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— È possibile che dopo aver parlato con te abbia trovato alla fattoria qualcuno che l'aiutasse?

— D'inverno là non c'è nessuno.

— Se ben ricordo, Montoya ha la tendenza a reclutare chiunque le capiti intorno. Forse ha reclutato qualche passante.

— Ha detto che non ce n'erano. Gli scavi sono molto isolati.

— Eppure deve aver incontrato qualcuno. È rimasta agli scavi per sette giorni e il periodo di incubazione del virus va soltanto dalle dodici alle quarantotto ore.

— Ecco l'ambulanza — avvertì Colin.

Montoya oltrepassò le porte, tallonata da Dunworthy e da Colin. Due paramedici muniti di maschera issarono una barella su un carrello a ruote e Dunworthy riconobbe uno di loro… quello che aveva aiutato a ricoverare Badri.

Colin era chino sulla barella e stava osservando con interesse Montoya, che giaceva con gli occhi chiusi. La testa era tenuta sollevata con alcuni cuscini e il volto aveva lo stesso rossore intenso di quello della Signora Breen. Colin si protese ancora di più in avanti e l'archeologa gli tossì in faccia.

Dunworthy afferrò il ragazzo per il colletto della giacca e lo trassse indietro.

— Allontanati da lì — ingiunse. — Stai forse cercando di contrarre il virus? Perché non hai indosso la maschera?

— Perché non ce ne sono.

— Non dovresti essere qui. Voglio che torni a Balliol e…

— Non posso. Sono stato incaricato di badare che lei riceva l'inoculazione.

— Allora siediti laggiù — ordinò Dunworthy, scortandolo fino a una sedia nell'area di attesa, — e tieniti alla larga dai pazienti.

— È meglio che non cerchi di tagliare la corda — ammonì Colin, ma si sedette e tirò fuori di tasca la solita gomma da masticare, pulendola su una manica della giacca.

Dunworthy tornò vicino alla barella.

— Lupe — stava dicendo Mary, — le dobbiamo rivolgere qualche domanda. Quando si è ammalata?

— Questa mattina — rispose Montoya, con voce rauca, e Dunworthy si rese conto di colpo che doveva essere stata lei la donna che gli aveva telefonato. — La scorsa notte ho avuto uno spaventoso mal di testa — spiegò, portandosi una mano infangata alla fronte, — ma ho pensato che fosse dovuto al fatto che avevo sforzato troppo gli occhi.

— Chi c'era con lei agli scavi?

— Nessuno — replicò l'archeologa, in tono sorpreso.

— Cosa mi dice dei viveri? Qualcuno di Witney le ha portato delle scorte di viveri?

Montoya accennò a scuotere il capo in un gesto di diniego, ma apparentemente questo le causò dolore perché si bloccò.

— No — rispose. — Mi sono portata dietro tutto.

— E non aveva nessuno che l'aiutasse negli scavi?

— No. Ho chiesto al Signor Dunworthy di dire all'SSN si mandarmi degli aiuti ma lui non lo ha fatto.

Mary scoccò un'occhiata a Dunworthy e nel seguire la direzione del suo sguardo Montoya si accorse di lui.

— Manderanno qualcuno? — gli chiese. — Se non lo fanno presto non lo troveranno più.

— Non troveranno cosa? — domandò Dunworthy, chiedendosi se ci si potesse fidare delle risposte della donna e se lei non fosse in preda al delirio.

— Gli scavi sono già parzialmente sommersi dall'acqua — disse lei.

— Cosa non troveranno?

— Il registratore di Kivrin.

Davanti agli occhi di Dunworthy apparve all'improvviso l'immagine di Montoya ferma vicino alla tomba e intenta a frugare in una scatola fangosa piena di ossa a forma di pietra. Ossa di polsi. Erano state ossa di polsi e lei le stava esaminando alla ricerca di estremità irregolari e di una scheggia d'osso che era in effetti un pezzo di un apparecchio di registrazione. Il registratore di Kivrin.

— Non ho ancora scavato in tutte le tombe — continuò Montoya, — e sta continuando a piovere. Devono mandare qualcuno là immediatamente.

— Tombe? — ripeté Mary, senza capire, guardando verso Dunworthy. — Di cosa sta parlando?

— Degli scavi che sta effettuando in un cimitero medievale alla ricerca del corpo di Kivrin — spiegò lui, in tono amaro. — Alla ricerca del registratore che tu hai inserito nel polso di Kivrin.

Mary però non lo stava ascoltando.

— Voglio le schede dei contatti — disse al paramedico, poi tornò a girarsi verso Dunworthy. — Badri è stato agli scavi, vero? — chiese.

— Sì.

— Quando?

— Il diciotto e il diciannove.

— Ha scavato in quel cimitero?

— Sì. Lui e Montoya hanno aperto la tomba di un cavaliere.

— Una tomba — ripeté Mary, come se quella fosse la risposta ad una domanda, quindi si chinò su Montoya, chiedendo: — Di che anno era quella tomba?

— 1318 — rispose l'archeologa.

— E questa settimana lei ha lavorato alla tomba del cavaliere? — insistette Mary.

Montoya cercò di annuire ma si bloccò a metà del gesto.

— Mi assalgono delle vertigini spaventose quando muovo la testa — disse in tono di scusa. — Dovevo rimuovere lo scheletro, perché l'acqua era entrata nel sarcofago.

— In che giorno lo ha fatto?

— Non riesco a ricordare — mormorò Montoya, accigliandosi. — Il giorno prima delle campane, credo.

— Il trentuno — ricapitolò Dunworthy, poi si protese sulla donna e domandò: — Ha lavorato ancora alla tomba, dopo di allora?

Montoya cercò di nuovo di scuotere il capo.

— Ho richiamato le tabelle dei contatti — avvertì il paramedico, e Mary si avvicinò in fretta alla sua scrivania, togliendogli di davanti la tastiera e battendo parecchi tasti. Per un momento si soffermò a scrutare lo schermo, poi inserì altri comandi.

— Cosa c'è? — volle sapere Dunworthy.

— Quali sono le condizioni di quel cimitero? — controbatté Mary.

— Condizioni? — ripeté lui, senza capire. — È fangoso. Montoya ha coperto l'intero cortile della chiesa di teli impermeabili ma la pioggia riesce a filtrare lo stesso.

— Fa caldo?

— Sì. Lei ha accennato al fatto che l'atmosfera era afosa e del resto aveva acceso parecchi riflettori elettrici. Cosa succede?

Mary fece scorrere un dito lungo lo schermo, alla ricerca di qualcosa.

— I virus sono organismi eccezionalmente robusti — replicò. — Possono restare in letargo per lunghi periodi di tempo ed essere poi riportati in vita, tanto che virus viventi sono stati prelevati da mummie egiziane. Lo pensavo — commentò quindi, quando il suo dito si arrestò su una data. — Badri è stato agli scavi quattro giorni prima di ammalarsi.

— Il virus è agli scavi? — domandò Dunworthy.

— Sì — confermò Mary, con un sorriso contrito. — Pare che Gilchrist avesse ragione, dopo tutto: il virus è venuto dal passato… dalla tomba del cavaliere.

— Kivrin è stata agli scavi — sussurrò Dunworthy.

Questa volta fu Mary a guardarlo con espressione perplessa.

— Quando?

— Il pomeriggio della domenica precedente alla transizione. Il diciannove.

— Ne sei certo?

— Me ne ha parlato prima di andare. Voleva che le sue mani avessero un aspetto autentico.

— Oh, mio Dio — gemette Mary. — Se è stata esposta quattro giorni prima della transizione non aveva ancora ricevuto l'inoculazione per rinforzare i linfociti T e il virus potrebbe aver avuto la possibilità di moltiplicarsi e di invadere il suo organismo. Potrebbe essersi ammalata.

— Ma non può essere successo — esclamò Dunworthy, afferrandola per un braccio. — La rete non le avrebbe permesso di passare se ci fosse stata la possibilità che contagiasse la gente dell'epoca di arrivo.

— Ma non c'era nessuno che lei potesse infettare — gli ricordò Mary, — non se il virus è uscito dalla tomba del cavaliere e se lui è morto di influenza nel 1318. La gente del tempo deve aver già avuto la malattia ed essere quindi immune. — Si alzò e si avvicinò rapidamente a Montoya. — Quando Kivrin è venuta agli scavi ha lavorato alla tomba? — le chiese.

— Non lo so — rispose Montoya. — Io non c'ero perché avevo un appuntamento con Gilchrist.