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«Dico che mi sembra un’ottima pista da seguire.»

Vivien continuò, certa che il suo superiore dall’altra parte stava prendendo nota.

«Bisognerebbe risalire alla Newborn Brothers e all’impresa che ha costruito il palazzo nel Lower East Side e controllare negli schedari del personale, se ancora ci sono. Vedere se le due costruzioni hanno fra gli operai una persona in comune. E sapere i nomi dei responsabili delle società.»

«Metto subito al lavoro gli uomini.»

Il capitano cambiò tono. Quello che aveva da dire Vivien era già archiviato e in via di esecuzione. Adesso toccava a lui mettere sul piatto gli aggiornamenti.

«Io nel frattempo mi sono mosso. Ho dovuto parlare con Willard, il capo della Polizia. Ma l’ho fatto in privato. Molto in privato, non so se mi spiego.»

«Perfettamente.»

«Gli ho mostrato la lettera e gli ho spiegato per sommi capi la faccenda.

Ha fatto un salto sulla sedia. Ma, com’era prevedibile, ha preso le distanze e di conseguenza si è preso del tempo. Ha detto che come traccia gli sembra esile e poco fondata, anche se non siamo nella condizione di trascurare nulla. Ha intenzione di farla esaminare da un criminologo o da uno psicologo, ma utilizzando qualcuno che sia fuori dai soliti giri della Polizia e dell’FBI. Una persona senza memoria e senza lingua, per intenderci. Sta valutando una serie di nomi. Siamo rimasti d’accordo che per il momento si procede con cautela, tenendo la cosa riservata a noi, come concordato. È una situazione molto delicata e instabile, per tutti.

Sono morte delle persone. Altre sono forse in pericolo di vita. Per quello che ci riguarda, può saltare una fila di teste oppure su quelle stesse teste può essere posata una corona. E fra queste ci sono anche le nostre, Vivien.»

Russell ebbe l’impressione che la ragazza se le aspettasse, quelle parole.

Non fece nessun commento, né con la voce né con il viso.

«Ricevuto.»

«Wade, mi sente?»

Russell d’istinto avvicinò la testa alla zona dove riteneva fosse piazzato il microfono.

«Sì, capitano.»

«Non ho parlato con il capo del nostro accordo. Se uscirà qualche cosa prima che questa storia sia finita, la sua vita diventerà molto peggio del peggiore dei suoi incubi. Mi sono spiegato?»

«Molto bene, capitano.»

Questo significava che da ora in poi le loro vite erano intrecciate senza via di scampo, qualunque fosse il risultato. Sia che la testa arrivasse a sentire il filo della lama o il peso della corona. Vivien si rivolse al suo superiore, con la voce tranquilla e distaccata. Russell ammirò il suo autocontrollo, cosa che lui era ben lontano dal possedere.

«Bene. Questo l’abbiamo stabilito. Altre notizie?»

Il tono del capitano ridiventò quello professionale di un poliziotto che sta esaminando gli elementi di un’indagine. La pausa emotiva era terminata. Si tornava al lavoro.

«Di buono c’è che all’occorrenza abbiamo a disposizione tutta la Polizia di New York. E il potere di tirare giù dal letto chiunque a qualunque ora della notte, il capo per primo.»

Ci fu un rumore di carta sfogliata.

«Ho qui davanti i risultati delle prime analisi. Gli esperti pensano di essere arrivati al tipo di innesco. Si tratta di una cosa semplice e molto ingegnosa nello stesso tempo. Una serie successiva di impulsi radio a diverse frequenze che vanno emesse con una sequenza precisa. In una città attraversata da onde radio, questo mette le mine al sicuro dall’esplodere per un segnale fortuito.»

Russell aveva un dubbio che lo perseguitava da quando quella storia pazzesca era saltata fuori. Intervenne di nuovo nella conversazione.

«Il palazzo esploso è stato costruito parecchi anni fa. Come mai dopo tutto questo tempo le bombe erano ancora funzionanti?»

Quella domanda doveva essersela posta anche il capitano, perché emise un sospiro prima di rispondere. Nonostante l’esperienza, era un piccolo segno di rinnovata incredulità davanti al genio della follia.

«Niente batterie. Il figlio di puttana ha collegato l’innesco alla corrente del palazzo. Può darsi che nel corso degli anni qualcuno si sia deteriorato e non funzioni più, ma in chissà quanti posti quel pazzo ha piazzato la sua merda.»

Ci fu uno strano suono e Russell per un istante temette che la linea fosse caduta. Poi la voce di Bellew tornò in giro per l’auto.

«State facendo un ottimo lavoro ragazzi. Ci tenevo a dirvelo. Un ottimo lavoro.»

Vivien riprese in mano il filo e lo tagliò. Ormai tutto quello che dovevano dirsi era stato detto.

«Aspetto che tu ti faccia vivo, allora. Chiamami non appena hai quelle informazioni.»

«Più in fretta che posso.»

Vivien chiuse la comunicazione e per qualche istante solo il rumore attutito del traffico fece a gara con i loro pensieri nel silenzio della macchina. Russell guardava la strada e le luci che illuminavano la sera. In quella giornata senza memoria, il tempo li aveva preceduti e li aveva accolti quasi a sorpresa nell’oscurità.

Fu Russell a parlare per primo. E lo fece con parole che ricambiavano la fiducia che Bellew aveva riposto in lui permettendogli di partecipare come testimone a quell’indagine.

«Vuoi l’originale?»

Distratta dai suoi pensieri, Vivien non arrivò subito al senso della proposta.

«Che originale?»

«Avevi ragione quando mi hai accusato di essermi presentato con la fotocopia del foglio che ho preso da Ziggy. Quello vero l’ho infilato in una busta e l’ho spedito al mio indirizzo di casa. È un sistema che mi ha insegnato lui. Credo che sia nella mia casella di posta, in questo momento.»

«Dove abiti?»

Russell fu contento che da parte di Vivien non arrivassero altri commenti.

«29sima Strada, fra la Park e la Madison.»

Senza aggiungere altro, Vivien percorse in silenzio il Queens Boulevard e portò la macchina ad attraversare il Queensboro Bridge. Sbucarono a Manhattan all’altezza della 60sima Strada e piegarono a sinistra sulla Park Avenue. Scesero verso sud, in balia dei capricci del traffico.

«Siamo arrivati.»

La voce di Vivien gli arrivò alle orecchie come un ricordo e Russell capì che, dopo aver appoggiato la testa al sedile, si era addormentato. La macchina adesso era parcheggiata sulla 29sima all’angolo con la Park.

Doveva solo attraversare e in pochi passi avrebbe raggiunto casa sua.

Vivien lo guardò mentre si strofinava gli occhi.

«Sei stanco?»

«Temo di sì.»

«Avrai tempo per dormire quando questa storia sarà finita.»

Senza dire che le sue speranze erano del tutto diverse, Russell approfittò del semaforo verde e raggiunse l’altra parte del marciapiede. Quando arrivò all’ingresso del suo palazzo, spinse la porta a vetri e fu nell’atrio.

L’edificio, come tutti quelli di un certo prestigio a New York, disponeva di un servizio di portineria ventiquattro ore su ventiquattro. Si avvicinò al portiere dietro al bancone. Si stupì, a quell’ora, di trovarci anche Zef, il building manager. Era una persona amica, un uomo di origine albanese che si era rimboccato le maniche e aveva lavorato sodo, fino a raggiungere la sua posizione attuale. Con lui Russell aveva da sempre un rapporto molto cordiale. Era convinto che Zef, oltre che spettatore delle sue discutibili imprese, ne fosse in segreto anche l’unico fan.

«Buonasera, signor Wade.»

Russell aveva una certa tendenza alla distrazione, oltre che una propensione per la vita scapestrata. Per questo motivo lasciava sempre, dopo averne persi diversi mazzi, le chiavi in portineria. Di solito l’uomo di turno, quando lo vedeva arrivare, gliele tendeva senza che lui dovesse chiederlo. L’assenza di quel gesto abituale denunciava qualcosa di anomalo. Con una pulce nell’orecchio, Russell si rivolse al suo amico.