziare a parlare.

«Un paio di giorni fa, durante una demolizione in un cantiere sulla 23sima Strada, è stato trovato un cadavere murato in un’intercapedine.

L’autopsia dice che sta lì da quindici anni, più o meno. Non abbiamo trovato nessuna traccia significativa, a parte una cosa.»

Russell riteneva che il capitano fosse già al corrente di alcuni dettagli.

Capì che il modo di esporre i fatti della detective Vivien Light era a suo uso e consumo. Questo significava che stava rispettando il patto appena stipulato.

La ragazza continuò.

«A terra, di fianco al cadavere, abbiamo trovato un portadocumenti contenente due foto. Eccole.»

Diede al capitano gli ingrandimenti in bianco e nero che stavano nella cartellina. Bellew li esaminò per qualche istante. Quando Vivien fu certa che le avesse assimilate bene, gli passò quella che Russell le aveva appena mostrato.

«E questa è quella che Ziggy ha dato al signor Wade.»

Appena la vide, il capitano non riuscì a trattenere una esclamazione.

«Cristo santo.»

Continuò a passare lo sguardo dall’una all’altra foto per un tempo che sembrò interminabile. Poi si sporse sul piano della scrivania e le tese a Russell. In una c’erano un ragazzo in divisa davanti a un carro armato, in un’immagine forse riconducibile alla guerra del Vietnam. Nell’altra lo stesso ragazzo, in abiti borghesi, tendeva verso l’obiettivo un grosso gatto nero, che sembrava privo di una zampa.

Russell capì il motivo del comportamento della detective Light e della sorpresa del suo superiore. Il ragazzo e il gatto nella foto trovata accanto a un cadavere vecchio di quindici anni erano gli stessi ritratti in quella che Ziggy Stardust gli aveva messo in mano prima di morire.

CAPITOLO 19

Io sono Dio…

Da quando aveva aperto gli occhi, quelle tre parole continuavano a risuonare nella testa del reverendo Michael McKean come se fossero incise su un nastro che si ripeteva all’infinito. Fino alla sera prima c’era stata ancora, da qualche parte dentro di lui, una piccola speranza che tutto fosse frutto del vaneggiamento di un folle, l’innocuo autolesionismo di una mente vacillante. Ma la ragione e l’istinto, che di solito stavano fra loro in conflitto, gli dicevano che era tutto vero.

E alla luce del sole ogni cosa sembrava più nitida e definitiva.

Ricordava la fine di quella assurda conversazione nel confessionale, quando l’uomo, dopo la sua terribile affermazione, aveva cambiato il tono della voce e si era fatto suadente, confidenziale. Parole di minaccia in un timbro impastato ad arte di colpa e d’innocenza.

«Ora io mi alzerò e me ne andrò. E lei non mi seguirà, né cercherà di fermarmi. Se lo facesse, le conseguenze sarebbero molto spiacevoli. Per lei e per le persone che le sono care. Mi può credere, come può credere a tutto quello che le ho detto.»

«Aspetta. Non te ne andare. Spiegami almeno perché…»

La voce lo aveva interrotto, di nuovo ferma e precisa.

«Credevo di essere stato chiaro. Non ho niente da spiegare. Solo cose da annunciare. E lei le verrà a conoscere prima di chiunque altro.»

L’uomo proseguì nel suo delirio come se fosse la cosa più naturale del mondo.

«Questa volta ho riunito il buio alla luce. La prossima rimetterò insieme la terra all’acqua.»

«Che cosa significa?»

«Capirà, nel tempo.»

La voce era carica di una tranquilla e inesorabile minaccia. Col terrore di vederlo sparire da un momento all’altro padre McKean gli aveva rivolto un’ultima disperata domanda.

«Perché sei venuto a parlarne con me? Perché io?»

«Perché, più di chiunque altro, lei ha bisogno di me. Io lo so.»

Un tratto di silenzio che era sembrato infinito da parte di quell’uomo che si diceva padrone dell’eternità. Poi le sue parole definitive. Il suo addio al mondo senza scampo.

«Ego sum Alpha et Omega.»

L’uomo si era alzato e se ne era andato quasi senza fare rumore, un fruscio verde oltre la grata, un viso appena intravisto nella penombra. Era rimasto solo, senza fiato e senza paura, perché quello che provava era così grande e senza nome da non lasciare posto a nessun altro sentimento.