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«Okay, orfanello. Siediti e aspettami.»

Si avvicinò al tipo dietro il banco e gli diede le ordinazioni mentre Russell prendeva posto all’ombra della tettoia. Poco dopo Vivien lo raggiunse, reggendo un vassoio con i contenitori del cibo e due bottiglie di acqua minerale. Spinse verso Russell i suoi cheeseburger e gli appoggiò davanti con ostentazione l’acqua.

«Ho preso questa da bere. Immagino che avresti preferito una birra. Ma visto che sei con me, possiamo ritenerci tutti e due in servizio, per cui niente alcol.»

Russell sorrise.

«Un periodo di astinenza non mi farà male. Credo di avere un poco esagerato negli ultimi tempi…»

Lasciò la frase in sospeso, con tutti i suoi significati. Di colpo cambiò espressione e tono della voce.

«Mi dispiace per tutto questo.»

«Che cosa?»

«Averti costretta a pagare.»

Vivien rispose con un gesto noncurante e parole di ottimismo.

«Avrai modo di ripagarmi con una cena sontuosa da qualche parte. A mia scelta. Se questa vicenda finirà come tutti ci auguriamo, avrai una grande storia da raccontare. E le grandi storie portano di solito fama e denaro.»

«Non è per il denaro che lo faccio.»

Aveva pronunciato quella frase a bassa voce, quasi con indifferenza.

Vivien fu certa che non l’aveva detta solo per lei, ma che nella sua mente stava parlando con qualcun altro. O forse con molti altri.

Per un poco mangiarono in silenzio, ognuno perso nei suoi pensieri.

«Vuoi sapere la verità su La seconda Passione

Le parole di Russell erano arrivate crude e senza preambolo. Vivien sollevò il capo a guardarlo e lo scoprì con il volto rivolto verso il mare, i capelli scuri mossi dal vento. Dal tono della sua voce capiva che quello era un momento importante per lui. Era la fine di un lungo viaggio, era tornare a casa e finalmente ritrovare nello specchio un viso a cui era contento di assomigliare.

Russell non attese la sua risposta. Continuò a parlare, seguendo il filo di un racconto che era nello stesso tempo il filo di una memoria. Di quelli che il cuore e la mente fanno fatica a seguire insieme.

«Mio fratello Robert aveva dieci anni più di me. Era una persona speciale, di quelle che hanno il dono gentile ma fermo di trasformare in loro proprietà privata tutto quello con cui vengono a contatto.»

Vivien decise che la cosa più giusta da fare in un momento come quello era ascoltare.

«Era il mio idolo. E anche l’idolo della scuola, delle ragazze e della famiglia. Non per una precisa volontà sua ma per predisposizione naturale.

Credo che poche volte nella mia vita ho sentito nella voce di un uomo l’orgoglio che aveva mio padre quando parlava di Robert.»

Fece una pausa nella quale c’era il destino del mondo e il senso della sua vita.

«Anche in mia presenza.»

Di rimbalzo, parole e immagini arrivarono dal tempo nella mente di Vivien. Mentre Russell procedeva nel suo racconto, voci e volti della sua vita si affiancarono a quelli dell’uomo seduto davanti a lei.

…e naturalmente Greta è stata messa a capo delle cheerleader. Non perché è mia figlia ma non vedo chi, oltre lei, avrebbe potuto…

«Io cercavo di imitarlo in tutto, ma lui era una persona irraggiungibile. E un pazzo scatenato. Amava il rischio, mettersi alla prova, competere di continuo. A ripensarci ora credo di sapere il motivo. L’avversario più irriducibile che si trovava ogni volta di fronte era se stesso.»

…Nathan Green? Greta, vuoi dire che stasera ti viene a prendere quel Nathan Green? Non ci posso credere. È il ragazzo più…

«Robert era irrefrenabile. Sembrava essere sempre a caccia di qualcosa.

E la trovò quando a un certo punto iniziò a occuparsi di fotografia.

Dapprima era sembrata a tutti una delle sue mille iniziative ma poco per volta venne a galla un vero talento. Aveva la capacità innata di arrivare con l’obiettivo all’anima delle cose e delle persone. Guardando le sue foto si aveva l’impressione che portassero lo sguardo oltre l’apparenza, che guidassero gli occhi in un posto dove da soli non riuscivano ad arrivare.»

sei bellissima, Greta. Non credo che da queste parti si sia mai vista una sposa più bella. In tutto il mondo, credo. Sono orgogliosa di te, piccola mia…

«Il resto è storia nota. Il suo senso dell’estremo lo ha fatto a poco a poco diventare uno dei più famosi reporter di guerra. Dove c’era un conflitto, lui c’era. Chiunque all’inizio si fosse chiesto perché l’erede di una delle famiglie più ricche di Boston rischiasse la vita in giro per il mondo con una Nikon in mano fu smentito dai fatti. Le sue foto erano pubblicate da tutti i giornali d’America. Del mondo, in verità.»

Accademia di Polizia, dici? Ne sei sicura? A parte che è un lavoro pericoloso, io non credo che…

Vivien si fece forza e cancellò tutto, prima che il bel viso di Greta arrivasse dal passato a ricordarle la pena del presente.

«E tu?»

Aveva interrotto il racconto di Russell con quella semplice domanda, senza potergli spiegare che la stava rivolgendo a tutti e due.

«E io?»

Russell ripeté quelle parole come se solo allora ricordasse che nella storia che stava raccontando anche lui aveva un posto. Un posto suo, cercato da sempre e senza risultato. Sul suo viso apparve un sorriso timido e Vivien capì che era rivolto alla propria ingenuità di un tempo.

«Per emulazione, ho iniziato pure io a pasticciare con le macchine fotografiche. Quando dissi a mio padre di averle comprate, aveva stampata in viso l’espressione di chi vede il proprio denaro gettato dalla finestra.

Robert invece ne fu entusiasta. Mi ha aiutato e incoraggiato in tutti i modi.

È lui che mi ha insegnato tutto quello che so.»

Vivien si accorse che, nonostante la fame dichiarata, il suo ospite non aveva nemmeno finito il primo dei suoi due cheeseburger. Sapeva bene, per esperienza personale, come i ricordi avessero il potere di cancellare l’appetito.

Russell continuò e Vivien ebbe l’impressione che fosse la prima volta che parlava di queste cose con qualcuno. Si chiese perché lo stesse facendo con lei.

«Volevo essere come lui. Volevo dimostrare a mio padre e mia madre e a tutti i loro amici che anche io valevo qualcosa. Così quando lui partì per il Kosovo, gli chiesi di portare anche me in Europa.»

Dopo aver guardato altrove per tutto quel tempo, Russell si girò verso di lei, con una diversa confidenza.

«Ricordi la storia della guerra nei Balcani?»

Vivien non ne sapeva molto. Per un attimo fu imbarazzata dalla propria ignoranza.

«Più o meno.»

«Sul finire degli anni Novanta, il Kosovo era una provincia confederata dell’ex Jugoslavia, a maggioranza albanese e di religione musulmana, governata con pugno di ferro da una minoranza serba che teneva a bada aspirazioni separatiste e di annessione all’Albania.»

Vivien era affascinata dalla voce di Russell, dalla sua capacità di raccontare le cose, di condividerle con chi aveva di fronte fino a portarlo a farne parte. Pensò che quello, forse, era il suo vero talento. Era certa che davvero, quando tutto fosse finito, avrebbe avuto modo di raccontare una grande storia.

La sua grande storia.

«Tutto era cominciato molto tempo prima. Secoli prima. A nord di Pristina, la capitale, c’è un posto che si chiama Kosovo Polje. Il nome significa “La piana dei merli”. Alla fine del Trecento è stata combattuta una battaglia dove un esercito cristiano composto da una coalizione serbo-bosniaca guidata da un certo Lazar Hrebeljanovic è stato distrutto dall’esercito dell’Impero Ottomano. Soprattutto i serbi ebbero delle perdite enormi. Dopo la disfatta è stato eretto in quel posto un monumento unico al mondo, credo. Si tratta di una stele che rappresenta un perenne anatema contro i nemici del popolo serbo, che augura loro la perdita cruenta e crudele di ogni bene possibile, in questo e nell’altro mondo. Io ci sono stato. Davanti a quel monumento ho capito una cosa.»