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Vivien si alzò, lieta di farlo. Le parole erano finite. Adesso era arrivato il momento di darsi da fare. Mentre uscivano dall’ufficio, li accompagnò la voce di Bellew, che era già al telefono per procurare quanto promesso.

Imboccarono la scala che scendeva al piano inferiore. Russell camminava davanti a lei, lasciando alle spalle un buon odore di uomo e acqua di colonia. Vivien ebbe un ricordo delle sue labbra nell’incavo del gomito e della sua mano fra i capelli. E del lampo abbagliante e del tuono che li avevano scaraventati fuori di colpo dal momento e dallo spazio che si erano ritagliati.

Dopo il boato si erano rivestiti in fretta, senza dire nulla. Quello che immaginavano aveva tolto dalle loro bocche e dalle loro menti ogni possibile parola. Erano andati in soggiorno e avevano acceso il televisore.

Pochi minuti di attesa e NY1 aveva interrotto le trasmissioni per dare l’annuncio dell’attentato. Avevano continuato a muoversi da un canale all’altro, cercando notizie che si aggiornavano di minuto in minuto. La magia di un attimo era svanita, persa tra le fiamme che vedevano sullo schermo del televisore.

Da Bellew era arrivato un semplice sms. Diceva solo «Alle sette e trenta domani nel mio ufficio».

Non c’era molto di più da dire. Sia lei che il capitano sapevano che in quel momento non potevano fare nulla, se non attendere qualche ora. La notte era finita e il chiaro dalle finestre aveva sorpreso lei e Russell seduti sul divano, coinvolti e increduli, vicini senza toccarsi, come se quello che vedevano potesse uscire dal video a contaminarli.

La responsabilità giunse con una fitta d’ansia a opprimere il petto. La vita di tante persone dipendeva da lei, da quello che avrebbe fatto nelle prossime ore. Era una persona addestrata ma di colpo si sentì troppo giovane e inesperta e inadeguata a sostenere quel peso. Le girò un poco la testa e accettò come la terra promessa la fine delle scale.

Non appena la vide sbucare dalla porta un agente in divisa tese verso di lei un biglietto.

«Detective, ecco qua. È un numero di cellulare, se serve. La persona si chiama Chuck Newborn e sta lavorando in un grosso cantiere a Madison Square Park.»

Vivien fu grata al Codice RFL, che stava facendo viaggiare tutto a una velocità a cui non era abituata. E alla sorte, che non la obbligava ad attraversare tutta la città per parlare con quell’uomo.

Uscirono dal Distretto e raggiunsero la macchina di Vivien. Salirono in silenzio, ognuno perso nei suoi pensieri e in quelli dell’altro. Vivien accese il motore e prima di muovere la macchina diede a quei pensieri una voce.

«Russell, per quanto riguarda la notte scorsa…»

«Dimmi.»

«Volevo solo dirti che io…»

«Lo so. Che tu non vuoi complicazioni.»

Non era quello che Vivien intendeva dire. Ma le parole di Russell e il suo tono distaccato la fermarono sulla soglia di un luogo nel quale poteva entrare solo se invitata.

«Va bene anche per me.»

Si girò a guardarlo ma trovò solo la massa dei suoi capelli. Russell era assorto con gli occhi fuori dal finestrino, dalla sua parte. Quando si voltò verso di lei, la sua voce era tornata al loro momento attuale.

«C’è traffico.»

Vivien archiviò ogni risposta possibile dietro a urgenze prioritarie.

«Adesso vedrai che essere della Polizia serve a qualcosa.»

Prese il lampeggiante e lo applicò sul tetto. La Volvo si staccò dal marciapiede e si mosse veloce, districandosi in mezzo alla fila di auto che si apriva per agevolare il passaggio, preceduta e seguita dalle luci e dal suono isterico della sirena.

Arrivarono al Madison Square Park risalendo verso ovest la 23sima Strada, con una rapidità che lasciò Russell stupito.

«Me lo devi prestare, qualche volta, quell’aggeggio.»

Era tornato quello che Vivien aveva conosciuto all’inizio. Ironico e distaccato, cameratesco e nello stesso tempo lontano. Convenne, con un briciolo di risentimento verso se stessa, che la notte prima era stata un errore da non ripetere più.

«Quando questa storia sarà finita, ti farò regalare una macchina della Polizia.»

Videro subito il luogo che cercavano. Alla loro sinistra, affacciato sul parco, c’era un palazzo in costruzione, non tanto alto da essere definito un vero grattacielo, ma con un numero di piani sufficiente a farlo essere molto autorevole. C’era un senso di fervore da termitaio, in quell’agitarsi di gru e quell’affannarsi di uomini con i loro elmetti colorati sulle impalcature.

Russell si guardò intorno.

«È un numero ricorrente. Pare che tutto sia destinato a svolgersi intorno a questa strada.»

«Che intendi dire?»

Con la mano indicò un punto vago alle loro spalle.

«Siamo sulla 23sima. Il corpo di Sparrow è stato trovato a questa altezza, solo spostato verso est.»

Vivien avrebbe voluto ribattere che nel suo lavoro sincronismi come quello si verificavano molto più di frequente che nelle trame dei film. I capricci del destino e la superficialità degli uomini erano la base stessa delle indagini.

Parcheggiò la Volvo davanti al cantiere e scesero dalla macchina. Un operaio con un casco giallo si girò verso di loro a protestare.

«Ehi, non può parcheggiare qui.»

Vivien si avvicinò e mostrò il distintivo.

«Sto cercando il signor Newborn. Chuck Newborn.»

L’operaio indicò una baracca di lamiera, eretta di fianco a un grande terrazzo a sbalzo al terzo piano dell’edificio.

«Lo troverà in ufficio.»

Vivien guidò Russell verso la precaria costruzione dipinta di bianco. La porta era aperta. Salirono gli scalini e si trovarono in una stanza spoglia, il cui unico arredamento era composto da una scrivania e una sedia alla destra dell’ingresso. Chini sul piano, due uomini stavano studiando un progetto.

Uno dei due si accorse della loro presenza e alzò la testa.

«Posso fare qualcosa per voi?»

Vivien si avvicinò alla scrivania.

«Il signor Chuck Newborn?»

«Sì, sono io.»

Era un uomo alto e grosso, poco oltre la quarantina, con capelli radi e occhi chiari e le mani di chi non si tira indietro davanti ai lavori pesanti.

Indossava un giubbetto catarifrangente da operaio su una giacca di jeans.

La detective si qualificò, mostrando il distintivo.

«Sono Vivien Light, del 13° Distretto. Questo è Russell Wade. Possiamo parlarle un istante?»

Un attimo di perplessità tinta d’allarme comparve sul viso dell’uomo.

«Va bene.»

Vivien ritenne opportuno sottolineare il tenore del colloquio.

«Da soli.»

Chuck Newborn si rivolse all’uomo che era alla sua destra, un tipo magro dall’aria indolente.

«Tom, vai a controllare quella gettata di cemento.»

Consapevole di essere di troppo, l’uomo chiamato Tom prese l’elmetto e uscì dalla baracca senza salutare. Vivien capì che considerava lei e Russell solo un intoppo alla sua giornata di lavoro. Newborn ripiegò il foglio che aveva e rimase in piedi dall’altra parte della scrivania, in attesa.

Vivien venne subito al motivo della sua presenza al cantiere.

«È molto che lei lavora nella Newborn Brothers?»

«Da quando ero ragazzo. Mio padre e mio zio hanno avviato l’impresa e io ho iniziato a lavorarci quando avevo diciotto anni. Mio cugino è arrivato dopo il college e cura l’amministrazione. Ora i vecchi si sono ritirati e siamo rimasti noi due a occuparci dell’azienda.»

«Era presente quando è stata costruita la casa del maggiore Mistnick, a Long Island?»

Nella mente di Chuck Newborn doveva essere suonato un segnale di pericolo. Non ebbe bisogno di eccessivi sforzi per individuare nella memoria ciò di cui stava parlando la detective.

«Sì. Brutta faccenda quella. Dopo un anno…»