«Dica pure.»
«Che lavoro faceva Mitch Sparrow?»
«Lavorava nell’edilizia. Ed era pure bravo. Sarebbe diventato capocantiere, se non fosse sparito nel nulla.»
CAPITOLO 21
Non appena si furono allontanati di due passi dal negozio, Vivien tirò fuori il BlackBerry e compose il numero diretto dell’ufficio del capitano.
Un paio di squilli e il suo superiore rispose.
«Bellew.»
«Alan, sono Vivien. Ho delle novità.»
«Molto bene.»
«Mi serve una ricerca alla velocità del fulmine.»
Il capitano percepì l’eccitazione della caccia nella voce di Vivien e divenne anche la sua.
«Anche di più, se riesco. Dimmi.»
Erano entrambi poliziotti esperti. Tutti e due sapevano che in un caso come quello si trattava più di una lotta contro il tempo che contro un uomo. E l’uomo che stavano cercando aveva il tempo dalla sua parte.
«Segnati questi dati.»
Vivien diede al capitano qualche secondo per prendere carta e penna.
«Vai.»
«Il tipo nel muro con ogni probabilità si chiama Mitch Sparrow. Un testimone mi ha confermato che apparteneva a un gruppo di biker che si facevano chiamare Skullbusters. Erano di stanza a Coney Island, sulla Surf Avenue. Dovrebbe esserci una denuncia di scomparsa presentata al 70° Distretto diciotto anni fa da una donna che si chiama Carmen Montaldo o Montero. Un paio di anni dopo lei si è trasferita a un indirizzo sconosciuto, dopo aver trovato un nuovo compagno. Ho bisogno di rintracciarla.»
«Va bene. Dammi mezz’ora e ti dico qualcosa.»
«Un’ultima cosa. Questo Mitch Sparrow era un operaio edile.»
La notizia diede una comprensibile eccitazione al capitano.
«Cristo santo.»
«Esatto. Per cui sarà il caso di fare qualche ricerca presso i registri delle Unions. Puoi incaricare qualcuno?»
Le Unions erano i sindacati che provvedevano a fornire alle imprese i lavoratori di cui avevano bisogno, scegliendoli fra i propri iscritti. Per una serie di motivi, tecnici e relazionali, quasi tutte le imprese si rivolgevano a loro in caso di necessità.
«Fai conto che gli uomini siano già in strada.»
Vivien chiuse la comunicazione. Russell aveva ascoltato camminando in silenzio al suo fianco, mentre tornavano verso la macchina.
«Scusami.»
«Di che?»
«Per poco fa, intendo. Scusa se mi sono intromesso. L’ho fatto d’istinto.»
In effetti Vivien era stata colta di sorpresa dalla domanda che Wade aveva fatto a Chowsky. E si era rammaricata di non averci pensato prima lei stessa. Ma l’onestà del suo carattere le imponeva da sempre di onorare i meriti altrui.
«È stata una cosa sensata. Più che sensata.»
Russell proseguì nell’esposizione delle sue motivazioni. Sembrava lui stesso sorpreso di quella improvvisa intuizione.
«Mi è venuto in mente che se questo Sparrow è finito in un blocco di cemento, deve aver saputo qualcosa che non doveva sapere o visto qualcosa che non doveva vedere.»
Fece una pausa di riflessione.
«Così ho ripensato alle parole che abbiamo letto sulla lettera che vi ho consegnato.»
Sul viso gli passò un’ombra e Vivien fu certa che stesse vivendo un’altra volta le circostanze in cui l’aveva ottenuta. Le righe scritte con una ruvida grafia maschile scorsero con una nitidezza impressionante anche nella sua mente.
Per tutta la mia vita, prima e dopo la guerra, ho lavorato nell’edilizia.
Terminò il pensiero di Russell, che da semplice supposizione era ormai diventata una certezza comune.
«E hai concluso che esiste una forte probabilità che l’uomo che ha ucciso Sparrow e l’uomo che ha scritto la lettera siano la stessa persona.»
«Esatto.»
Nel frattempo avevano raggiunto il parcheggio. All’estremità opposta del grande piazzale, oltre la linea dei pochi alberi, spuntavano la sagoma scheletrica del Rollercoaster e della Parachute Tower e si intravedevano i tendoni del Luna Park di Coney Island. Non c’erano molte macchine nello spiazzo e Vivien pensò che il lunedì non doveva essere di certo il giorno di maggiore affluenza per un parco di divertimenti, anche in una giornata bella e strana come quella.
Guardò l’orologio.
«Tutta questa storia me l’ha fatto scordare, ma adesso mi accorgo di avere fame. Dobbiamo aspettare la telefonata del capitano. Che ne dici di un hamburger?»
Russell fece un sorriso dubbio e vago.
«Io non mangio. Ti posso fare compagnia, se vuoi.»
«Sei a dieta?»
Il sorriso dell’uomo divenne un’avvilita espressione di resa incondizionata.
«La verità è che non ho un centesimo in tasca. E le mie carte di credito sono ormai da tempo solo dei pezzi di plastica. In città ho dei posti che mi danno fiducia ma qui sono in territorio Comanche. Nessuna possibilità di sopravvivenza.»
Nonostante tutto quello che sapeva sulla vita sregolata di Russell Wade, Vivien ebbe un moto istintivo di simpatia e tenerezza. Lo ricacciò subito dove non poteva combinare guai.
«Sei messo male, eh?»
«È un momento di grossa crisi per tutti. Tu che sei in Polizia dovresti aver saputo di quel falsario che hanno arrestato nel New Jersey.»
«Quale falsario?»
«Faceva banconote da venticinque dollari, perché di questi tempi con quelli da venti non ci stava dentro con i costi.»
Vivien scoppiò a ridere suo malgrado. Un paio di ragazzi di colore vestiti nel più puro stile hip-hop che stavano attraversando il parcheggio si girarono dalla loro parte.
Guardò negli occhi Russell Wade come se lo vedesse per la prima volta.
Dietro lo sguardo divertito, ci trovò l’abitudine all’emarginazione. Si chiese se da un certo momento in poi non fosse stata frutto più di una decisione personale che non un’imposizione del mondo che aveva intorno.
«Posso offrire io?»
Russell fece un gesto desolato con il capo.
«Non sono nella condizione di rifiutare. Ti confesso che ho una fame che con il solo incentivo di un vasetto di maionese posso mangiare anche le gomme della macchina.»
«Vieni, allora. Le gomme della macchina ci servono ancora. E inoltre fare da sponsor per un pranzo mi costa di meno.»
Attraversarono il parcheggio e raggiunsero la riva del mare. Sulla spiaggia non c’era nessuno, a parte qualche persona a passeggio con il cane e qualche istituzionale e irriducibile runner. Il riflesso del sole e delle nuvole sull’acqua era un gioco magico d’aria, di luce e di ombra. Vivien si fermò a osservarlo, il viso nel vento che muoveva le onde e le tingeva di schiuma. C’erano a volte nella sua vita momenti come quello. Momenti in cui, davanti allo splendore indifferente del mondo, avrebbe voluto sedersi, chiudere gli occhi e dimenticare tutto.
E che tutti si dimenticassero di lei.
Ma non era possibile. Per le persone a cui voleva bene e delle quali aveva accettato di occuparsi come donna. Per le persone che non conosceva e delle quali aveva accettato di occuparsi come poliziotto.
Molte di loro, in quel momento, si muovevano in quella città senza sapere di essere sulla lista di morte di un assassino, la cui follia aveva cancellato ogni senso di pietà.
Proseguirono sulla Boardwalk finché trovarono un chiosco colorato che vendeva hot dog, souvlaki e hamburger. Il profumo della carne alla griglia, portato del vento, li aveva preceduti e guidati. Di fianco c’era una tettoia con tavoli e sedie di legno per consentire ai clienti d’estate di mangiare all’ombra, davanti al mare.
«Cosa vuoi?»
«Cheeseburger, direi.»
«Uno o due?»
Russell fece una faccia contrita.
«Due sarebbe perfetto.»
Di nuovo Vivien si trovò a sorridere. Non c’era nessun motivo per farlo, ma quell’uomo aveva a tratti il potere di far emergere dentro di lei una parte leggera, in grado di galleggiare su ogni tipo di umore.