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«Tocca a te, se vuoi.»

Si girò e la vide. Aveva indossato una tuta leggera e aveva ai piedi delle normali ciabatte infradito. Ispirava un’aria di freschezza e innocenza.

Russell l’aveva vista reagire all’aggressione di un uomo grosso tre volte più di lei e metterlo nell’impossibilità di nuocere. L’aveva vista tenerne a bada altri puntando loro addosso una pistola. L’aveva vista trattare un balordo come una pezza da piedi.

Aveva pensato di lei che era una donna pericolosa. E solo in quel momento, nel preciso istante in cui si presentava a lui del tutto indifesa, capiva quanto. Si girò a guardare il portaritratti sul mobile, dal quale una donna e una ragazza sorridevano. Pensò che il posto naturale di Vivien era in quella foto, a dividere con loro la bellezza.

Poi riportò gli occhi su di lei e rimase a fissarla senza parlare, al punto che lei lo riprese.

«Ehi, che ti succede?»

«Un giorno, quando questa storia sarà finita, mi dovrai permettere di farti delle foto.»

«A me? Stai scherzando?»

Vivien indicò la foto nel portaritratti.

«È mia sorella la fotomodella della famiglia. Io sono quella al limite della mascolinità che fa il poliziotto, ricordi? Non saprei nemmeno cosa fare davanti a un obiettivo.»

Quello che stai facendo adesso sarebbe più che sufficiente, pensò Russell.

Capì che, nonostante le parole di risposta e di fuga, quella richiesta le aveva fatto piacere. E vide sul suo viso una sorpresa e inattesa timidezza, che forse in altri momenti nascondeva tendendo in avanti un distintivo.

«Dico sul serio. Promettimelo.»

«Non dire scemenze. E vattene dalla mia cucina. Ti ho lasciato degli asciugamani puliti in bagno.»

Russell salvò quello che aveva scritto sul desktop, si alzò dal tavolo e andò a prendere della biancheria e dei vestiti puliti dalla borsa. Si infilò in bagno dove trovò una pila di asciugamani appoggiati su un mobile di fianco al lavandino. Si spogliò, aprì l’acqua nella doccia e si accorse che la temperatura a cui l’aveva lasciata impostata Vivien era perfetta anche per lui.

Un dettaglio. Una sciocchezza. Ma lo fece sentire a casa lo stesso.

Entrò sotto il getto e lasciò che l’acqua e la schiuma lavassero via la stanchezza e i pensieri di quella e delle giornate precedenti. Dopo la vicenda di Ziggy e l’esplosione, si era sentito per la prima volta in vita sua davvero solo e incapace davanti a responsabilità troppo difficili da sostenere. Adesso invece era lì e faceva parte di qualcosa, qualcosa che apparteneva solo al lui, al suo presente e non ai suoi ricordi.

Chiuse il miscelatore e uscì dalla doccia, cercando di non gocciolare l’acqua al di fuori del tappetino. Prese il telo di spugna e iniziò ad asciugarsi, trovandolo morbido e profumato. A casa dei suoi, dove c’era una schiera di persone di sevizio e la biancheria migliore, non ne aveva mai trovato uno così soffice. O almeno in quel momento gli sembrava così.

Si asciugò i capelli e indossò una camicia e un paio di calzoni puliti.

Decise di uniformarsi alla sua ospite e rimase a piedi scalzi.

Quando uscì dal bagno Vivien era seduta davanti al notebook. Aveva aperto il documento salvato con il suo nome e stava leggendo quello che Russell aveva scritto.

«Che fai?»

Vivien continuò a leggere, senza nemmeno girare la testa, come se quell’invasione in un computer altrui fosse del tutto naturale.

«Il poliziotto. Indago.»

Russell protestò senza troppa convinzione.

«Questa è una flagrante violazione della privacy e della libertà di stampa.»

«Se non vuoi che io ficchi il naso, non devi dare il mio nome a dei file.»

Quando finì di leggere, si alzò e senza commentare andò verso il bancone della cucina. Russell si accorse che c’era una pentola sul fuoco e un tegame con un sugo rosso di fianco. Vivien alzò la portata della cappa di aspirazione. Poi indicò l’acqua che iniziava a bollire.

«Penne all’arrabbiata. O spaghetti, a scelta.»

Russell rimase sorpreso. Lei intervenne su quella sorpresa con qualche parola a proprio favore.

«Sono di origine italiana. Li so fare. Ti puoi fidare.»

«Certo che mi fido. Mi chiedo solo come hai fatto in così poco tempo a improvvisare un sugo.»

Vivien gettò la pasta nella pentola e mise il coperchio, per favorire la seconda ebollizione.

«È la prima volta che vieni sulla Terra? Sul tuo pianeta non ci sono i congelatori e i forni a microonde?»

«Sul mio pianeta non mangiamo mai a casa. Pensa che il palazzo dell’imperatore è una tavola calda.»

Russell si avvicinò a Vivien, che stava dall’altra parte del bancone. Si sedette su uno sgabello e curiosò con lo sguardo nella padella.

«In realtà la capacità di una persona di destreggiarsi tra i fornelli mi ha sempre affascinato. Io una volta ci ho provato e sono riuscito a far bruciare le uova sode.»

Vivien continuò a occuparsi della pasta e del sugo. La battuta di Russell non aveva scavalcato i suoi pensieri di quel momento.

«Sai, oggi mi è capitato più volte di chiedermi come sei veramente.»

Russell alzò le spalle.

«Uno qualunque. Non ho avuto pregi particolari. Mi sono dovuto accontentare di difetti particolari.»

«Un pregio ce l’hai. Ho letto quello che hai scritto. È bellissimo.

Convincente. Arriva a chi legge.»

Questa volta fu il turno di Russell di essere compiaciuto del complimento e di cercare di non darlo a vedere.

«Dici? E la prima volta che lo faccio.»

«Dico. E se vuoi sapere il mio parere, aggiungerei una cosa.»

«Quale?»

«Se tu non avessi passato la tua vita a cercare di essere Robert Wade, forse avresti scoperto che suo fratello può essere una persona altrettanto interessante.»

Russell sentì una cosa che si muoveva dentro alla quale non sapeva dare un nome. Qualcosa che arrivava da un posto che non credeva esistesse e che era andata a infilarsi in un posto che non credeva di avere.

Capiva solo che desiderava fare una cosa. E la fece.

Girò intorno al bancone e raggiunse Vivien. Le prese il viso fra le mani e la baciò, appoggiando delicatamente le labbra alle sue. Per un istante lei ricambiò il bacio ma subito arrivò una mano decisa sul petto a spingerlo indietro.

Russell si accorse che il respiro le si era accelerato.

«Ehi, calma. Calma. Non intendevo questo, quando ti ho invitato qui.»

Si girò, come per cancellare quello che era appena successo. Per qualche secondo si occupò della pasta, lasciando a Russell la vista delle sue spalle e il profumo dei suoi capelli. La sentì mormorare alcune parole, sottovoce.

«O forse sì. Non lo so nemmeno io. L’unica cosa che so è che non voglio complicazioni.»

«Io nemmeno. Ma se sono il prezzo da pagare per avere te, le accetto volentieri.»

Dopo un istante, Vivien si girò e gli passò le braccia al collo.

«E allora al diavolo la pasta.»

Alzò la testa e questa volta il bacio che gli offrì fu senza mani a spingere via. Il corpo di lei contro il suo era esattamente come Russell se l’era immaginato. Solido e morbido, acerbo e fruttato, consolazione per oggi e desolazione per ieri. Mentre faceva scorrere la mano sotto la felpa e trovava la sua pelle, si chiedeva perché qui, perché ora, perché lei e perché non prima. Vivien continuò a baciarlo mentre nel piacere degli occhi chiusi lo trascinava in camera da letto. La penombra li accolse e li convinse che quello era il posto giusto per loro e per quella eccitazione che strappava abiti di dosso e trasformava un corpo in un luogo sacro.