LaMarr non smise di sorridere. Fece un cenno all’uomo seduto di fronte che si sporse e tirò uno schiaffo in viso a Russell. Il rumore della carne contro la carne fu per un attimo l’unico suono all’interno dell’auto.
Russell sentì mille piccoli aghi roventi pungere la guancia e vide una macchia giallastra arrivare a danzare davanti all’occhio sinistro. LaMarr gli appoggiò una mano sulla spalla, noncurante.
«Come vedi, i miei ragazzi hanno un modo piuttosto bizzarro di apprezzare l’umorismo. Ne hai delle altre di battute come quella?»
Rassegnato, Russell si afflosciò contro lo schienale. Nel frattempo la macchina aveva svoltato sulla Madison e adesso stavano procedendo verso Uptown. Al volante c’era un tipo con il cranio rasato e Russell giudicò che avesse la stessa corporatura di quello che lo aveva appena fatto oggetto di una discutibile attenzione.
«Che vuoi, LaMarr?»
«Te l’ho detto. Soldi. Di solito non partecipo agli incassi, ma con te voglio fare un’eccezione. Non capita tutti i giorni di avere a che fare con una celebrità e tu lo sei. Inoltre mi stai sul cazzo in modo incredibile.»
Indicò con un cenno del capo l’uomo che lo aveva appena schiaffeggiato.
«Sarà un piacere sedermi in prima fila e vederti contrattare con Jimbo.»
«È inutile. In questo momento non ho i tuoi cinquantamila dollari.»
LaMarr scosse la grossa testa. Il doppio mento ondeggiò leggermente, lucido di sudore nel riflesso che veniva da fuori.
«Sbagliato. La matematica non deve essere il tuo forte. Come il poker d’altronde. Sono sessantamila, ricordi?»
Russell stava per replicare ma si trattenne. Preferiva evitare un altro incontro con il palmo della mano di Jimbo. Quello che aveva appena provato non gli aveva lasciato nessuna nostalgia.
«Dove andiamo?»
«Vedrai. Un posto tranquillo, dove fare due chiacchiere fra gentiluomini.»
Nell’auto cadde il silenzio. LaMarr non sembrava intenzionato a dare ulteriori spiegazioni e a Russell non servivano più di tanto. Sapeva benissimo cosa sarebbe successo una volta che fossero arrivati a destinazione, quale che fosse il posto.
Poco per volta, districandosi in mezzo al flusso di luci colorate e auto, la macchina raggiunse una zona di Harlem che Russell conosceva bene.
C’erano un paio di locali che frequentava quando voleva sentire dell’ottimo jazz e un altro paio di locali, molto meno pubblicizzati, che frequentava quando era in grana e aveva voglia di giocare ai dadi.
La macchina si fermò in una strada poco illuminata, davanti a una saracinesca chiusa. Jimbo scese, aprì il lucchetto e tirò la maniglia verso l’alto. Davanti ai fari della macchina la parete metallica lasciò il posto a un locale spoglio, un grande magazzino fatto a L con una fila di pilastri in cemento al centro.
Con un fruscio, la macchina superò l’ingresso e la saracinesca si richiuse alle loro spalle. La macchina piegò a sinistra, superò l’angolo e si fermò di sbieco. Pochi istanti dopo un paio di luci anemiche che pendevano dal soffitto si accesero, spandendo un chiarore incerto dalle lampadine sporche e incrostate.
Jimbo arrivò ad aprire la portiera dalla parte di Russell.
«Scendi.»
Lo prese per un braccio con la sua stretta di ferro e lo fece girare intorno all’auto. Russell ebbe modo di godersi lo spettacolo di LaMarr che usciva a fatica dalla portiera. Trattenne al volo un commento che sarebbe valso solo un altro applauso di Jimbo.
Alla loro sinistra c’era una scrivania con una sedia. Di fronte un’altra sedia, di legno, di quelle con la seduta in paglia. Nonostante la precarietà della situazione, Russell trovò quell’ambientazione molto classica.
Evidentemente LaMarr era un nostalgico.
Jimbo lo spinse verso la scrivania e gli indicò il piano.
«Svuota le tasche. Tutte. Non costringermi a cercare al posto tuo.»
Con un sospiro Russell appoggiò sul tavolo tutto quello che aveva in tasca. Un portafoglio con i documenti, le lettere e i cinquecento dollari che gli aveva appena dato Zef. E un pacchetto di chewing-gum alla cannella.
Il grassone raggiunse la sedia dietro la scrivania, mentre si lisciava il bavero della giacca. Si tolse il cappello e si sedette, appoggiando i grossi avambracci sul tavolo. Gli anelli che portava alle dita scintillarono, nel movimento. Russell pensò che sembrava una versione di Jabba the Hutt in un altro colore.
«Molto bene, signor Russell Wade. Vediamo che cosa abbiamo qui.»
Tirò la roba di Russell verso di sé. Aprì il portafoglio ma lo gettò subito, non appena vide che era vuoto. Ignorò le buste e infine prese in mano le banconote e le contò.
«Che colpo. Cinquecento dollari.»
Si appoggiò allo schienale della sedia, come per richiamare alla memoria qualcosa che ricordava benissimo.
«E tu me ne devi sessantacinquemila.»
Russell non ritenne opportuno sottolineare che fino a poco prima LaMarr ne aveva pretesi solo sessantamila. Il suo angelo custode nel frattempo lo aveva accompagnato a sedersi sulla sedia davanti alla scrivania e si era piazzato al suo fianco. Visto dal basso sembrava ancora più grosso e minaccioso. L’autista, appena arrivati, era sceso dalla macchina ed era sparito dietro una porta alle loro spalle, che aveva tutta l’aria di essere un bagno.
LaMarr fece scorrere la mano dalle dita grasse fra i capelli corti e crespi.
«Come intendiamo procedere al pagamento del resto?»
Finse di riflettere.
Russell pensò che stava giocando come il gatto col topo, che con quella rappresentazione stava fornendo a se stesso una riprova di potere.
«Voglio essere generoso. Visto che ho appena incassato, ti voglio abbuonare altri cinquecento dollari.»
Fece un cenno con il capo verso Jimbo. Il pugno nello stomaco arrivò con una velocità impressionante e una forza che cancellò l’aria dai polmoni di Russell e forse dall’intera atmosfera. Sentì un conato acido salirgli in bocca mentre si piegava in avanti per l’istinto di vomitare. Un filo di saliva gli uscì dalla bocca e si perse fra la polvere del pavimento. LaMarr lo guardò compiaciuto, come si guarda un bambino che ha fatto a dovere i suoi compiti.
«Ecco, adesso ne restano solo sessantaquattromila.»
«Per il momento direi che può bastare.»
Quelle parole, portate dalla voce di Vivien, arrivarono da un punto alle spalle di Russell, ferme e sicure.
Tre teste si girarono contemporaneamente in quella direzione, solo per vedere la ragazza emergere dall’ombra ed entrare nel cono di luce delle lampade. Il fiato di Russell si allargò come per incanto.
Il grassone guardò verso Jimbo, incredulo.
«Chi è questa puttana del cazzo?»
Vivien sollevò la mano e puntò la pistola che stringeva in pugno verso la testa di LaMarr.
«Questa puttana è armata e se non vi appoggiate tutti e due con la faccia al muro e le gambe allargate, potrebbe dimostrarvi quanto è offesa per le vostre basse insinuazioni.»
Il resto avvenne prima che Russell avesse il tempo di avvertire Vivien.
L’uomo che era in bagno sbucò veloce dalla porta alle sue spalle e le circondò il petto con le braccia, immobilizzandola. La reazione di Vivien fu istantanea e Russell capì perché il capitano Bellew aveva la stima dipinta negli occhi quando la guardava.
Invece di cercare di divincolarsi, Vivien si appoggiò con il corpo contro quello dell’uomo, sollevò le gambe e piantò i tacchi degli stivali pesanti sulla punta delle scarpe del suo aggressore. Russell sentì distintamente il rumore delle dita dei piedi che si spezzavano. Un grido strozzato e le braccia che circondavano Vivien si sciolsero come per magia. L’uomo si accasciò a terra, su un fianco, le gambe rattrappite, bestemmiando.
Vivien gli puntò la pistola addosso e rivolse uno sguardo di sfida agli altri due.
«Molto bene. Adesso chi altro ci vuole provare?»