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«Lei è?…» disse di nuovo ad André.

«Siamo quello che si dice comunemente ’soltanto amici,’ nel senso piuttosto antiquato e più esatto della parola,» disse Fleming. «Il suo nome è André, solamente André.»

«Prego, si sieda, ma petite,» disse gentilmente la donna ad André. «Spero che non sia troppo stanca per il viaggio, e che sia stata trattata bene.»

«Non particolarmente,» rispose per lei Fleming.

«Mi dispiace,» disse la Gamboul in tono formale, «vi abbiamo portato qui perché riteniamo che potremmo esserci utili reciprocamente. Voi state sfuggendo il governo britannico, e qui non potranno prendervi. Questo è un paese chiuso; non c’è estradizione.»

«Questa è la sua versione sull’aiuto che voi dareste a noi. E se adesso ci spiegasse in che modo ci obbligherete ad aiutarvi?»

Lo scatto di nervi che stava per coglierla fu frenato dall’arrivo di Salim.

L’ex ambasciatore indossava un’uniforme perfettamente tagliata, con due file di medaglie sul petto. Era chiaro che trovava la vita molto piacevole.

«Ah! Professor Fleming,» esclamò, facendo lampeggiare i denti bianchissimi e stendendo la mano. Fleming gli volse le spalle. Niente affatto impressionato, Salim andò verso André. «E lei è la signorina…»

«André,» disse Janine.

«Soltanto André?»

La Gamboul si strinse nelle spalle. «Oui. Così dice il loquace professor Fleming.»

Salim strinse una delle mani di André tra le sue. «Incantato,» mormorò con aria estasiata.

André sorrise un poco. «Lieta di conoscerla,» disse educatamente.

Salim lasciò la sua mano e si gettò su di una sedia, stendendo le lunghe gambe negli stivali lucidi e senza macchia. «Bene,» disse, «ed ora, le spiegazioni. Noi siamo, professor Fleming, una nazione nuova. Se si eccettua il nostro petrolio, siamo sottosviluppati. Da duemila anni, da quando, cioè, eravamo una provincia con tutti i suoi diritti, sotto l’antico impero persiano di Serse, non siamo stati più altro che uno stato schiavo di altri popoli. Ora che siamo indipendenti, abbiamo bisogno di aiuto.»

«Andate in giro ad elemosinare aiuto in un curioso modo,» disse Fleming.

Salim agitò in maniera espressiva le mani. «In quale altro modo avremmo potuto avervi? La Intel ha congelato qui una grande parte del suo capitale, sotto forma di sviluppo industriale e di ricerca. Come governo ospitante, ne trarremo dei benefici. Abbiamo ingaggiato una quantità di persone — scienziati — progressisti e brillanti.»

«Raccogliendoli nello stesso modo?» domandò Fleming.

«In modi diversi. Una volta che sono qui, trovano che vale la pena. Li trattiamo bene. Di solito, non desiderano andarsene.»

«Hanno qualche possibilità di scegliere?»

«Beviamo qualcosa,» interruppe Janine Gamboul. Salim annuì, e tirò il cordone di un campanello.

«Lei è un fisico, professor Fleming,» essa continuò, «ed un matematico specializzato in fisica delle basse temperature.»

«Qualche volta,» acconsentì Fleming.

Salim ordinò al cameriere che era apparso con un vassoio carico di bottiglie di poggiarlo su un tavolo. «Che cosa prendi, Janine?» domandò. «Avevamo un altro giovane scienziato che lavorava qui — Neilson… Cosa vuole bere la signorina? Del whisky, o qualcosa di più leggero?»

«Tutto ciò è molto poco mussulmano da parte sua,» disse Fleming con un lieve sorriso, indicando il vassoio.

Salim si girò verso di lui lentamente e seriamente. «Sono un uomo moderno,» disse senza affettazione, e si volse di nuovo.

«In tal caso,» rispose Fleming, «André vorrebbe del succo di frutta che non sia corretto. Io prenderò uno scotch, liscio.» Fleming fissò il dorso impassibile di lui. «E così, Jan Neilson è stato qui? Suppongo che il vostro Intelligence Service sapesse che Jan, Dennis Bridger ed io siamo stati al Massachusetts Institute of Technology per un breve periodo di lavoro… le cose cominciano a quadrare, ora…»

Salim porse a Fleming e ad André i loro bicchieri. Prese poi ad occuparsi delle bibite per la Gamboul e per sé. «Avevamo una grande opinione di Neilson; era molto intelligente.» La sua voce suonava staccata, come se stesse leggendone la scheda.

«Morto?» domandò Fleming.

Salim si volse di nuovo verso di lui e lo fissò con calma. «Neilson si è occupato di tutta l’organizzazione pratica del nostro progetto principale di ricerca. Ma non è riuscito a completarlo. Anche se fosse rimasto, mi sembra che fosse arrivato ad un vicolo cieco.» Guardò con aria pensosa il ghiaccio che galleggiava nel suo bicchiere. «E così, naturalmente, abbiamo dovuto cercare un uomo migliore.»

«Per fare cosa?» Fleming si accorse che le mani gli tremavano di rabbia e paura.

Salim gli andò vicino. «Lei ha lavorato al calcolatore di Thorness. Anche noi ne abbiamo uno.»

«Di che genere?» chiese Fleming, temendo la risposta.

La Gamboul scoppiò in una breve risata. «Dovrebbe saperlo, professor Fleming. È il suo defunto collega, il professor Dennis Bridger, che ha fatto il progetto. L’altro suo defunto collega Neilson lo ha costruito.»

Fleming dovette lottare per mantenersi calmo. «Credo che voi non sappiate veramente cosa avete tra le mani. Questo è il miglior consiglio che posso darvi: fatelo saltare in aria.»

«Come lei ha fatto saltare l’altro?» Gli occhi di Janine Gamboul scintillavano di trionfo e divertimento. «Non credo che qui avrete la stessa possibilità.»

«Come sapete che noi, che io…»

Essa attese un poco prima di rispondere, assaporando il piacere del colpo che gli avrebbe dato. «Ce lo ha detto la professoressa Dawnay.»

«La Dawnay!» Fleming non poté far altro che guardarla.

«È venuta qui di sua spontanea volontà,» si interpose Salim. «Con la signora professoressa e con lei, crediamo veramente di essere ormai a posto. Il calcolatore costruito da Neilson sarà la base di tutta l’attrezzatura tecnologica che l’organizzazione di Mam’selle Gamboul ha impiantato qui.»

Andò verso la feritoia della finestra e guardò fuori. Il brusio della folla faceva un accompagnamento ineguale agli altoparlanti che ancora rumoreggiavano.

«Quella gente lì fuori sta uscendo da un lungo sonno,» disse Salim con sincerità. «Lei è un uomo di idee aperte, Fleming. Li aiuterà a svegliarsi ed a prendere il loro posto nel mondo moderno.»

«Dov’è Madeleine Dawnay?» domandò Fleming.

«Alla stazione di ricerche della Intel,» spiegò il colonnello, «dove sarà portato anche lei. È un posto molto comodo, al livello delle migliori compagnie petrolifere. Saremo poveri, ma non siamo barbari.» Si drizzò orgogliosamente. «Tuttavia devo farle notare che non è in una posizione tale da rifiutare di collaborare.» Fissò pensosamente André, che sedeva silenziosa, nella più completa stupefazione, guardandoli alternativamente mentre parlavano.

«Terremo qui la signorina per assicurarci la sua collaborazione.»

Fleming balzò in piedi. «No!»

Salim esitò. Guardò la Gamboul, che annuì. «Va bene,» disse, «lasceremo che la signorina stia con lei.»

Janine Gamboul depose il suo bicchiere vuoto. «Abbiamo chiacchierato abbastanza. Ora li porto alla stazione di ricerca,» disse a Salim. «La macchina mi sta aspettando.»

Quando Fleming, con la mano sotto il gomito di André, passò attraverso le porte a molla del fabbricato del calcolatore, che la Gamboul teneva aperte, si arrestò di scatto, come colpito allo stomaco. L’ingresso era stranamente identico a quello di Thorness, se si eccettua che la guardia vestita in kaki, all’interno, aveva un volto scuro, invece di’ quello rosa e gioviale delle sentinelle che egli aveva imparato a conoscere così bene in Scozia.

Anche l’aria era la stessa — con la stessa mancanza di vita a causa del perfetto condizionamento. Oltre la porta verniciata di grigio, entrando nella sezione del calcolatore, la somiglianza si accentuava. C’era l’odore indefinibile e pesante dell’elettricità, il brontolio diffuso di una miriade di circuiti attivi, e la personalità inumana di una stanza costruita interamente con pannelli di controllo.